Gaza e Mediterraneo. DAVANTI AI CADAVERI DEI BAMBINI E DELLE BAMBINE
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di Emanuela Bavazzano

Psicologa. Psicoterapeuta. Vice Presidente di Medicina Democratica
“Il bambino con la faccia nella sabbia si chiamava Aylan. Tre anni. Pantaloncini al ginocchio, una maglietta rossa, le braccia stese dalla risacca. Ieri mattina la corrente lo ha spinto indietro, fino alla spiaggia di Bodrum, Turchia, la stessa spiaggia da cui era partito poche ore prima. (…) è la terza tragedia sulla rotta greca. Piccole barche. Naufragi che non vediamo, soverchiati dalle ecatombe che si susseguono nel Mar Mediterraneo. Poi, verso mezzogiorno, sulla spiaggia è comparso il bambino con la maglietta rossa. Aylan. (…) tornato indietro, respinto, fra la guerra e l’Europa.“
(03 Settembre 2015
LA STAMPA)

I bambini e le bambine, cadaveri sulle coste del Mediterraneo, tornano a riva ,mostrando la violenza dei respingimenti, entrano come un cazzotto nello stomaco delle persone che si affacciano al mare, sulla spiaggia, guardando lontano; non sono dicibili le parole che possano raccontare le storie. Eppure la musica, le parole poetiche, forse, ci possono aiutare a chiedere al mare, come in una laica preghiera di ritorno, che non denuncia ma pronuncia una responsabilità collettiva, dietro il simbolo del “mare nostro”, che sappia ascoltare, che sappia dare riparo, che non li faccia affogare, che permetta il ritorno a riva. Eppure il destino del mare non è nella scelta di chi vi trova la morte, forse potremmo anche pensare che non sia nella decisione di chi siede sulla spiaggia a guardare, di chi legge scorrendo immagini e parole i racconti del “mare nostro”. Eppure è nostro: è nostro, perché è collettivamente sentita la domanda sui nostri vivi e sui nostri morti, sul diritto a vivere che alberga sui nostri bambini e sulle nostre bambine, perché è a quella generazione che consegniamo (normalmente) il nostro futuro.
“Dopo quasi 18 mesi di guerra, secondo le notizie, più di 15.000 bambini sono stati uccisi, oltre 34.000 feriti e quasi un milione di bambini ripetutamente sfollati e privati del diritto ai servizi (…) Con l’impossibilità di fare entrare gli aiuti nella Striscia di Gaza dal 2 marzo (…) cibo, acqua sicura, ripari e cure mediche sono diventati sempre più scarsi. Senza queste forniture essenziali, è probabile che la malnutrizione, le malattie e altre condizioni prevenibili aumentino, portando a un incremento delle morti infantili prevenibili.“
(01 Aprile 2025 UNICEF)
I bambini e le bambine, cadaveri sulla terra di Gaza, abitano gli schermi e “bucano” le coscienze; sono i
sacchi di lenzuola che avvolgono i corpi per contenere quel che insieme non può essere tenuto dentro una prospettiva di significato, perché non esiste un senso, non c’è una colpa; quando anche esistesse l’omicidio per giusta causa (se mai si potesse contemplare l’effetto morte per violenza esercitata da qualcuno sul corpo di qualcun altro), qui la vittima è un popolo ed il carnefice … è come quel mare che inghiotte e risucchia secondo la corrente, e la corrente sembra non potersi fermare; sono i cadaveri di un genocidio, macerie di corpi sopra macerie di case.
Secondo i dati diffusi dall’ONU, nel giugno 2024, a partire dall’inizio del 2005, sono state registrate le più gravi violazioni contro i bambini, violazioni che includono “uccisioni e menomazioni, reclutamento e utilizzo dei minori in gruppi e forze armate, violenza sessuale contro i bambini, rapimenti, attacchi a scuole e ospedali e diniego dell’accesso umanitario”; parlano i numeri, raccontano le percentuali: si è riscontrato un aumento del 35% rispetto allo scorso anno di bambini uccisi o mutilati: 8.647 nel 2022, 11.649 nel 2023, sono dati che oggettivano, de-soggettivizzando, raffreddano (forse) le emozioni, mirano a rendere vuoto l’animo e a respingere il pensiero (critico). (Marzo 2025 MOSAICO DI PACE)
Incapaci di disegnare un futuro, le immagini dei cadaveri dei bambini e delle bambine solcano profondamente le narrazioni, svuotandole di parole. Si possono attraversare quindi due strade, mentre si tende a disumanizzare togliendo soggettività, rendendo ordinario il vuoto del silenzio: l’assuefazione normalizzante (una banalizzazione del male di antica memoria), che implica portare in superficie e quasi disancorare la percezione, che passa attraverso la vista, dalla sensazione che normalmente attraverserebbe le emozioni e le collegherebbe ai pensieri; il congelamento, che comporta entrare in modalità difensiva (protettiva) fino al punto di poter distaccare le sensazioni. Sono entrambi meccanismi che, transitoriamente, abitano le esperienze post-traumatiche, caratterizzano il lavoro del lutto dopo una perdita grande, troppo grande da poter essere elaborata (non ancora elaborabile); ma per uscire da questo transito è necessario che ci siano tempi di sosta, luoghi dove sostare; ci chiediamo invero se questi tempi e questi luoghi possano concretamente esistere, quando sembra non esserci tregua e nemmeno cura.
Non esiste cura, che non sia collettiva; non esiste modo di cura, che non sia nel rispetto della Vita; non esiste un senso da consegnare alla Storia e, quando non è possibile dare un nome e comprendere il significato dei segni, i segni si tramutano rapidamente in sintomi, sintomi collettivi e sintomi individuali, costellazioni di traumi che si incistano, anche quando i bambini e le bambine possano sopravvivere, non basta un’onda più alta e potente di altre a sospingere e mettere in salvo. Perché i bambini e le bambine, che sopravvivono al Mediterraneo così come a Gaza, sopravvivono con negli occhi e sui corpi i segni dell’assenza: la morte reale, quale la perdita di genitori, vissuta davanti agli occhi, occhi che non potranno più dimenticare; la morte di parti di sé, quale l’amputazione di arti, cui sarà difficilissimo dare uno spazio psichico tollerabile e, di conseguenza, elaborabile e trasformabile. Ed infine noi, noi che osserviamo da lontano e forse anche da vicino, quale la reazione che dovremmo saper vivere, quale la cura che dovremmo – potremmo darci, che non sia nel restare nell’esposizione alle immagini, crearci spazi e tempi per trasformare, coinvolgersi e agire, secondo prospettive di senso da ri-consegnare alla Storia?
Incapaci di disegnare un futuro, attraverso le immagini e le parole di un giornalismo che voglia creare sensibilità nell’opinione pubblica, ti chiedi se hai gli strumenti e se sei autorizzata ad entrare dentro un percorso che richiede al tempo stesso tatto, come delicatezza di sfiorare temi potentissimi e potenzialmente devastanti le coscienze (individuali e collettive), e contatto, come capacità di entrare senza rimanere indifferenti alle scene del crimine, crimine che è globale e che non resta isolato. C’è bisogno di nostalgia e poesia, per includere dentro anche rabbia e dramma: è possibile attraversare emozioni che scaldino e scongelino il sentire, mentre diviene fondamentale attivare la ribellione che faccia uscire dal torpore della possibile (pericolosissima) tendenza alla rassegnazione.
Il diritto al futuro è il diritto alla vita del bambino che nasce in un ospedale distrutto ma ancora agibile grazie all’opera delle persone che sempre provano ad esercitare il proprio mestiere di essere curanti; il diritto al futuro è il diritto alla vita che resiste nonostante le macerie intorno. Il diritto alla dignità della vita e della morte nella narrazione che voglia rispettare il silenzio eppure muovere le coscienze è un compito etico centrale per chi sceglie di scrivere e usare la rappresentazione attraverso le parole per agire la politica che passa attraverso la poesia e il dramma, che sappia portare in scena conoscenza e consapevolezza e oltrepassare la retorica dei contenuti per provare a chiederci: E noi come ci posizioniamo, prima ancora che agendo, sentendo; come ci mobilitiamo, quale esercizio di solidarietà concreta mettiamo in gioco, nella narrazione e nella azione?
A noi il compito di tenere in mano quelle foto di bambini e di bambine, sentire l’effetto che esercitano e così raccogliere le storie che quelle foto solo a tratti rivelano nel loro essere istantanee; dobbiamo poter ri-costruire una narrazione che ri-componga, narrare le storie dei popoli ai quali appartengono (appartenevano) i bambini e le bambine, popoli che il sistema vorrebbe destinare all’estinzione; siamo poeti e drammaturghi, siamo testimoni e tramiti, mettiamo in parole le sensazioni che suscita la violenza e attraverso le immagini e le parole del giornalismo creiamo sensibilità, portiamo verità.
“Ogni cosa, qui, è una lotta: essere madre durante il genocidio vuol dire combattere ogni minuto, ogni secondo per mantenere la tua famiglia in vita (…). Ma sono una madre fortunata, perché i miei figli sono ancora vivi. (…). Sento le bombe e vorrei avvolgerli con tutto il mio corpo, vorrei che questo mio amore per loro, che è più grande dell’universo, potesse proteggerli, dare loro un riparo. (…) C’è solo da sfidare la morte a stare lontana dai tuoi bambini.“
(15 Aprile 2025 AMNESTY INTERNATIONAL)
Siamo poeti e poetesse nel desiderio di creare un riparo che possa avvolgere i bambini e le bambine, siamo testimoni di storie; sognatori e sognatrici, attivisti e attiviste desideriamo poter raccontare che la morte è rimasta lontana e la speranza della vita è potuta rinascere dalle macerie di corpi e di case.
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