Anche questo 25 aprile 2026 è andato e, come al solito, poco o nulla è cambiato
Il governo si è presentato con una postura che, almeno in superficie, puntava a mostrare compattezza. La Premier, affiancata da Sergio Mattarella all’Altare della Patria, ha scelto un registro istituzionale: ha parlato di “sconfitta dell’oppressione fascista”, evitando polemiche e cercando di consolidare un’immagine affidabile sul piano repubblicano. Matteo Salvini, attraverso un messaggio sui social, si è limitato al minimo indispensabile: un tono più identitario, meno centrato sul 25 aprile come evento storico specifico, e costruito sulla consueta equiparazione general‑generica di ogni dittatura, dal nazifascismo al comunismo fino all’attualissimo “islamismo”.
In questo quadro, un solo silenzio è apparso assordante: quello del Presidente del Senato, Ignazio La Russa. La seconda carica dello Stato ha scelto di non dire nulla. Il suo unico intervento è stato un messaggio stringato sui social, in cui si è limitato a segnalare la propria presenza alla cerimonia: “Oggi all’Altare della Patria, con il Presidente Sergio Mattarella e le alte cariche dello Stato”. Un silenzio che stride in modo evidente con le parole pronunciate appena quattro giorni prima, il 21 aprile: “Quando ero Ministro della Difesa, nessuno mi obbligava, ma andavo a rendere omaggio al monumento ai partigiani e poi al Campo 10. Ci andavo in forma privata perché secondo me era un momento doveroso di pacificazione. E lo rifarei”.
In quell’occasione, a margine del Salone del Mobile, La Russa aveva rivendicato le sue due visite annuali al Cimitero Maggiore di Milano: prima al Campo 64, dedicato ai partigiani, ai militari caduti nella guerra di Liberazione, ai deportati e ai civili uccisi dal nazifascismo; poi al Campo 10, dove sono raccolti caduti della Repubblica Sociale Italiana, tra cui appartenenti alla famigerata Xa MAS.
La prima tappa – il monumento ai partigiani – veniva presentata come:
- deposizione di una corona;
- gesto spontaneo, non richiesto da protocolli;
- collocato nella memoria della Resistenza, cioè nel perimetro simbolico da cui nasce la Repubblica.
La seconda tappa – la visita ai caduti della RSI – veniva invece descritta come:
- un gesto “privato”, non istituzionale;
- rivolto a un luogo che ospita anche militi di reparti collaborazionisti;
- parte di una personale idea di “pacificazione”.
È qui che emerge il nodo politico e storico. La Russa pretende di accostare due luoghi che, nella topografia della memoria milanese, non sono contigui né equivalenti. Campo 64 appartiene alla storia della Liberazione, cioè alla radice costituzionale della Repubblica. Campo 10 appartiene alla memoria della Repubblica Sociale Italiana, un’entità che combatté contro lo Stato italiano legittimo e contro il movimento partigiano. La Repubblica nata nel 1946 non ha mai riconosciuto simmetria tra questi due percorsi. E non potrebbe farlo: la sua legittimità discende da una scelta di campo storica, politica e morale. Per questo la distinzione tra pacificazione e parificazione non è un dettaglio semantico. La pacificazione è un processo civile, volto a ricomporre ferite senza negare le responsabilità storiche. La parificazione, invece, è un’operazione simbolica che tende a mettere sullo stesso piano esperienze che la storia e la Costituzione – collocano su piani opposti. Quando La Russa dice “lo rifarei”, e lo dice alla vigilia del 25 aprile, non parla più da privato cittadino né da ex ministro: parla da Presidente del Senato. E attribuisce un’aura istituzionale a una simmetria che la Repubblica non ha mai riconosciuto.
La sua scelta ha riaperto una frattura politica evidente. Giuseppe Conte ha richiamato quelle parole per denunciare le “ambiguità” che, a suo giudizio, persistono dentro Fratelli d’Italia. Elly Schlein, da Sant’Anna di Stazzema, ha insistito sullo scioglimento delle organizzazioni neofasciste, marcando una distanza netta da ogni tentativo di riscrittura simbolica della memoria nazionale.
Il risultato è un altro 25 aprile in cui il governo prova a mostrarsi compatto, mentre la seconda carica dello Stato continua a muoversi su un terreno che divide più di quanto unisca. E che ripropone, puntualmente, la domanda che attraversa da anni la politica italiana: quale memoria pubblica può rappresentare chi guida le istituzioni della Repubblica nata dalla Resistenza?
Renato Fioretti
Collaboratore redazionale del mensile Lavoro e Salute
25/4/2026










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