Acque italiane, l’inquinamento invisibile di PFAS, farmaci e microplastiche: l’allarme di Legambiente

All’VIII Forum Acqua presentati nuovi dati sui contaminanti emergenti: oltre 7.500 tonnellate di sostanze rilasciate nelle acque italiane in 17 anni. Uno studio CNR-IRSA rivela che le microplastiche possono favorire l’accumulo di geni associati all’antibiotico-resistenza. Legambiente chiede monitoraggi uniformi, prevenzione e investimenti nella depurazione.

di Marco Talluri

L’inquinamento delle acque italiane non riguarda soltanto le sostanze tradizionalmente monitorate. PFAS, residui di farmaci, pesticidi, microplastiche e altri contaminanti emergenti rappresentano una pressione crescente su fiumi, laghi e falde acquifere, con conseguenze potenziali per gli ecosistemi, la sicurezza idrica e la salute pubblica. Un problema reso ancora più complesso dalla difficoltà di individuare e misurare sostanze presenti anche a concentrazioni molto basse, dalla frammentazione dei sistemi di controllo e dall’insufficienza dei trattamenti convenzionali di depurazione.

È il quadro emerso l’8 ottobre a Roma dall’VIII Forum Acqua di Legambiente, organizzato in collaborazione con Utilitalia, durante il quale sono stati presentati dati ambientali, nuove evidenze scientifiche e sette proposte rivolte al Governo per affrontare un fenomeno che richiede interventi lungo l’intero ciclo dell’acqua.

Tra gli elementi più significativi figura una ricerca condotta dal CNR-IRSA insieme a Legambiente, pubblicata il 1° ottobre 2026 sulla rivista scientifica Microplastics, che documenta una maggiore presenza di geni associati alla resistenza agli antibiotici nei biofilm sviluppati sulle microplastiche rispetto alle comunità microbiche presenti nell’acqua circostante.

Oltre 7.500 tonnellate di sostanze rilasciate nelle acque italiane

Secondo un’elaborazione di Legambiente sui dati del registro europeo E-PRTR, tra il 2007 e il 2023 gli impianti industriali soggetti agli obblighi di comunicazione hanno dichiarato oltre 7.500 tonnellate di sostanze rilasciate direttamente nelle acque italiane, comprendenti metalli, nutrienti, pesticidi e solventi clorurati.

Il dato, riferito agli impianti e alle sostanze soggetti agli obblighi di dichiarazione, non rappresenta la totalità degli inquinanti immessi nell’ambiente acquatico. Restano infatti da considerare altre fonti di contaminazione, tra cui gli scarichi civili e ospedalieri, le attività agricole e zootecniche e il dilavamento delle superfici urbane.

La situazione è aggravata dalla crisi climatica. Le precipitazioni intense possono aumentare il trasporto di sostanze contaminanti verso fiumi e laghi, mentre la siccità e la riduzione delle portate diminuiscono la capacità di diluizione degli scarichi. Si tratta di processi che rendono ancora più importante conoscere la presenza dei contaminanti e adeguare le infrastrutture idriche alle nuove condizioni ambientali.

Microplastiche nei laghi e nelle falde: una contaminazione diffusa

La presenza di microplastiche negli ecosistemi acquatici è ormai documentata da numerose indagini. Il progetto LIFE Blue Lakes, coordinato da Legambiente, ha rilevato particelle plastiche nel 98% dei campioni esaminati nei laghi di Bracciano, Trasimeno e Piediluco, attraverso l’analisi complessiva di circa 9.000 particelle.

Risultati analoghi emergono dalle dodici campagne mensili del Manta River Project 2, condotte tra il 2022 e il 2023 lungo il Po, dove le microplastiche sono state individuate in tutte le sei stazioni monitorate.

La contaminazione non riguarda soltanto le acque superficiali. Uno studio del 2026 su 25 acquiferi del Nord-Ovest italiano ha rilevato microplastiche in 13 siti, mostrando come queste particelle possano raggiungere anche le risorse idriche sotterranee.

Ma la presenza delle microplastiche non costituisce soltanto un problema legato all’accumulo di materiali persistenti. Le loro superfici possono diventare ambienti favorevoli alla colonizzazione microbica, con implicazioni ancora in parte da chiarire per la diffusione dei geni di resistenza agli antibiotici.

Lo studio CNR-IRSA: le microplastiche possono favorire la persistenza dell’antibiotico-resistenza

La ricerca Plastisphere and Planktonic Communities in Italian Lakes: Distribution of Antibiotic Resistance Genes and Potential Pathogenic Taxa, realizzata da ricercatori del CNR-IRSA e di Legambiente, ha analizzato le comunità microbiche associate alle microplastiche raccolte in quattro laghi italiani: Maggiore, Como, Iseo e Paola, quest’ultimo un lago costiero salmastro del Lazio.

Lo studio, pubblicato nell’ottobre 2026, utilizza campioni raccolti nel luglio 2019 durante la campagna Goletta dei Laghi. I ricercatori hanno confrontato 29 campioni di microplastiche e nove campioni d’acqua, esaminando quattro geni associati alla resistenza a differenti classi di antibiotici: beta-lattamici, tetracicline, sulfamidici e macrolidi.

Il risultato principale è che i geni di antibiotico-resistenza sono stati rilevati più frequentemente e con abbondanze relative maggiori nei biofilm presenti sulle microplastiche rispetto alle comunità microbiche dell’acqua circostante.

I biofilm sono aggregati di microrganismi che aderiscono alle superfici e producono una matrice protettiva. Quando si sviluppano sulle particelle plastiche disperse nell’ambiente acquatico costituiscono quella che viene definita plastisfera, un microhabitat nel quale possono instaurarsi comunità microbiche differenti da quelle presenti nell’acqua.

Particolarmente significativo è il risultato relativo al gene blaCTX-M, associato alla resistenza ad antibiotici beta-lattamici di rilevanza clinica, comprese alcune cefalosporine di terza generazione. Questo gene è stato individuato nel 66% dei campioni di microplastiche, contro l’11% dei campioni d’acqua, con alcuni valori particolarmente elevati nel Lago Maggiore.

Anche gli altri geni analizzati mostrano una distribuzione differenziata. Il gene sul2, associato alla resistenza ai sulfamidici, è stato individuato nel 90% dei campioni di microplastiche, mentre tetA, legato alla resistenza alle tetracicline, ha mostrato concentrazioni relative particolarmente elevate in alcuni campioni del Lago di Paola.

I ricercatori sottolineano tuttavia che le differenze dipendono in misura importante dalle condizioni ecologiche locali e che non emerge un comportamento uniforme tra tutti i laghi esaminati.

Un altro risultato merita attenzione: lo studio non ha rilevato un arricchimento sistematico di generi batterici potenzialmente patogeni sulle microplastiche. La maggiore presenza di geni di resistenza non dimostra quindi, di per sé, un aumento del rischio infettivo per le persone, né prova che le microplastiche determinino direttamente il trasferimento di tali geni.

La ricerca indica piuttosto che le particelle plastiche possono costituire microambienti favorevoli alla persistenza e all’accumulo locale di determinanti genetici della resistenza, rendendo necessarie ulteriori indagini sui meccanismi di diffusione e sulle possibili conseguenze sanitarie.

È un risultato importante nella prospettiva One Health, che considera strettamente collegate la salute umana, quella animale e quella degli ecosistemi.

PFAS, una contaminazione persistente dai costi elevatissimi

Tra i contaminanti emergenti, i PFAS continuano a rappresentare una delle principali preoccupazioni per la qualità delle acque. La loro elevata persistenza ambientale, la diffusione in numerosi comparti e la difficoltà di rimozione rendono particolarmente complessa la gestione della contaminazione.

Secondo uno studio della Commissione europea del 2026 richiamato da Legambiente, in assenza di adeguate misure di contrasto i costi sociali della contaminazione da PFAS potrebbero raggiungere 440 miliardi di euro entro il 2050, mentre i costi del solo trattamento delle acque potrebbero superare i 1.000 miliardi. Una riduzione dei rilasci alla fonte entro il 2040 consentirebbe invece risparmi stimati in circa 110 miliardi di euro.

In Italia, secondo i dati ISPRA riportati al Forum, il PFOS, una delle sostanze appartenenti alla famiglia dei PFAS e classificata come pericolosa prioritaria, supera gli standard di qualità ambientale in 236 corpi idrici fluviali e in un lago.

Il caso della contaminazione legata all’ex stabilimento Miteni in Veneto, culminato nella sentenza di primo grado del giugno 2025, dimostra quanto gli effetti dell’inquinamento da queste sostanze possano essere estesi e duraturi.

Farmaci e pesticidi: superamenti delle soglie di rischio ecologico

Un altro fronte riguarda i residui farmaceutici presenti nelle acque superficiali. Tra il 2015 e il 2024, in Italia sono stati monitorati 46 composti emergenti e, per nove di essi, oltre un quinto delle misurazioni ha raggiunto o superato la PNEC, la concentrazione al di sotto della quale non sono attesi effetti negativi sugli ecosistemi acquatici.

Secondo l’indicatore ISPRA richiamato da Legambiente, nel biennio 2023-2024 un antidepressivo e il suo principale metabolita hanno raggiunto o superato questa soglia rispettivamente nel 47% e nel 69% delle misurazioni. Percentuali elevate sono state registrate anche per un interferente endocrino, con il 57%, e per un insetticida, con il 37%.

Si tratta di indicatori di potenziale rischio ecologico, che non devono essere confusi con il superamento di limiti sanitari per l’acqua potabile.

Il quadro complessivo della qualità delle acque rimane problematico. Secondo il Rapporto ISPRA 427/2026, riferito ai Piani di gestione del terzo ciclo, il 13% dei 6.876 corpi idrici fluviali italiani presenta uno stato chimico non buono, principalmente a causa di mercurio, benzo(a)pirene, piombo, PFOS e nichel. Per un ulteriore 9% lo stato chimico risulta sconosciuto, mentre nei laghi la quota non classificata raggiunge il 20%.

Anche le acque sotterranee mostrano criticità: il 27% dei 1.007 corpi idrici considerati presenta uno stato chimico scarso, soprattutto per la presenza di nitrati. Quanto ai pesticidi, il Rapporto nazionale SNPA pubblicato nel 2024, relativo ai dati 2021, ha rilevato superamenti degli standard di qualità nel 28,3% dei punti di monitoraggio delle acque superficiali.

Le nuove regole europee e il problema dei controlli

La normativa europea sta progressivamente ampliando l’attenzione verso i contaminanti emergenti. La Direttiva (UE) 2026/805, entrata in vigore nel maggio 2026, rafforza il quadro di tutela delle acque attraverso l’estensione degli inquinanti sottoposti a controllo, comprendendo PFAS, bisfenoli, pesticidi e sostanze farmaceutiche.

Le nuove disposizioni relative a queste sostanze inizieranno ad applicarsi dal 22 dicembre 2027, con ulteriori programmi di monitoraggio. Legambiente chiede che il recepimento italiano avvenga rapidamente e senza ridurre il livello di tutela previsto a livello europeo.

Rimane aperta anche la questione della revisione del regolamento REACH sulle sostanze chimiche, la cui riforma complessiva è stata accantonata dalla Commissione europea nell’aprile 2026.

Il nodo centrale è intervenire prima che le sostanze pericolose raggiungano i corpi idrici, evitando di affidare la tutela ambientale esclusivamente ai trattamenti di depurazione.

Le sette proposte di Legambiente

Al Forum Acqua, Legambiente ha presentato sette priorità per rafforzare la prevenzione e la gestione dei contaminanti emergenti.

  1. Eliminare le sostanze più problematiche, privilegiando alternative più sicure e armonizzando la normativa europea, anche attraverso il principio dell’uso essenziale.
  2. Valutare gli effetti delle miscele, considerando l’azione combinata e cumulativa di più sostanze anziché limitarsi all’analisi dei singoli contaminanti.
  3. Completare reti fognarie e depuratori, superando i ritardi che mantengono aperte quattro procedure di infrazione europee e adeguando gli impianti agli effetti della crisi climatica.
  4. Regolamentare il riuso delle acque reflue affinate, introducendo criteri nazionali per il controllo dei contaminanti emergenti e dell’antibiotico-resistenza.
  5. Applicare il principio “chi inquina paga”, rafforzando la responsabilità estesa del produttore prevista per farmaci e cosmetici e valutandone l’estensione ad altre filiere, comprese quelle legate a PFAS e microplastiche.
  6. Proteggere maggiormente le captazioni idriche, completando le aree di salvaguardia e rafforzando i vincoli nelle zone di ricarica delle falde.
  7. Rendere il monitoraggio omogeneo e trasparente, attraverso protocolli condivisi, capacità analitiche adeguate e dati pubblici, accessibili e comprensibili, integrando dove necessario biomonitoraggio e studi epidemiologici.

«Al Governo Meloni chiediamo innanzitutto un monitoraggio nazionale uniforme, con dati pubblici e accessibili a tutti», ha dichiarato Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente, sottolineando la necessità di prevenire l’inquinamento alla fonte anziché intervenire soltanto quando la contaminazione è già avvenuta.

Anche Utilitalia ha richiamato l’esigenza di un approccio integrato. Barbara Marinali, vicepresidente vicario della federazione, ha evidenziato l’importanza di normative coerenti, laboratori adeguati, risorse per il trattamento quaternario e un’applicazione della responsabilità estesa del produttore fondata su valutazioni scientifiche.

Le esperienze regionali: Piemonte, Puglia e Campania

Accanto alle criticità emergono alcune iniziative che possono contribuire a migliorare la conoscenza della contaminazione.

In Piemonte è stato istituito nel 2025 il primo Centro di ricerca e Osservatorio tecnico-scientifico regionale sui PFAS, con un sistema di monitoraggio articolato su circa 900 punti. Nell’Alessandrino, inoltre, è stata avviata nel 2026 una nuova fase dello studio epidemiologico sulla popolazione della Fraschetta.

La Regione Puglia ha destinato 6,375 milioni di euro a progetti di ricerca su PFAS, microplastiche e residui farmaceutici, mentre in Campania il progetto INSINERGIA studia l’esposizione della popolazione nei siti contaminati.

A livello nazionale, il Ministero dell’Ambiente ha avviato un programma di monitoraggio, studio e ricerca sui PFAS per il triennio 2025-2027, con il coinvolgimento di ISPRA, CNR-IRSA, ISS ed ENEA.

Sono esperienze che mostrano una crescente attenzione istituzionale, ma che evidenziano anche la necessità di superare la frammentazione territoriale, costruendo un sistema nazionale stabile e confrontabile.

Dalla conoscenza alla prevenzione: la sfida per la sicurezza idrica

I dati presentati al Forum Acqua confermano che la tutela delle risorse idriche richiede un cambiamento di approccio. Non basta misurare le sostanze già note o potenziare gli impianti di depurazione: occorre ridurre le emissioni alla fonte, conoscere meglio gli effetti delle miscele chimiche, affrontare i contaminanti emergenti e integrare le politiche per l’acqua con quelle per la salute, l’agricoltura e la produzione industriale.

La ricerca sulle microplastiche e sui geni di antibiotico-resistenza aggiunge un elemento a questo quadro. Le particelle plastiche non sono soltanto materiali dispersi nell’ambiente, ma possono ospitare comunità microbiche con caratteristiche differenti da quelle dell’acqua circostante. Comprendere il loro ruolo nei processi di persistenza e diffusione della resistenza antimicrobica diventa quindi una nuova frontiera della ricerca ambientale.

Il problema non è soltanto tecnologico. È anche una questione di governance, trasparenza e prevenzione: conoscere quali sostanze vengono cercate, dove sono presenti e in quali concentrazioni rappresenta una condizione indispensabile per orientare le politiche pubbliche e tutelare efficacemente le risorse idriche.

Per approfondire su Ambientenonsolo

Ambientenonsolo ha dedicato numerosi approfondimenti alla contaminazione delle acque superficiali e sotterranee, alla diffusione dei PFAS, alla presenza delle microplastiche negli ecosistemi acquatici e alle politiche europee per la tutela delle risorse idriche. Segnaliamo alcuni articoli per approfondire i temi affrontati dall’VIII Forum Acqua di Legambiente.

PFAS e contaminanti chimici

Microplastiche e inquinamento dei fiumi

Qualità delle acque e politiche di tutela

22/10/2026 https://ambientenonsolo.com/

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