Anticomunismo, una storia di violenza

Le persecuzioni anticomuniste di massa, spesso rimosse, nell’ultimo secolo e mezzo si sono verificate sotto varie forme di governo: fasciste, socialiste, «liberali», in Stati coloniali, neocoloniali, postcoloniali e in Stati nazionali mai colonizzati

La recente canonizzazione politica operata dall’estrema destra attorno a Charlie Kirk riporta in primo piano il tema del martirologio politico: l’elenco di vittime uccise o represse dagli avversari per legittimare la propria causa e alimentare un senso di identificazione collettiva. Negli ultimi decenni, infatti, la narrazione delle «vittime del comunismo» è diventata centrale per fissare l’anticomunismo come uno dei pilastri dell’identità politica occidentale del post-Guerra fredda. Parallelamente, nella definizione dei genocidi del Novecento, gli intellettuali liberali tendono a riconoscere come eventi eccezionali soltanto la Shoah e, più di recente, l’Holodomor, escludendo sistematicamente i massacri legati alle politiche dei paesi capitalisti: dalle carestie (come in Irlanda e India) agli stermini coloniali fino ai crimini imperialisti del Novecento (Vietnam, Corea, Timor Est).

Ma soprattutto, persiste un’amnesia quasi totale riguardo ai massacri e alle persecuzioni subite dai militanti della sinistra anticapitalista. È proprio questo vuoto che ha colmato The Palgrave Handbook of Anti-Communist Persecutions (2020), curato da Christian Gerlach e Clement Six: un’opera che, in prospettiva comparata, ricostruisce un secolo e mezzo di repressioni contro la sinistra e racconta la storia di molte delle vittime dell’anticomunismo. Il quadro che emerge dal volume ne svela il suo vero volto: quello di un’ideologia violenta che ha usato l’etichetta di «comunismo» per colpire chiunque mettesse in discussione il capitalismo, il razzismo, il sessismo e il colonialismo.

Christian Gerlach, professore di storia contemporanea all’Università di Berna, ne ha parlato con Jacobin Italia.

L’Handbook è un’opera che studia le pratiche repressive dell’anticomunismo e non si concentra molto su questioni teoriche. Tuttavia non si può evitare di chiederti cosa intendete voi per «anticomunismo». È la semplice opposizione al comunismo o lo considerate un concetto più ampio? In altre parole, si può essere anticomunisti anche se le vittime non si definiscono «comuniste»?

Non sono sicuro che esista una vera e propria teoria dell’anticomunismo. La maggior parte della ricerca in questo campo si concentra su una storia delle idee politiche, perché è questo che interessa di più agli intellettuali. Tuttavia, ciò è molto lontano dalla vita reale. Gli studiosi hanno definizioni diverse di anticomunismo, e lo stesso vale per i collaboratori dell’Handbook. Personalmente, sono tra quelli che pensano che l’anticomunismo non sia un’ideologia coerente e monolitica, ma un insieme sfaccettato di varie idee. Queste idee sono state mobilitate – e vengono tuttora mobilitate – contro ogni sorta di movimento politico che avesse anche solo vagamente un aspetto progressista, inclusi i movimenti operai, contadini, delle donne, giovanili, etnico-razziali, nazionali, indigeni e anche alcuni movimenti religiosi. Di conseguenza, la maggior parte delle persone che soffrono e muoiono nelle persecuzioni anticomuniste non sono affatto comuniste. Piuttosto, vengono colpite perché i persecutori le associano alla sinistra, perché risiedono in zone considerate focolai di insurrezione, o semplicemente perché sono parenti o presunti amici di attivisti di sinistra o comunisti.

L’analogia del vostro volume con il Libro Nero del Comunismo viene spontanea. Tuttavia nell’introduzione scrivi che l’Handbook presenta differenze sostanziali con il polemico lavoro di Stéphane Courtois. In che senso? Vi era in voi l’intenzione di scrivere un lavoro metodologicamente simile a esso ma rivolto contro l’anticomunismo?

Il nostro Handbook è privo del furore ideologico del cosiddetto Libro Nero del Comunismo e non fornisce un inventario paese per paese delle atrocità statali, come fece quel volume. Piuttosto, esaminiamo una serie di aspetti interconnessi della persecuzione anticomunista. Ciò include il tentativo di comprendere la persecuzione come un’interazione complessa tra diversi gruppi sociali. Questo significa che alcuni dei contributi del libro analizzano le azioni e le reazioni di coloro che sono stati perseguitati, mentre altri si occupano di persecutori non statali, ovvero non solo dello Stato. Metodologicamente, questo interesse per la storia sociale rappresenta un altro punto di distanza dal cosiddetto Libro Nero. 

Il nostro manuale si discosta inoltre da altri approcci che dipingono i comunisti perseguitati in modo puramente eroico, così come da quegli studi che si concentrano sulla sopravvivenza dell’apparato di partito sottoposto alla repressione mostrando un interesse relativamente scarso per la sorte degli individui.

Come emerge anche da Il Metodo Giacarta di Vincent Bevins, lo sterminio di massa è stato un modo abituale con cui sono stati trattati i comunisti, assieme spesso alle loro famiglie e proprie comunità di appartenenza. Nel 2025 propagandisti di area trumpiana invocano metodi simili (come per esempio nel libello Unhuman, che gode della presentazione di J.D. Vance). A tuo giudizio, per quale motivo i «comunisti» (tra virgolette, perché ben pochi si definiscono così) stimolano questo processo di disumanizzazione e odio?

Perché forse l’Indonesia, gli Usa, ecc. sono paesi capitalisti e i comunisti promettono di abolire il capitalismo? Ci si può chiedere perché esponenti della destra politica di vario tipo – sebbene molti autoproclamatosi di sinistra abbiano anch’essi preso parte a persecuzioni anticomuniste sanguinarie, come nel 1965 in Indonesia – accusino di comunismo persone o movimenti in paesi dove non esiste nemmeno un movimento degno di questo nome. L’Handbook offre alcuni spunti al riguardo. Ad esempio, la repressione anticomunista in assenza di comunisti è servita da pretesto per l’autoritarismo in generale, per delegittimare l’opposizione e diffondere terrore e intimidazione, è stata utilizzata per spiegare il malcontento sociale negando l’esistenza di ragioni di protesta genuine, ed è stata infine impiegata da regimi post-coloniali che, semplicemente, hanno continuato la tradizione degli ex-colonizzatori organizzando arresti arbitrari.

La disumanizzazione, inoltre, è stata una componente standard delle persecuzioni anticomuniste per oltre 150 anni, così come lo è stata precedentemente nella distruzione dei popoli indigeni, tra gli altri. Questa disumanizzazione è strumentale e non deve sorprendere, provenendo da elementi razzisti e sostenitori del capitalismo.

Dal vostro lavoro si osserva come la repressione anticomunista si è intrecciata ripetutamente con quella razziale e colonizzatrice. Negli Usa a favore dei neri, in Indonesia verso i cinesi, in India verso i dalit, l’azione dei comunisti è stata quella di rappresentare le rivendicazioni di queste popolazioni oppresse. E i comunisti sono stati in prima linea di moltissime lotte anticoloniali. Esiste un modello definito nel rapporto tra razzismo, colonialismo e anticomunismo?

Diversi capitoli del manuale affrontano questa relazione (ad esempio quelli di Kim Dong-Choon, Robbie Lieberman e Clemens Six), e non esiste un modello univoco. Si possono però evidenziare alcuni aspetti. In linea con l’internazionalismo proletario e con la scelta di schierarsi a fianco dei gruppi subalterni sfruttati, i comunisti hanno spesso combattuto la discriminazione etnico-razziale e l’oppressione statale che ne derivava, sostenendo i diritti uguali, le richieste di autonomia regionale o l’indipendenza nazionale delle colonie (sebbene non sempre, come dimostra il caso del Partito comunista francese negli anni Cinquanta). Inoltre, questi gruppi oppressi sono generalmente poveri, perciò ottenere l’indipendenza nazionale o una reale uguaglianza di diritti – come per le persone di colore negli Stati uniti – implica necessariamente cambiamenti sostanziali nella stratificazione sociale. Anche se l’ascesa sociale di gruppi finora oppressi non equivale a una rivoluzione sociale, può comunque portare a una certa redistribuzione della ricchezza. Gli anticomunisti mirano quindi a impedire questo cambiamento o a limitarlo, come avvenne durante l’indipendenza della Malesia, quando i britannici favorirono le élite borghesi e aristocratiche locali come loro successori. Come nota a margine, il Partito comunista indonesiano si oppose alla discriminazione delle persone di origine cinese in Indonesia, ma assunse una posizione ambivalente verso di loro, poiché molti cinesi erano considerati commercianti.

Come spieghi il ruolo dell’anticomunismo come ideologia di Stato? In Indonesia, Corea del Sud, Malesia o anche Germania e paesi baltici quest’ideologia dimostra di avere una grande capacità di legittimazione, di coesione e di mobilitazione nazionale.

I casi che menzioni hanno qualcosa in comune. Si tratta di paesi capitalisti che hanno vissuto, o vivono, una contrapposizione diretta con uno Stato socialista (come Corea e Germania), oppure che furono un tempo Stati socialisti guidati da comunisti, o parte di essi (i Paesi baltici, o si pensi a Polonia, Ungheria e Ucraina). Oppure, ancora, l’eredità di un tempo potente partito comunista di massa continua a influenzare, a distanza di molto tempo dalla sua soppressione, le politiche nazionali repressive e il modello sociale, come in Indonesia e, in misura minore, in Malesia, con la sua insurrezione comunista durata 41 anni (1948-1989). Lo Stato capitalista in questi paesi e le élite borghesi reagiscono ancora oggi con il divieto di partiti, simboli e/o dottrine comuniste perché i loro interessi furono realmente minacciati dai comunisti in passato, o lo sono ancora, come in Corea. In molti di questi Stati, le politiche di crescita economica, una presunta «ricchezza per tutti» e il consumismo di massa vengono promosse con particolare vigore, come nella Repubblica Federale Tedesca, Corea del Sud, Ungheria, Malesia e Singapore – presumibilmente come antidoto al «comunismo». Tuttavia, nonostante tutto il potenziale di mobilitazione e legittimazione dell’anticomunismo, la documentazione storica ne mostra anche i limiti in termini di coesione. Questa fragilità può essere spiegata con il carattere eterogeneo dei movimenti anticomunisti e dei loro motivi, il che rende le coalizioni e i partiti politici anticomunisti a volte instabili ed effimeri.

Il comunismo storicamente viene accusato in quanto forma di governo. Possiamo fare un discorso del genere per l’anticomunismo? Credi che vi sia un legame tra esso e forme di governo e modelli economici autoritari?

In primo luogo, il comunismo non è una forma di governo. Nel comunismo, lo Stato dovrebbe «svanire», se si seguono Marx e Lenin. Parlando in senso stretto, non può esistere uno Stato comunista perché nel comunismo non c’è Stato. In molti paesi governati da partiti comunisti si è raggiunta una fase intermedia chiamata socialismo. Ma nessun paese, nessun governo e nessun partito ha mai dichiarato di aver raggiunto la fase del comunismo, cioè la società comunista. In secondo luogo, le persecuzioni anticomuniste sanguinose si sono verificate sotto varie forme di governo: fasciste e autoritarie di destra, «liberali» e borghesi democratiche, in Stati coloniali, neocoloniali, postcoloniali e in Stati nazionali mai colonizzati.

Si può dire, inoltre, che persecuzioni di massa contro comunisti si sono verificate anche in alcuni paesi socialisti, come l’Unione sovietica negli anni Trenta e la Cina negli anni Sessanta e Settanta, con fenomeni molto simili: attribuzione di un’enorme influenza sulle masse agli individui perseguitati, criminalizzazione delle idee e non solo delle azioni, sospetto e denunce di massa, repressione nei confronti dei semplici parenti dei comunisti, rinunce di massa dei comunisti alle proprie convinzioni precedenti o comportamenti evasivi da parte di chi era perseguitato. Tutto ciò significa che la persecuzione anticomunista non è legata a una forma di governo o a un modello economico specifico, e non richiede un sistema politico autoritario. In altre parole, anche il liberalismo può essere repressivo e provocare stermini di massa.

Inoltre, le grandi persecuzioni anticomuniste non si sono verificate in un’unica epoca storica: sono avvenute sia in tempo di pace sia durante le guerre, durante crisi economiche ma talvolta anche nei periodi di boom, e praticamente su tutti i continenti. Non tutte le implicazioni di questa varietà sono ancora comprese, ma una cosa è chiara: la diversità dei sistemi che hanno perseguitato i comunisti indica che esistono radici sociali di queste persecuzioni al di là del sistema politico o della forma di governo.

Affermate che esiste un legame tra anticomunismo e accumulazione del capitale. In cosa consiste? 

Ci sono stati vari tipi di collegamento tra anticomunismo e accumulazione del capitale. Quando i regimi capitalisti hanno dovuto competere con la visione sociale degli insorti di sinistra in guerre di guerriglia, molti hanno cercato di trasformare completamente il volto delle campagne, spostando con la forza la popolazione da vaste aree rurali e concentrandola in campi o insediamenti recintati, spesso supportati da milizie. Spesso questo significava privare la popolazione rurale della propria terra e offrirle uno «sviluppo», trasformando le persone in lavoratori salariati, piccoli imprenditori o membri della polizia. Si trattava di una vera e propria ingegneria sociale di vasta scala e di una ristrutturazione degli insediamenti come strategia di controinsurrezione, fenomeno che si è verificato in molti paesi. Nel manuale, James Shrader descrive questi processi per l’Argentina e, in parte, Bernard D’Mello e Gautam Navlakha per l’India. 

Nell’Unione sovietica degli anni Trenta, la collettivizzazione forzata dell’agricoltura e la rapida industrializzazione provocarono forti sconvolgimenti sociali, miseria e migrazioni, fenomeni che possono essere collegati alle persecuzioni politiche successive, come evidenziato da Wendy Goldman nel manuale.

Un altro caso importante è trattato nel mio libro più recente How the World Hunger Problem Was Not Solved. L’approccio cosiddetto dei piccoli contadini divenne egemone nelle politiche di sviluppo internazionale all’inizio degli anni Settanta. L’idea era rendere «sostenibili» circa 100 milioni di piccole e piccolissime aziende agricole familiari tramite input e tecniche agricole «moderne», anziché espropriarne la maggior parte a favore di grandi aziende e ottenere manodopera a basso costo per le industrie emergenti. Queste piccole aziende dovevano diventare la base economica per la crescita e per l’industrializzazione dal basso. Apparentemente finalizzato a eliminare la povertà estrema e la fame nel mondo, questo programma servì in realtà a diversi scopi, tra cui gli interessi più diretti delle grandi imprese. Uno di questi era combattere il malcontento rurale, prevenire disordini e rivolte contadine in Asia, America latina e Africa, dove molte insurrezioni marxiste sembravano vincere. Gli esiti di questo enorme programma furono misti, per quanto riguarda la lotta contro il «comunismo».

Naturalmente, altri adattamenti del modello capitalista per prevenire il comunismo sono ben noti. Uno fu l’introduzione di politiche sociali per pacificare i lavoratori (che iniziò con l’introduzione dei primi elementi di assicurazione sociale, solo per gruppi selezionati di lavoratori urbani politicamente rilevanti, durante il divieto del Partito socialdemocratico nella Germania di Bismarck negli anni Ottanta dell’Ottocento). Questo intervento si intensificò quando gli Stati capitalisti dovettero confrontarsi con gli Stati socialisti a livello internazionale. Un altro adattamento fu il consumismo di massa, anch’esso finalizzato a pacificare i lavoratori, oltre che a creare mercati nazionali più grandi e domanda per i prodotti delle imprese industriali.

Nella nuova destra di Trump, Milei e Bolsonaro l’anticomunismo è un pilastro fondamentale, come dimostra il Project 2025 dell’Heritage Foundation, in un discorso che si intreccia con l’islamofobia e l’ostilità ai diritti civili. Come spieghi quest’auge dell’anticomunismo in assenza di comunismo? 

Innanzitutto, accusare persone o movimenti di essere comunisti continua a essere un modo comodo per escluderli dal dibattito politico. Come scriveva Friedrich Engels nel 1872: «Esiste forse un’opposizione che non sia stata accusata di comunismo dai suoi avversari al potere?». Questo resta vero ancora oggi. In questo senso, la «nuova» destra non è poi così nuova.

In secondo luogo, i regimi di Trump, Milei e Bolsonaro sono o sono stati governi al servizio del grande capitale, che spinge milioni di persone nella miseria per arricchire sé stessi e la propria clientela. Accusando chi si oppone di essere comunista, cercano di giustificare la loro aggressività e di reprimere gli avversari.

Terzo, e più fondamentale, quello che fanno Trump & Co. forse non è così assurdo. Dopotutto, le persone che non sono comuniste solo di nome ma vogliono davvero il comunismo (e il socialismo – la proprietà comune dei mezzi di produzione – come tappa verso di esso) rappresentano l’unica vera minaccia al capitalismo, per quanto piccolo possa sembrare il movimento comunista in un dato paese.

Nicola Tanno è laureato in scienze politiche e in analisi economica delle istituzioni Internazionali presso l’Università Sapienza di Roma. Ha pubblicato Tutta colpa di Robben (Ensemble, 2012). Vive e lavora da anni a Barcellona.

Christian Gerlach è professore di Storia contemporanea presso l’Università di Berna, in Svizzera. È uno storico globale i cui interessi di ricerca comprendono la Germania nazista e la Seconda guerra mondiale, la violenza di massa in prospettiva comparata e la storia dell’alimentazione, della fame e delle politiche di sviluppo. È autore di How the World Hunger Problem Was Not Solved (2024), The Extermination of the European Jews (2016), Extremely Violent Societies: Mass Violence in the Twentieth-Century World (2010), Calculated Murder: The German Economic and Extermination Policy in Belarus (1999) e War, Food, Genocide: Studies on the German Extermination Policy in World War II (1998). 

1/11/2025 Le persecuzioni anticomuniste di massa, spesso rimosse, nell’ultimo secolo e mezzo si sono verificate sotto varie forme di governo: fasciste, socialiste, «liberali», in Stati coloniali, neocoloniali, postcoloniali e in Stati nazionali mai colonizzati

La recente canonizzazione politica operata dall’estrema destra attorno a Charlie Kirk riporta in primo piano il tema del martirologio politico: l’elenco di vittime uccise o represse dagli avversari per legittimare la propria causa e alimentare un senso di identificazione collettiva. Negli ultimi decenni, infatti, la narrazione delle «vittime del comunismo» è diventata centrale per fissare l’anticomunismo come uno dei pilastri dell’identità politica occidentale del post-Guerra fredda. Parallelamente, nella definizione dei genocidi del Novecento, gli intellettuali liberali tendono a riconoscere come eventi eccezionali soltanto la Shoah e, più di recente, l’Holodomor, escludendo sistematicamente i massacri legati alle politiche dei paesi capitalisti: dalle carestie (come in Irlanda e India) agli stermini coloniali fino ai crimini imperialisti del Novecento (Vietnam, Corea, Timor Est).

Ma soprattutto, persiste un’amnesia quasi totale riguardo ai massacri e alle persecuzioni subite dai militanti della sinistra anticapitalista. È proprio questo vuoto che ha colmato The Palgrave Handbook of Anti-Communist Persecutions (2020), curato da Christian Gerlach e Clement Six: un’opera che, in prospettiva comparata, ricostruisce un secolo e mezzo di repressioni contro la sinistra e racconta la storia di molte delle vittime dell’anticomunismo. Il quadro che emerge dal volume ne svela il suo vero volto: quello di un’ideologia violenta che ha usato l’etichetta di «comunismo» per colpire chiunque mettesse in discussione il capitalismo, il razzismo, il sessismo e il colonialismo.

Christian Gerlach, professore di storia contemporanea all’Università di Berna, ne ha parlato con Jacobin Italia.

L’Handbook è un’opera che studia le pratiche repressive dell’anticomunismo e non si concentra molto su questioni teoriche. Tuttavia non si può evitare di chiederti cosa intendete voi per «anticomunismo». È la semplice opposizione al comunismo o lo considerate un concetto più ampio? In altre parole, si può essere anticomunisti anche se le vittime non si definiscono «comuniste»?

Non sono sicuro che esista una vera e propria teoria dell’anticomunismo. La maggior parte della ricerca in questo campo si concentra su una storia delle idee politiche, perché è questo che interessa di più agli intellettuali. Tuttavia, ciò è molto lontano dalla vita reale. Gli studiosi hanno definizioni diverse di anticomunismo, e lo stesso vale per i collaboratori dell’Handbook. Personalmente, sono tra quelli che pensano che l’anticomunismo non sia un’ideologia coerente e monolitica, ma un insieme sfaccettato di varie idee. Queste idee sono state mobilitate – e vengono tuttora mobilitate – contro ogni sorta di movimento politico che avesse anche solo vagamente un aspetto progressista, inclusi i movimenti operai, contadini, delle donne, giovanili, etnico-razziali, nazionali, indigeni e anche alcuni movimenti religiosi. Di conseguenza, la maggior parte delle persone che soffrono e muoiono nelle persecuzioni anticomuniste non sono affatto comuniste. Piuttosto, vengono colpite perché i persecutori le associano alla sinistra, perché risiedono in zone considerate focolai di insurrezione, o semplicemente perché sono parenti o presunti amici di attivisti di sinistra o comunisti.

L’analogia del vostro volume con il Libro Nero del Comunismo viene spontanea. Tuttavia nell’introduzione scrivi che l’Handbook presenta differenze sostanziali con il polemico lavoro di Stéphane Courtois. In che senso? Vi era in voi l’intenzione di scrivere un lavoro metodologicamente simile a esso ma rivolto contro l’anticomunismo?

Il nostro Handbook è privo del furore ideologico del cosiddetto Libro Nero del Comunismo e non fornisce un inventario paese per paese delle atrocità statali, come fece quel volume. Piuttosto, esaminiamo una serie di aspetti interconnessi della persecuzione anticomunista. Ciò include il tentativo di comprendere la persecuzione come un’interazione complessa tra diversi gruppi sociali. Questo significa che alcuni dei contributi del libro analizzano le azioni e le reazioni di coloro che sono stati perseguitati, mentre altri si occupano di persecutori non statali, ovvero non solo dello Stato. Metodologicamente, questo interesse per la storia sociale rappresenta un altro punto di distanza dal cosiddetto Libro Nero. 

Il nostro manuale si discosta inoltre da altri approcci che dipingono i comunisti perseguitati in modo puramente eroico, così come da quegli studi che si concentrano sulla sopravvivenza dell’apparato di partito sottoposto alla repressione mostrando un interesse relativamente scarso per la sorte degli individui.

Come emerge anche da Il Metodo Giacarta di Vincent Bevins, lo sterminio di massa è stato un modo abituale con cui sono stati trattati i comunisti, assieme spesso alle loro famiglie e proprie comunità di appartenenza. Nel 2025 propagandisti di area trumpiana invocano metodi simili (come per esempio nel libello Unhuman, che gode della presentazione di J.D. Vance). A tuo giudizio, per quale motivo i «comunisti» (tra virgolette, perché ben pochi si definiscono così) stimolano questo processo di disumanizzazione e odio?

Perché forse l’Indonesia, gli Usa, ecc. sono paesi capitalisti e i comunisti promettono di abolire il capitalismo? Ci si può chiedere perché esponenti della destra politica di vario tipo – sebbene molti autoproclamatosi di sinistra abbiano anch’essi preso parte a persecuzioni anticomuniste sanguinarie, come nel 1965 in Indonesia – accusino di comunismo persone o movimenti in paesi dove non esiste nemmeno un movimento degno di questo nome. L’Handbook offre alcuni spunti al riguardo. Ad esempio, la repressione anticomunista in assenza di comunisti è servita da pretesto per l’autoritarismo in generale, per delegittimare l’opposizione e diffondere terrore e intimidazione, è stata utilizzata per spiegare il malcontento sociale negando l’esistenza di ragioni di protesta genuine, ed è stata infine impiegata da regimi post-coloniali che, semplicemente, hanno continuato la tradizione degli ex-colonizzatori organizzando arresti arbitrari.

La disumanizzazione, inoltre, è stata una componente standard delle persecuzioni anticomuniste per oltre 150 anni, così come lo è stata precedentemente nella distruzione dei popoli indigeni, tra gli altri. Questa disumanizzazione è strumentale e non deve sorprendere, provenendo da elementi razzisti e sostenitori del capitalismo.

Dal vostro lavoro si osserva come la repressione anticomunista si è intrecciata ripetutamente con quella razziale e colonizzatrice. Negli Usa a favore dei neri, in Indonesia verso i cinesi, in India verso i dalit, l’azione dei comunisti è stata quella di rappresentare le rivendicazioni di queste popolazioni oppresse. E i comunisti sono stati in prima linea di moltissime lotte anticoloniali. Esiste un modello definito nel rapporto tra razzismo, colonialismo e anticomunismo?

Diversi capitoli del manuale affrontano questa relazione (ad esempio quelli di Kim Dong-Choon, Robbie Lieberman e Clemens Six), e non esiste un modello univoco. Si possono però evidenziare alcuni aspetti. In linea con l’internazionalismo proletario e con la scelta di schierarsi a fianco dei gruppi subalterni sfruttati, i comunisti hanno spesso combattuto la discriminazione etnico-razziale e l’oppressione statale che ne derivava, sostenendo i diritti uguali, le richieste di autonomia regionale o l’indipendenza nazionale delle colonie (sebbene non sempre, come dimostra il caso del Partito comunista francese negli anni Cinquanta). Inoltre, questi gruppi oppressi sono generalmente poveri, perciò ottenere l’indipendenza nazionale o una reale uguaglianza di diritti – come per le persone di colore negli Stati uniti – implica necessariamente cambiamenti sostanziali nella stratificazione sociale. Anche se l’ascesa sociale di gruppi finora oppressi non equivale a una rivoluzione sociale, può comunque portare a una certa redistribuzione della ricchezza. Gli anticomunisti mirano quindi a impedire questo cambiamento o a limitarlo, come avvenne durante l’indipendenza della Malesia, quando i britannici favorirono le élite borghesi e aristocratiche locali come loro successori. Come nota a margine, il Partito comunista indonesiano si oppose alla discriminazione delle persone di origine cinese in Indonesia, ma assunse una posizione ambivalente verso di loro, poiché molti cinesi erano considerati commercianti.

Come spieghi il ruolo dell’anticomunismo come ideologia di Stato? In Indonesia, Corea del Sud, Malesia o anche Germania e paesi baltici quest’ideologia dimostra di avere una grande capacità di legittimazione, di coesione e di mobilitazione nazionale.

I casi che menzioni hanno qualcosa in comune. Si tratta di paesi capitalisti che hanno vissuto, o vivono, una contrapposizione diretta con uno Stato socialista (come Corea e Germania), oppure che furono un tempo Stati socialisti guidati da comunisti, o parte di essi (i Paesi baltici, o si pensi a Polonia, Ungheria e Ucraina). Oppure, ancora, l’eredità di un tempo potente partito comunista di massa continua a influenzare, a distanza di molto tempo dalla sua soppressione, le politiche nazionali repressive e il modello sociale, come in Indonesia e, in misura minore, in Malesia, con la sua insurrezione comunista durata 41 anni (1948-1989). Lo Stato capitalista in questi paesi e le élite borghesi reagiscono ancora oggi con il divieto di partiti, simboli e/o dottrine comuniste perché i loro interessi furono realmente minacciati dai comunisti in passato, o lo sono ancora, come in Corea. In molti di questi Stati, le politiche di crescita economica, una presunta «ricchezza per tutti» e il consumismo di massa vengono promosse con particolare vigore, come nella Repubblica Federale Tedesca, Corea del Sud, Ungheria, Malesia e Singapore – presumibilmente come antidoto al «comunismo». Tuttavia, nonostante tutto il potenziale di mobilitazione e legittimazione dell’anticomunismo, la documentazione storica ne mostra anche i limiti in termini di coesione. Questa fragilità può essere spiegata con il carattere eterogeneo dei movimenti anticomunisti e dei loro motivi, il che rende le coalizioni e i partiti politici anticomunisti a volte instabili ed effimeri.

Il comunismo storicamente viene accusato in quanto forma di governo. Possiamo fare un discorso del genere per l’anticomunismo? Credi che vi sia un legame tra esso e forme di governo e modelli economici autoritari?

In primo luogo, il comunismo non è una forma di governo. Nel comunismo, lo Stato dovrebbe «svanire», se si seguono Marx e Lenin. Parlando in senso stretto, non può esistere uno Stato comunista perché nel comunismo non c’è Stato. In molti paesi governati da partiti comunisti si è raggiunta una fase intermedia chiamata socialismo. Ma nessun paese, nessun governo e nessun partito ha mai dichiarato di aver raggiunto la fase del comunismo, cioè la società comunista. In secondo luogo, le persecuzioni anticomuniste sanguinose si sono verificate sotto varie forme di governo: fasciste e autoritarie di destra, «liberali» e borghesi democratiche, in Stati coloniali, neocoloniali, postcoloniali e in Stati nazionali mai colonizzati.

Si può dire, inoltre, che persecuzioni di massa contro comunisti si sono verificate anche in alcuni paesi socialisti, come l’Unione sovietica negli anni Trenta e la Cina negli anni Sessanta e Settanta, con fenomeni molto simili: attribuzione di un’enorme influenza sulle masse agli individui perseguitati, criminalizzazione delle idee e non solo delle azioni, sospetto e denunce di massa, repressione nei confronti dei semplici parenti dei comunisti, rinunce di massa dei comunisti alle proprie convinzioni precedenti o comportamenti evasivi da parte di chi era perseguitato. Tutto ciò significa che la persecuzione anticomunista non è legata a una forma di governo o a un modello economico specifico, e non richiede un sistema politico autoritario. In altre parole, anche il liberalismo può essere repressivo e provocare stermini di massa.

Inoltre, le grandi persecuzioni anticomuniste non si sono verificate in un’unica epoca storica: sono avvenute sia in tempo di pace sia durante le guerre, durante crisi economiche ma talvolta anche nei periodi di boom, e praticamente su tutti i continenti. Non tutte le implicazioni di questa varietà sono ancora comprese, ma una cosa è chiara: la diversità dei sistemi che hanno perseguitato i comunisti indica che esistono radici sociali di queste persecuzioni al di là del sistema politico o della forma di governo.

Affermate che esiste un legame tra anticomunismo e accumulazione del capitale. In cosa consiste? 

Ci sono stati vari tipi di collegamento tra anticomunismo e accumulazione del capitale. Quando i regimi capitalisti hanno dovuto competere con la visione sociale degli insorti di sinistra in guerre di guerriglia, molti hanno cercato di trasformare completamente il volto delle campagne, spostando con la forza la popolazione da vaste aree rurali e concentrandola in campi o insediamenti recintati, spesso supportati da milizie. Spesso questo significava privare la popolazione rurale della propria terra e offrirle uno «sviluppo», trasformando le persone in lavoratori salariati, piccoli imprenditori o membri della polizia. Si trattava di una vera e propria ingegneria sociale di vasta scala e di una ristrutturazione degli insediamenti come strategia di controinsurrezione, fenomeno che si è verificato in molti paesi. Nel manuale, James Shrader descrive questi processi per l’Argentina e, in parte, Bernard D’Mello e Gautam Navlakha per l’India. 

Nell’Unione sovietica degli anni Trenta, la collettivizzazione forzata dell’agricoltura e la rapida industrializzazione provocarono forti sconvolgimenti sociali, miseria e migrazioni, fenomeni che possono essere collegati alle persecuzioni politiche successive, come evidenziato da Wendy Goldman nel manuale.

Un altro caso importante è trattato nel mio libro più recente How the World Hunger Problem Was Not Solved. L’approccio cosiddetto dei piccoli contadini divenne egemone nelle politiche di sviluppo internazionale all’inizio degli anni Settanta. L’idea era rendere «sostenibili» circa 100 milioni di piccole e piccolissime aziende agricole familiari tramite input e tecniche agricole «moderne», anziché espropriarne la maggior parte a favore di grandi aziende e ottenere manodopera a basso costo per le industrie emergenti. Queste piccole aziende dovevano diventare la base economica per la crescita e per l’industrializzazione dal basso. Apparentemente finalizzato a eliminare la povertà estrema e la fame nel mondo, questo programma servì in realtà a diversi scopi, tra cui gli interessi più diretti delle grandi imprese. Uno di questi era combattere il malcontento rurale, prevenire disordini e rivolte contadine in Asia, America latina e Africa, dove molte insurrezioni marxiste sembravano vincere. Gli esiti di questo enorme programma furono misti, per quanto riguarda la lotta contro il «comunismo».

Naturalmente, altri adattamenti del modello capitalista per prevenire il comunismo sono ben noti. Uno fu l’introduzione di politiche sociali per pacificare i lavoratori (che iniziò con l’introduzione dei primi elementi di assicurazione sociale, solo per gruppi selezionati di lavoratori urbani politicamente rilevanti, durante il divieto del Partito socialdemocratico nella Germania di Bismarck negli anni Ottanta dell’Ottocento). Questo intervento si intensificò quando gli Stati capitalisti dovettero confrontarsi con gli Stati socialisti a livello internazionale. Un altro adattamento fu il consumismo di massa, anch’esso finalizzato a pacificare i lavoratori, oltre che a creare mercati nazionali più grandi e domanda per i prodotti delle imprese industriali.

Nella nuova destra di Trump, Milei e Bolsonaro l’anticomunismo è un pilastro fondamentale, come dimostra il Project 2025 dell’Heritage Foundation, in un discorso che si intreccia con l’islamofobia e l’ostilità ai diritti civili. Come spieghi quest’auge dell’anticomunismo in assenza di comunismo? 

Innanzitutto, accusare persone o movimenti di essere comunisti continua a essere un modo comodo per escluderli dal dibattito politico. Come scriveva Friedrich Engels nel 1872: «Esiste forse un’opposizione che non sia stata accusata di comunismo dai suoi avversari al potere?». Questo resta vero ancora oggi. In questo senso, la «nuova» destra non è poi così nuova.

In secondo luogo, i regimi di Trump, Milei e Bolsonaro sono o sono stati governi al servizio del grande capitale, che spinge milioni di persone nella miseria per arricchire sé stessi e la propria clientela. Accusando chi si oppone di essere comunista, cercano di giustificare la loro aggressività e di reprimere gli avversari.

Terzo, e più fondamentale, quello che fanno Trump & Co. forse non è così assurdo. Dopotutto, le persone che non sono comuniste solo di nome ma vogliono davvero il comunismo (e il socialismo – la proprietà comune dei mezzi di produzione – come tappa verso di esso) rappresentano l’unica vera minaccia al capitalismo, per quanto piccolo possa sembrare il movimento comunista in un dato paese.

*Nicola Tanno è laureato in scienze politiche e in analisi economica delle istituzioni Internazionali presso l’Università Sapienza di Roma. Ha pubblicato Tutta colpa di Robben (Ensemble, 2012). Vive e lavora da anni a Barcellona.Christian Gerlach è professore di Storia contemporanea presso l’Università di Berna, in Svizzera. È uno storico globale i cui interessi di ricerca comprendono la Germania nazista e la Seconda guerra mondiale, la violenza di massa in prospettiva comparata e la storia dell’alimentazione, della fame e delle politiche di sviluppo. È autore di How the World Hunger Problem Was Not Solved (2024), The Extermination of the European Jews (2016), Extremely Violent Societies: Mass Violence in the Twentieth-Century World (2010), Calculated Murder: The German Economic and Extermination Policy in Belarus (1999) e War, Food, Genocide: Studies on the German Extermination Policy in World War II (1998). 

1/11/2025 Le persecuzioni anticomuniste di massa, spesso rimosse, nell’ultimo secolo e mezzo si sono verificate sotto varie forme di governo: fasciste, socialiste, «liberali», in Stati coloniali, neocoloniali, postcoloniali e in Stati nazionali mai colonizzati

La recente canonizzazione politica operata dall’estrema destra attorno a Charlie Kirk riporta in primo piano il tema del martirologio politico: l’elenco di vittime uccise o represse dagli avversari per legittimare la propria causa e alimentare un senso di identificazione collettiva. Negli ultimi decenni, infatti, la narrazione delle «vittime del comunismo» è diventata centrale per fissare l’anticomunismo come uno dei pilastri dell’identità politica occidentale del post-Guerra fredda. Parallelamente, nella definizione dei genocidi del Novecento, gli intellettuali liberali tendono a riconoscere come eventi eccezionali soltanto la Shoah e, più di recente, l’Holodomor, escludendo sistematicamente i massacri legati alle politiche dei paesi capitalisti: dalle carestie (come in Irlanda e India) agli stermini coloniali fino ai crimini imperialisti del Novecento (Vietnam, Corea, Timor Est).

Ma soprattutto, persiste un’amnesia quasi totale riguardo ai massacri e alle persecuzioni subite dai militanti della sinistra anticapitalista. È proprio questo vuoto che ha colmato The Palgrave Handbook of Anti-Communist Persecutions (2020), curato da Christian Gerlach e Clement Six: un’opera che, in prospettiva comparata, ricostruisce un secolo e mezzo di repressioni contro la sinistra e racconta la storia di molte delle vittime dell’anticomunismo. Il quadro che emerge dal volume ne svela il suo vero volto: quello di un’ideologia violenta che ha usato l’etichetta di «comunismo» per colpire chiunque mettesse in discussione il capitalismo, il razzismo, il sessismo e il colonialismo.

Christian Gerlach, professore di storia contemporanea all’Università di Berna, ne ha parlato con Jacobin Italia.

L’Handbook è un’opera che studia le pratiche repressive dell’anticomunismo e non si concentra molto su questioni teoriche. Tuttavia non si può evitare di chiederti cosa intendete voi per «anticomunismo». È la semplice opposizione al comunismo o lo considerate un concetto più ampio? In altre parole, si può essere anticomunisti anche se le vittime non si definiscono «comuniste»?

Non sono sicuro che esista una vera e propria teoria dell’anticomunismo. La maggior parte della ricerca in questo campo si concentra su una storia delle idee politiche, perché è questo che interessa di più agli intellettuali. Tuttavia, ciò è molto lontano dalla vita reale. Gli studiosi hanno definizioni diverse di anticomunismo, e lo stesso vale per i collaboratori dell’Handbook. Personalmente, sono tra quelli che pensano che l’anticomunismo non sia un’ideologia coerente e monolitica, ma un insieme sfaccettato di varie idee. Queste idee sono state mobilitate – e vengono tuttora mobilitate – contro ogni sorta di movimento politico che avesse anche solo vagamente un aspetto progressista, inclusi i movimenti operai, contadini, delle donne, giovanili, etnico-razziali, nazionali, indigeni e anche alcuni movimenti religiosi. Di conseguenza, la maggior parte delle persone che soffrono e muoiono nelle persecuzioni anticomuniste non sono affatto comuniste. Piuttosto, vengono colpite perché i persecutori le associano alla sinistra, perché risiedono in zone considerate focolai di insurrezione, o semplicemente perché sono parenti o presunti amici di attivisti di sinistra o comunisti.

L’analogia del vostro volume con il Libro Nero del Comunismo viene spontanea. Tuttavia nell’introduzione scrivi che l’Handbook presenta differenze sostanziali con il polemico lavoro di Stéphane Courtois. In che senso? Vi era in voi l’intenzione di scrivere un lavoro metodologicamente simile a esso ma rivolto contro l’anticomunismo?

Il nostro Handbook è privo del furore ideologico del cosiddetto Libro Nero del Comunismo e non fornisce un inventario paese per paese delle atrocità statali, come fece quel volume. Piuttosto, esaminiamo una serie di aspetti interconnessi della persecuzione anticomunista. Ciò include il tentativo di comprendere la persecuzione come un’interazione complessa tra diversi gruppi sociali. Questo significa che alcuni dei contributi del libro analizzano le azioni e le reazioni di coloro che sono stati perseguitati, mentre altri si occupano di persecutori non statali, ovvero non solo dello Stato. Metodologicamente, questo interesse per la storia sociale rappresenta un altro punto di distanza dal cosiddetto Libro Nero. 

Il nostro manuale si discosta inoltre da altri approcci che dipingono i comunisti perseguitati in modo puramente eroico, così come da quegli studi che si concentrano sulla sopravvivenza dell’apparato di partito sottoposto alla repressione mostrando un interesse relativamente scarso per la sorte degli individui.

Come emerge anche da Il Metodo Giacarta di Vincent Bevins, lo sterminio di massa è stato un modo abituale con cui sono stati trattati i comunisti, assieme spesso alle loro famiglie e proprie comunità di appartenenza. Nel 2025 propagandisti di area trumpiana invocano metodi simili (come per esempio nel libello Unhuman, che gode della presentazione di J.D. Vance). A tuo giudizio, per quale motivo i «comunisti» (tra virgolette, perché ben pochi si definiscono così) stimolano questo processo di disumanizzazione e odio?

Perché forse l’Indonesia, gli Usa, ecc. sono paesi capitalisti e i comunisti promettono di abolire il capitalismo? Ci si può chiedere perché esponenti della destra politica di vario tipo – sebbene molti autoproclamatosi di sinistra abbiano anch’essi preso parte a persecuzioni anticomuniste sanguinarie, come nel 1965 in Indonesia – accusino di comunismo persone o movimenti in paesi dove non esiste nemmeno un movimento degno di questo nome. L’Handbook offre alcuni spunti al riguardo. Ad esempio, la repressione anticomunista in assenza di comunisti è servita da pretesto per l’autoritarismo in generale, per delegittimare l’opposizione e diffondere terrore e intimidazione, è stata utilizzata per spiegare il malcontento sociale negando l’esistenza di ragioni di protesta genuine, ed è stata infine impiegata da regimi post-coloniali che, semplicemente, hanno continuato la tradizione degli ex-colonizzatori organizzando arresti arbitrari.

La disumanizzazione, inoltre, è stata una componente standard delle persecuzioni anticomuniste per oltre 150 anni, così come lo è stata precedentemente nella distruzione dei popoli indigeni, tra gli altri. Questa disumanizzazione è strumentale e non deve sorprendere, provenendo da elementi razzisti e sostenitori del capitalismo.

Dal vostro lavoro si osserva come la repressione anticomunista si è intrecciata ripetutamente con quella razziale e colonizzatrice. Negli Usa a favore dei neri, in Indonesia verso i cinesi, in India verso i dalit, l’azione dei comunisti è stata quella di rappresentare le rivendicazioni di queste popolazioni oppresse. E i comunisti sono stati in prima linea di moltissime lotte anticoloniali. Esiste un modello definito nel rapporto tra razzismo, colonialismo e anticomunismo?

Diversi capitoli del manuale affrontano questa relazione (ad esempio quelli di Kim Dong-Choon, Robbie Lieberman e Clemens Six), e non esiste un modello univoco. Si possono però evidenziare alcuni aspetti. In linea con l’internazionalismo proletario e con la scelta di schierarsi a fianco dei gruppi subalterni sfruttati, i comunisti hanno spesso combattuto la discriminazione etnico-razziale e l’oppressione statale che ne derivava, sostenendo i diritti uguali, le richieste di autonomia regionale o l’indipendenza nazionale delle colonie (sebbene non sempre, come dimostra il caso del Partito comunista francese negli anni Cinquanta). Inoltre, questi gruppi oppressi sono generalmente poveri, perciò ottenere l’indipendenza nazionale o una reale uguaglianza di diritti – come per le persone di colore negli Stati uniti – implica necessariamente cambiamenti sostanziali nella stratificazione sociale. Anche se l’ascesa sociale di gruppi finora oppressi non equivale a una rivoluzione sociale, può comunque portare a una certa redistribuzione della ricchezza. Gli anticomunisti mirano quindi a impedire questo cambiamento o a limitarlo, come avvenne durante l’indipendenza della Malesia, quando i britannici favorirono le élite borghesi e aristocratiche locali come loro successori. Come nota a margine, il Partito comunista indonesiano si oppose alla discriminazione delle persone di origine cinese in Indonesia, ma assunse una posizione ambivalente verso di loro, poiché molti cinesi erano considerati commercianti.

Come spieghi il ruolo dell’anticomunismo come ideologia di Stato? In Indonesia, Corea del Sud, Malesia o anche Germania e paesi baltici quest’ideologia dimostra di avere una grande capacità di legittimazione, di coesione e di mobilitazione nazionale.

I casi che menzioni hanno qualcosa in comune. Si tratta di paesi capitalisti che hanno vissuto, o vivono, una contrapposizione diretta con uno Stato socialista (come Corea e Germania), oppure che furono un tempo Stati socialisti guidati da comunisti, o parte di essi (i Paesi baltici, o si pensi a Polonia, Ungheria e Ucraina). Oppure, ancora, l’eredità di un tempo potente partito comunista di massa continua a influenzare, a distanza di molto tempo dalla sua soppressione, le politiche nazionali repressive e il modello sociale, come in Indonesia e, in misura minore, in Malesia, con la sua insurrezione comunista durata 41 anni (1948-1989). Lo Stato capitalista in questi paesi e le élite borghesi reagiscono ancora oggi con il divieto di partiti, simboli e/o dottrine comuniste perché i loro interessi furono realmente minacciati dai comunisti in passato, o lo sono ancora, come in Corea. In molti di questi Stati, le politiche di crescita economica, una presunta «ricchezza per tutti» e il consumismo di massa vengono promosse con particolare vigore, come nella Repubblica Federale Tedesca, Corea del Sud, Ungheria, Malesia e Singapore – presumibilmente come antidoto al «comunismo». Tuttavia, nonostante tutto il potenziale di mobilitazione e legittimazione dell’anticomunismo, la documentazione storica ne mostra anche i limiti in termini di coesione. Questa fragilità può essere spiegata con il carattere eterogeneo dei movimenti anticomunisti e dei loro motivi, il che rende le coalizioni e i partiti politici anticomunisti a volte instabili ed effimeri.

Il comunismo storicamente viene accusato in quanto forma di governo. Possiamo fare un discorso del genere per l’anticomunismo? Credi che vi sia un legame tra esso e forme di governo e modelli economici autoritari?

In primo luogo, il comunismo non è una forma di governo. Nel comunismo, lo Stato dovrebbe «svanire», se si seguono Marx e Lenin. Parlando in senso stretto, non può esistere uno Stato comunista perché nel comunismo non c’è Stato. In molti paesi governati da partiti comunisti si è raggiunta una fase intermedia chiamata socialismo. Ma nessun paese, nessun governo e nessun partito ha mai dichiarato di aver raggiunto la fase del comunismo, cioè la società comunista. In secondo luogo, le persecuzioni anticomuniste sanguinose si sono verificate sotto varie forme di governo: fasciste e autoritarie di destra, «liberali» e borghesi democratiche, in Stati coloniali, neocoloniali, postcoloniali e in Stati nazionali mai colonizzati.

Si può dire, inoltre, che persecuzioni di massa contro comunisti si sono verificate anche in alcuni paesi socialisti, come l’Unione sovietica negli anni Trenta e la Cina negli anni Sessanta e Settanta, con fenomeni molto simili: attribuzione di un’enorme influenza sulle masse agli individui perseguitati, criminalizzazione delle idee e non solo delle azioni, sospetto e denunce di massa, repressione nei confronti dei semplici parenti dei comunisti, rinunce di massa dei comunisti alle proprie convinzioni precedenti o comportamenti evasivi da parte di chi era perseguitato. Tutto ciò significa che la persecuzione anticomunista non è legata a una forma di governo o a un modello economico specifico, e non richiede un sistema politico autoritario. In altre parole, anche il liberalismo può essere repressivo e provocare stermini di massa.

Inoltre, le grandi persecuzioni anticomuniste non si sono verificate in un’unica epoca storica: sono avvenute sia in tempo di pace sia durante le guerre, durante crisi economiche ma talvolta anche nei periodi di boom, e praticamente su tutti i continenti. Non tutte le implicazioni di questa varietà sono ancora comprese, ma una cosa è chiara: la diversità dei sistemi che hanno perseguitato i comunisti indica che esistono radici sociali di queste persecuzioni al di là del sistema politico o della forma di governo.

Affermate che esiste un legame tra anticomunismo e accumulazione del capitale. In cosa consiste? 

Ci sono stati vari tipi di collegamento tra anticomunismo e accumulazione del capitale. Quando i regimi capitalisti hanno dovuto competere con la visione sociale degli insorti di sinistra in guerre di guerriglia, molti hanno cercato di trasformare completamente il volto delle campagne, spostando con la forza la popolazione da vaste aree rurali e concentrandola in campi o insediamenti recintati, spesso supportati da milizie. Spesso questo significava privare la popolazione rurale della propria terra e offrirle uno «sviluppo», trasformando le persone in lavoratori salariati, piccoli imprenditori o membri della polizia. Si trattava di una vera e propria ingegneria sociale di vasta scala e di una ristrutturazione degli insediamenti come strategia di controinsurrezione, fenomeno che si è verificato in molti paesi. Nel manuale, James Shrader descrive questi processi per l’Argentina e, in parte, Bernard D’Mello e Gautam Navlakha per l’India. 

Nell’Unione sovietica degli anni Trenta, la collettivizzazione forzata dell’agricoltura e la rapida industrializzazione provocarono forti sconvolgimenti sociali, miseria e migrazioni, fenomeni che possono essere collegati alle persecuzioni politiche successive, come evidenziato da Wendy Goldman nel manuale.

Un altro caso importante è trattato nel mio libro più recente How the World Hunger Problem Was Not Solved. L’approccio cosiddetto dei piccoli contadini divenne egemone nelle politiche di sviluppo internazionale all’inizio degli anni Settanta. L’idea era rendere «sostenibili» circa 100 milioni di piccole e piccolissime aziende agricole familiari tramite input e tecniche agricole «moderne», anziché espropriarne la maggior parte a favore di grandi aziende e ottenere manodopera a basso costo per le industrie emergenti. Queste piccole aziende dovevano diventare la base economica per la crescita e per l’industrializzazione dal basso. Apparentemente finalizzato a eliminare la povertà estrema e la fame nel mondo, questo programma servì in realtà a diversi scopi, tra cui gli interessi più diretti delle grandi imprese. Uno di questi era combattere il malcontento rurale, prevenire disordini e rivolte contadine in Asia, America latina e Africa, dove molte insurrezioni marxiste sembravano vincere. Gli esiti di questo enorme programma furono misti, per quanto riguarda la lotta contro il «comunismo».

Naturalmente, altri adattamenti del modello capitalista per prevenire il comunismo sono ben noti. Uno fu l’introduzione di politiche sociali per pacificare i lavoratori (che iniziò con l’introduzione dei primi elementi di assicurazione sociale, solo per gruppi selezionati di lavoratori urbani politicamente rilevanti, durante il divieto del Partito socialdemocratico nella Germania di Bismarck negli anni Ottanta dell’Ottocento). Questo intervento si intensificò quando gli Stati capitalisti dovettero confrontarsi con gli Stati socialisti a livello internazionale. Un altro adattamento fu il consumismo di massa, anch’esso finalizzato a pacificare i lavoratori, oltre che a creare mercati nazionali più grandi e domanda per i prodotti delle imprese industriali.

Nella nuova destra di Trump, Milei e Bolsonaro l’anticomunismo è un pilastro fondamentale, come dimostra il Project 2025 dell’Heritage Foundation, in un discorso che si intreccia con l’islamofobia e l’ostilità ai diritti civili. Come spieghi quest’auge dell’anticomunismo in assenza di comunismo? 

Innanzitutto, accusare persone o movimenti di essere comunisti continua a essere un modo comodo per escluderli dal dibattito politico. Come scriveva Friedrich Engels nel 1872: «Esiste forse un’opposizione che non sia stata accusata di comunismo dai suoi avversari al potere?». Questo resta vero ancora oggi. In questo senso, la «nuova» destra non è poi così nuova.

In secondo luogo, i regimi di Trump, Milei e Bolsonaro sono o sono stati governi al servizio del grande capitale, che spinge milioni di persone nella miseria per arricchire sé stessi e la propria clientela. Accusando chi si oppone di essere comunista, cercano di giustificare la loro aggressività e di reprimere gli avversari.

Terzo, e più fondamentale, quello che fanno Trump & Co. forse non è così assurdo. Dopotutto, le persone che non sono comuniste solo di nome ma vogliono davvero il comunismo (e il socialismo – la proprietà comune dei mezzi di produzione – come tappa verso di esso) rappresentano l’unica vera minaccia al capitalismo, per quanto piccolo possa sembrare il movimento comunista in un dato paese.

Nicola Tanno è laureato in scienze politiche e in analisi economica delle istituzioni Internazionali presso l’Università Sapienza di Roma. Ha pubblicato Tutta colpa di Robben (Ensemble, 2012). Vive e lavora da anni a Barcellona.

Christian Gerlach è professore di Storia contemporanea presso l’Università di Berna, in Svizzera. È uno storico globale i cui interessi di ricerca comprendono la Germania nazista e la Seconda guerra mondiale, la violenza di massa in prospettiva comparata e la storia dell’alimentazione, della fame e delle politiche di sviluppo. È autore di How the World Hunger Problem Was Not Solved (2024), The Extermination of the European Jews (2016), Extremely Violent Societies: Mass Violence in the Twentieth-Century World (2010), Calculated Murder: The German Economic and Extermination Policy in Belarus (1999) e War, Food, Genocide: Studies on the German Extermination Policy in World War II (1998). 

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