Americano, non trumpiano
Prevost è il primo papa statunitense ma non è vicino all’amministrazione Trump. È forse più moderato e più attento alle relazioni unitarie rispetto a papa Francesco, ma la sua scelta è in continuità con il papato precedente
Papa Leone XIV, Robert Francis Prevost, da tutti chiamato «Bob», è il primo papa agostiniano, il primo nordamericano. Ma, nonostante quel che appare ai più, non è il candidato di Trump con cui ha avuto modo di polemizzare almeno in un paio di occasioni. Anzi, come si è visto nel suo primo discorso subito dopo l’Habemus papam, Prevost ha fatto di tutto per rimarcare la continuità con papa Francesco. La «pace disarmata e disarmante», l’umiltà, l’apertura della Chiesa a «tutti, incondizionatamente» la necessità di costruire «ponti» che richiama nitidamente l’ultimo messaggio di Bergoglio. Un papa di continuità, ma che ha dimostrato nella sua vita vescovile e cardinalizia di saper conciliare le idee di apertura e di attenzione sociale a una concezione spirituale della Chiesa.
Prevost è un bergogliano, più moderato forse, più attento alle relazioni unitarie, ma la sua scelta è tutta interna al mondo bergogliano. È stato un collaboratore leale e fidato di papa Francesco, che lo ha voluto a capo del Dicastero per i Vescovi con l’incarico decisivo e sensibile di scegliere i «pastori» fondamentali nella vita della Chiesa. E questa continuità bergogliana è stata plasticamente esibita con il ringraziamento esplicito a papa Francesco ricordando la sua ultima benedizione di Roma e del mondo, il giorno di Pasqua e promettendo «di dare seguito a quella benedizione». Con la citazione letterale di quella invocazione a «costruire ponti in un mondo che va verso la guerra».
Un altro tratto bergogliano, la Chiesa «aperta a tutti, incondizionatamente». «A todos, todos, todos», diceva Francesco, e questa visione è stata una dei bersagli preferiti dei conservatori interni come ha dimostrato un’intervista al Corriere della Sera del cardinal Camillo Ruini, ex presidente della Cei italiana, figura di spicco del mondo più tradizionalista, che invitava a limitare la spinta all’apertura per concentrarsi alla gestione dei fedeli che già ci sono.
Ancora, in senso bergogliano, ed è l’aspetto più cruciale per la vita interna alla Chiesa, la sottolineatura del suo carattere «sinodale, che cammina, che cerca la pace, la carità, vicino a coloro che soffrono». Il «Sinodo per una Chiesa sinodale», l’idea cioè di allargare la condivisione nella gestione della Chiesa è forse l’atto di governo più innovativo di Francesco, rimasto largamente incompiuto nonostante due assemblee mondiali, nel 2023 e nel 2024. Leone XIV si intesta subito quel progetto su cui chiamerà a discutere la complessa, potente, ma anche infragilita, organizzazione che è stato chiamato a presiedere.
Prevost, nelle descrizioni delle componenti interne al Conclave, era collocato stabilmente tra i bergogliani più lineari: non tra i più radicali, come Matteo Zuppi o il Segretario del Sinodo, Mario Grech o, ancora, il presidente del Consiglio economico, il tedesco Reinhard Marx. Ma nemmeno tra i bergogliani più moderati come il maggior favorito della vigilia, il già Segretario di Stato, Pietro Parolin. Che oggi appare il grande sconfitto e a cui non ha forse giovato il clamore mediatico attorno alla sua eventuale elezione. Parolin sembra non aver convinto la componente nettamente più numerosa del Conclave, quei 108 cardinali nominati direttamente da Bergoglio, che sembra aver vegliato su questa scelta e averla in qualche modo propiziata.
Quanto ai rapporti con l’amministrazione Usa, non è un dettaglio il fatto che abbia voluto polemizzare direttamente con il vicepresidente JD Vance e con la sua personale e stravagante teoria dell’ordo amoris, di origine agostiniana, l’ordine di Prevost, che Vance ha declinato così: prima la propria famiglia, poi il prossimo. Che significava dire, prima pensiamo ai nostri confini, alla nostra nazione e solo dopo ai migranti. «JD Vance sbaglia» scrisse Prevost su X riilanciando un editoriale del National Chatolic Register: «Gesù non ci chiede di fare la classifica del nostro amore per gli altri». In un altro tweet del febbraio scorso, poi, Prevost difendeva la lettera inviata da papa Francesco ai vescovi Usa in cui veniva criticata la politica dei migranti di Trump e veniva di nuovo contestata la teoria di ordo amoris di Vance. Il rapporto con Trump sarà sicuramente un aspetto che condizionerà il nuovo papato anche se non bisogna mai perdere di vista il carattere globale della Chiesa e la sua attenzione al mondo intero. Il confronto però ci sarà e probabilmente riguarderà soprattutto i temi della pace e della giustizia sociale.
Fatta salva la continuità, di Prevost deve aver convinto, però, anche un aspetto di maggiore moderazione – ragionando con schemi laici, dentro la Chiesa potrebbe essere una qualità radicale —, il suo rigore spirituale e un equilibrio gestionale in grado di rassicurare anche i più moderati. Solo quando, e se, si saprà se i conservatori hanno riversato i propri voti sul nuovo papa Leone XIV o invece hanno tenuto ferma la posizione sui nomi di «bandiera» o magari hanno provato a sponsorizzare una figura come il cardinale Pizzaballa o lo stesso Parolin, si capirà quanto la struttura dottrinaria di Prevost abbia o meno garantito anche loro.
Prevost nasce il 14 settembre 1955 a Chicago, da genitori di origini francesi, italiane e spagnole. Studia al Seminario minore dei padri agostiniani e consegue la laurea in Matematica, ma poi studia Filosofia. Entra nell’Ordine di Sant’Agostino e il 29 agosto 1981 pronuncia i voti solenni. A 27 anni viene inviato a Roma per studiare Diritto canonico alla Pontificia Università San Tommaso d’Aquino e qui nel 1982 viene ordinato sacerdote. Mentre prepara la tesi di dottorato, nel 1984 viene mandato nella missione agostiniana di Chulucanas in Perù e sempre in Perù raggiungerà poi nel 1987 la missione di Trujillo come direttore del progetto di formazione comune degli aspiranti agostiniani. Si immerge nella vita missionaria dell’Ordine e ne ricopre via via i vari gradi: priore della comunità, rettore della formazione e insegnante dei professi fino a divenire professore di Diritto canonico. Ma gli viene affidata anche la cura pastorale di Nostra Signora Madre della Chiesa nella periferia povera della città. Nel 2002 sarà priore generale dell’Ordine di Sant’Agostino confermato nel 2007 per un secondo mandato. È il periodo in cui risiede a Roma e inizia un’intensa attività di viaggi visitando una cinquantina di paesi. Nel 2014 papa Francesco lo nomina amministratore apostolico della diocesi peruviana di Chiclayo e l’anno seguente è nominato vescovo e poi secondo vicepresidente della Conferenza episcopale peruviana. Nel 2023 Francesco lo nomina Prefetto di un Dicastero tra i più sensibili, quello per i Vescovi e anche presidente della Pontificia Commissione per l’America latina. Nel Concistoro del 30 settembre è infine nominato cardinale.
Prevost ha un’evidente sensibilità per i temi bergogliani, e la scelta del nome Leone, ricollegandosi all’estensore della Rerum Novarum, la prima grande enciclica di dottrina sociale della Chiesa, sembra presentare un programma di apertura sociale. È tra coloro che ha anche difeso la Laudato si’, sostenendo che il dominio sulla natura «non deve diventare tirannico». È il primo papa americano del Nord, ma ha una vita missionaria in Sudamerica. E la cura con cui nel suo primo messaggio ha voluto parlare anche in spagnolo, salutando la diocesi peruviana, ne mostra lo sguardo globale.
In un’intervista di qualche anno fa, sottolineava l’importanza di avere vescovi «pastori e non manager». L’impronta missionaria è stata fondamentale nella sua concezione della fede e del servizio cristiano: «La mia vocazione, come quella di ogni cristiano, è l’essere missionario, annunciare il Vangelo là dove uno si trova». «Non bisogna nascondersi dietro un’idea di autorità che oggi non ha più senso» è un altro dei suoi messaggi.
Ma sulla scelta dei vescovi non ha mai avallato ipotesi di rinnovamento radicale, come pure sono state avanzate in ambiti della Chiesa, come ad esempio il coinvolgimento dei fedeli e anche dei laici. «Occorre ascoltare anche il popolo di Dio», ha detto Prevost, ma questo «non significa che sia la Chiesa locale a dover scegliere il suo pastore, come se essere chiamati a essere vescovo fosse il risultato di un voto democratico». Lo stesso per quanto riguarda le donne. Occorre ascoltarle, «il loro punto di vista è un arricchimento», ma se si parla di donne sacerdote, «la tradizione apostolica è qualcosa che è stato esposto molto chiaramente». Sul tema controverso delle benedizioni delle coppie omosessuali, che è stato oggetto della Lettera Fiducia Supplicans, firmata dal prefetto per il Dicastero della Fede, braccio destro di Francesco, ha invece avuto un atteggiamento pragmatico sostenendo che «ogni conferenza episcopale ha bisogno di una certa autorità» e quindi lasciando la scelta alle diverse realtà geografiche e culturali. Quanto agli abusi sessuali, è stato accusato di aver coperto alcune situazioni in Perù, che però sono state seccamente negate dalla diocesi.
La scelta del Conclave appare in ogni caso un parto politico ben orchestrato, una costruzione che smentisce le profonde divisioni interne e l’incapacità della Chiesa cattolica di fare i conti con le proprie debolezze. La rapidità della fumata bianca, date le tempistiche e l’eterogeneità del collegio dei cardinali, invia al mondo un messaggio di solidità smentendo racconti di divisioni e rinnegamenti del vecchio papa, e compie la «mossa del cavallo» di un papa Usa che però non è solo nordamericano ma parla spagnolo. I personaggi più noti e forse più potenti al mondo sono certamente due statunitensi: potrebbe trattarsi però di una dialettica inedita.
Salvatore Cannavò, già vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al futuro per la sinistra (Alegre) e Si fa presto a dire sinistra (Piemme).
9/5/2025 https://jacobinitalia.it










Lascia un Commento
Vuoi partecipare alla discussione?Sentitevi liberi di contribuire!