Albania, la rivolta non arretra. Tirana tra barricate, cariche e denunce di violenze poliziesche
Dal movimento dei fenicotteri alla mobilitazione studentesca contro Edi Rama. Migliaia di giovani tornano in piazza, mentre un dossier denuncia oltre 180 presunti abusi della polizia. Il confronto con il governo si fa sempre più duro.
La rivolta contro il governo di Edi Rama continua ad attraversare le strade di Tirana. Dopo quasi cinque mesi di mobilitazioni, iniziate con la difesa delle aree naturali minacciate dalla speculazione turistica, il conflitto ha assunto una dimensione apertamente politica e sociale. Migliaia di giovani sono tornati in piazza per chiedere le dimissioni del primo ministro, affrontando un dispositivo di polizia che, secondo le cronache e le testimonianze raccolte dagli organizzatori, ha fatto ricorso a cariche, lacrimogeni, idranti, granate assordanti e proiettili di gomma. Gli scontri si sono estesi dal ministero dell’Istruzione al Palazzo del governo, fino alle strade del centro della capitale. Barricate improvvisate, cassonetti incendiati e gruppi di manifestanti in movimento hanno caratterizzato una giornata nella quale le forze dell’ordine hanno tentato ripetutamente di disperdere i concentramenti, senza riuscire a interrompere la mobilitazione.
La giornata conferma il cambiamento intervenuto il 13 ottobre, quando la cosiddetta rivoluzione dei fenicotteri, dopo 136 giorni consecutivi di protesta, è entrata in una nuova fase. Fino ad allora il movimento aveva concentrato la propria iniziativa soprattutto sulla difesa del territorio e sull’opposizione ai progetti di turistificazione delle aree naturali albanesi. Con l’ingresso massiccio degli studenti universitari e delle scuole superiori, la contestazione si è allargata alle condizioni dell’istruzione, al costo della vita, alla precarietà e alla mancanza di prospettive per le nuove generazioni. Le dimissioni di Rama sono diventate la richiesta centrale di una mobilitazione che non considera più sufficienti modifiche ai singoli progetti o concessioni settoriali.
La nuova convocazione nazionale ha riportato in strada migliaia di persone, prevalentemente giovani, fin dalle prime ore del mattino. Secondo fonti locali richiamate nelle cronache della giornata, nella capitale sarebbero stati schierati circa seimila agenti, un numero che richiede conferma ufficiale ma che restituisce la dimensione del dispositivo predisposto dalle autorità. Le forze dell’ordine hanno cercato di impedire la formazione di concentramenti davanti agli edifici istituzionali e lungo i principali assi del centro. I manifestanti hanno risposto spostandosi in gruppi mobili, riunendosi nuovamente dopo le dispersioni e aprendo diversi fronti di confronto con la polizia. Alla protesta si sono aggiunti anche gruppi ultras della capitale, ampliando ulteriormente la composizione della piazza.
Gli scontri si sono sviluppati in particolare lungo Rruga e Elbasanit, dove sono state innalzate barricate con cassonetti incendiati, davanti alla sede del Partito socialista e tra piazza Skanderbeg e le strade circostanti. Le fiamme hanno raggiunto anche l’ingresso del ministero del Turismo. Alcuni manifestanti hanno lanciato pietre, fuochi d’artificio e bottiglie incendiarie contro gli schieramenti di polizia, mentre gli agenti hanno utilizzato lacrimogeni, idranti e altri strumenti antisommossa. Secondo le testimonianze riportate negli appunti, numerose persone rimaste isolate durante le cariche sarebbero state colpite o fermate. La successione degli interventi ha prodotto una frammentazione della protesta in gruppi che si ricomponevano continuamente in punti diversi della città, rendendo difficile il controllo delle strade da parte delle forze dell’ordine.
La dinamica della giornata mostra quanto il conflitto sia cambiato rispetto ai primi mesi della mobilitazione. La rivoluzione dei fenicotteri aveva costruito una presenza quotidiana nelle piazze attraverso assemblee, interventi al megafono e testimonianze di cittadini che spiegavano pubblicamente le ragioni della propria opposizione ai progetti governativi. Il confronto con le istituzioni, pur attraversato da una crescente sfiducia, manteneva uno spazio riconoscibile per la discussione delle rivendicazioni. Nella fase attuale, invece, la protesta appare concentrata sulla richiesta di dimissioni del primo ministro. Gli interventi pubblici si sono ridotti, mentre gli slogan e le azioni collettive esprimono una rottura sempre più netta con il governo. È il segno di una trasformazione politica che non può essere spiegata soltanto attraverso il cambiamento delle pratiche di piazza.
Il passaggio dalla contestazione di singole decisioni alla richiesta di un cambiamento del governo nasce anche dalla percezione che i mesi precedenti non abbiano prodotto risposte concrete. I manifestanti accusano Rama di aver ignorato le loro rivendicazioni fino a quando la protesta non ha assunto forme più conflittuali. Il primo ministro ha cercato di rappresentare una disponibilità al confronto disponendo davanti al Palazzo del governo alcune sedie con segnaposto recanti la parola «dialogo». Ma il gesto è stato accolto con diffidenza da una piazza che considera ormai esaurita la possibilità di ottenere risultati attraverso gli strumenti utilizzati nei mesi precedenti. La frase ripetuta dai manifestanti, «Il tempo del dialogo è finito», non indica necessariamente il rifiuto di ogni soluzione politica, ma esprime la convinzione che il governo abbia perso credibilità come interlocutore.
Il passaggio più rilevante di questa nuova fase riguarda però le denunce di violenze poliziesche. Il centro Res Publica, insieme ad associazioni, avvocati, studenti e cittadini, ha depositato presso la Procura speciale anticorruzione e criminalità organizzata, SPAK, un esposto di 29 pagine relativo a oltre 180 presunti episodi di abuso commessi tra il 13 e il 21 ottobre a Tirana e in altre città. Il documento raccoglie fotografie, video, testimonianze e segnalazioni riguardanti l’impiego sproporzionato della forza, arresti arbitrari, trattamenti degradanti, possibili violazioni dei diritti dei minorenni e ostacoli al lavoro dei giornalisti. Non si tratta ancora di responsabilità giudizialmente accertate, ma di una denuncia circostanziata che chiede di verificare se le condotte contestate siano episodi individuali oppure il risultato di pratiche organizzate o tollerate dai vertici delle forze dell’ordine.
Particolarmente gravi sono le accuse relative all’impiego dei proiettili di gomma. Secondo Res Publica, alcune immagini documenterebbero ferite agli occhi, alla bocca, al collo e in altre parti superiori del corpo. L’esposto chiede di acquisire armi, munizioni e bossoli, ricostruire le modalità di utilizzo dei proiettili e verificare eventuali responsabilità penali. La questione non riguarda soltanto l’uso di strumenti antisommossa, ma il modo in cui vengono impiegati e il rischio di provocare lesioni permanenti o conseguenze letali. La definizione di armi non letali o a impatto cinetico non elimina la loro pericolosità. Quando strumenti di questo tipo vengono utilizzati contro persone che partecipano a una manifestazione, l’accertamento della necessità, della proporzionalità e delle responsabilità operative diventa essenziale.
Il dossier denuncia inoltre la presenza di uomini con il volto coperto e privi di segni identificativi visibili, alcuni dei quali sarebbero usciti dalla sede del Partito socialista armati di manganelli e avrebbero aggredito i manifestanti. Gli autori dell’esposto chiedono di accertare se si trattasse di appartenenti alle forze dell’ordine, di personale impiegato in operazioni non riconoscibili oppure di soggetti privati intervenuti senza alcuna autorità legale. È una questione che richiede particolare attenzione: l’eventuale partecipazione di persone non identificate a operazioni di repressione, soprattutto se avvenuta con la conoscenza o la collaborazione degli apparati di sicurezza, porrebbe problemi di responsabilità ben più ampi di quelli riconducibili a singoli eccessi. Al momento, tuttavia, il ruolo e l’identità di questi uomini restano oggetto delle verifiche richieste alla magistratura.
L’esposto non si limita a chiedere l’identificazione degli agenti coinvolti nei singoli episodi. Res Publica sollecita la ricostruzione della catena di comando, delle direttive operative e delle comunicazioni intercorse tra i vertici della polizia e le autorità politiche. Tra i soggetti dei quali viene chiesto di verificare l’eventuale ruolo figurano il direttore generale della polizia Skënder Hita, altri dirigenti delle forze dell’ordine, il ministro dell’Interno Ervin Demo e lo stesso Edi Rama. La richiesta non costituisce una prova del loro coinvolgimento in condotte illecite, ma pone una questione istituzionale precisa: l’accertamento delle responsabilità non può fermarsi agli esecutori materiali quando gli episodi denunciati si ripetono in città differenti e presentano modalità operative simili.
Le preoccupazioni non provengono soltanto dalle organizzazioni che sostengono la protesta. Il 20 ottobre l’istituzione albanese del Difensore civico ha reso pubblici i risultati preliminari delle visite effettuate nei commissariati e nelle strutture di detenzione. Nel corso dei controlli sono state raccolte denunce di abusi fisici e verbali da parte di minorenni; in due casi sono stati riscontrati segni di lesioni. Sono emerse anche criticità relative al sovraffollamento, alle condizioni materiali della custodia e alla presenza di agenti senza numeri identificativi visibili. Si tratta di elementi che rafforzano la necessità di indagini indipendenti, garanzie effettive per le persone fermate e un controllo sulle modalità con cui vengono condotte le operazioni di polizia.
Il governo continua invece a presentare gli scontri come una minaccia alla stabilità del Paese. Rama ha accusato settori radicalizzati, organizzazioni criminali e presunti attori stranieri di alimentare le violenze, sostenendo che lo Stato debba perseguire chi danneggia edifici pubblici e privati. Il ministro dell’Interno Demo ha dichiarato che la polizia sta esaminando centinaia di ore di filmati per identificare i responsabili dei reati commessi durante le manifestazioni. L’esecutivo afferma di voler distinguere le rivendicazioni legittime dagli atti violenti e di restare disponibile ad ascoltare le richieste della società. Sono posizioni che devono essere riportate, ma che non rispondono da sole alle denunce di uso sproporzionato della forza né chiariscono le responsabilità relative agli episodi contestati nell’esposto presentato alla SPAK.
La distinzione proposta dal governo tra manifestanti legittimi e soggetti violenti rischia inoltre di diventare il criterio attraverso il quale ridurre l’intera mobilitazione a una questione di ordine pubblico. La protesta ha conosciuto una radicalizzazione evidente, con incendi, danneggiamenti e attacchi contro gli schieramenti di polizia. Ma questi episodi non esauriscono il significato politico del movimento e non cancellano le rivendicazioni che ne hanno accompagnato la crescita. Le condizioni dell’università, il costo degli studi, la precarietà del lavoro, la corruzione e la trasformazione del territorio attraverso grandi investimenti turistici restano al centro della contestazione. La radicalizzazione delle pratiche di piazza deve essere analizzata anche in rapporto ai mesi di mobilitazione precedenti, alla percezione di una chiusura istituzionale e alle modalità con cui la polizia è intervenuta contro i manifestanti.
La presenza degli studenti costituisce uno degli elementi più importanti di questa fase. Le proteste chiedono una riduzione delle tasse universitarie, maggiori investimenti pubblici nell’istruzione e migliori condizioni nelle scuole e negli atenei. Ma la questione educativa è inseparabile dalle difficoltà economiche delle famiglie e dalle prospettive lavorative delle nuove generazioni. In Albania, l’emigrazione continua a rappresentare per molti giovani una risposta alla mancanza di opportunità. La mobilitazione contesta implicitamente questa prospettiva, rivendicando la possibilità di studiare, lavorare e vivere nel proprio Paese senza essere costretti ad andarsene. La richiesta di dimissioni di Rama raccoglie così un insieme di rivendicazioni che riguardano tanto il presente quanto il futuro della società albanese.
Il movimento dei fenicotteri aveva già posto una questione fondamentale sul modello di sviluppo perseguito dal governo. La contestazione dei progetti turistici legati a Jared Kushner, genero del presidente statunitense Donald Trump, aveva denunciato il rischio di subordinare aree naturali di grande valore ambientale agli interessi degli investitori immobiliari. L’ingresso degli studenti ha allargato quella critica, collegando la difesa del territorio alle condizioni materiali di vita. Il rapporto tra grandi investimenti, accesso alle risorse, distribuzione della ricchezza e opportunità sociali è diventato uno dei terreni su cui si misura il consenso verso il governo. La trasformazione di una protesta ambientalista in una mobilitazione generale dimostra come conflitti apparentemente settoriali possano mettere in discussione scelte economiche e istituzionali più profonde.
La solidarietà cresciuta attorno ai manifestanti costituisce un altro elemento significativo. Nei giorni precedenti, medici, infermieri e studenti di medicina avevano organizzato forme di assistenza per le persone ferite durante gli scontri, mettendo a disposizione strutture, materiali sanitari e interventi volontari. Queste iniziative mostrano che la mobilitazione non riguarda soltanto i gruppi presenti nei cortei, ma ha trovato sostegno in settori della società preoccupati sia per le condizioni economiche sia per le modalità della risposta poliziesca. La repressione può scoraggiare la partecipazione, ma può anche ampliare la solidarietà quando gli interventi delle forze dell’ordine vengono percepiti come ingiustificati o sproporzionati.
La vicenda albanese solleva quindi due questioni strettamente collegate. La prima riguarda le rivendicazioni sociali che hanno portato migliaia di giovani nelle strade e che non possono essere affrontate soltanto attraverso appelli al dialogo o misure di sicurezza. La seconda riguarda la responsabilità dello Stato nel garantire il diritto di manifestare e nel prevenire abusi da parte delle proprie forze dell’ordine. La presentazione dell’esposto alla SPAK rende ancora più urgente un accertamento indipendente, capace di verificare le singole condotte e le eventuali responsabilità dei vertici. Gli episodi denunciati non possono essere liquidati preventivamente come inevitabili conseguenze degli scontri, così come le accuse contenute nel dossier non possono essere considerate già dimostrate prima delle indagini.
La nuova giornata di mobilitazione conferma che il confronto tra il governo e i manifestanti resta aperto. La polizia è riuscita a disperdere diversi concentramenti, ma non ha impedito che la protesta si ricomponesse nelle strade della capitale. La richiesta di dimissioni di Rama continua a essere il punto di riferimento di un movimento nel quale convivono studenti, ambientalisti, cittadini e gruppi con esperienze politiche differenti. Le prossime settimane diranno se si apriranno spazi di confronto sulle rivendicazioni sociali oppure se il governo continuerà a privilegiare una risposta fondata sulla repressione. In ogni caso, il conflitto non può essere compreso soltanto attraverso le immagini delle barricate e degli incendi. Al centro rimangono le condizioni di vita di una generazione, il rapporto tra potere politico e interessi economici e il diritto di contestare le scelte del governo senza essere esposti ad abusi da parte degli apparati dello Stato.
25/10/2026 https://www.osservatoriorepressione.info/










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