Apocalisse al Cpr. Racconto di Marco Gabbas

Dopo la spettacolare evasione dal Cpr di Macurra, nel 2025, le temibili “Brigate negre” erano state
quasi completamente sgominate. Molti membri erano stati arrestati, altri uccisi in conflitti a fuoco.
Molte persone erano state torturate con vari metodi, come quello della “cassetta” (quello che si
chiama in inglese waterboarding) per costringerli a confessare e a denunciare i propri compagni. In
particolare, diverse squadrette di torturatori specializzati si erano accaniti sulle donne.
Particolarmente famigerate diventarono le squadre dirette da un tale Dottor De Tormentis, e un’altra
diretta da un tale Improti. A parte i pestaggi lunghi e sistematici in tutte le parti del corpo su
persone completamente nude, venivano spente le sigarette sui seni delle donne. Alcune venivano
minacciate di essere violentate con delle gambe di sedia o con delle bottiglie di vetro. Era difficile
resistere a queste torture, infatti quasi nessuno ci riusciva. Solo pochi eroi preferirono morire
piuttosto che tradire i propri compagni. In altri casi, persone che erano state costrette a cantare si
suicidarono in carcere per il dolore, la vergogna, e per il rimorso di quello che avevano fatto.
In seguito alle confessioni strappate in siffatti modi, vi erano state numerose incursioni nel mondo
sotterraneo delle Brigate negre. In alcuni tombini erano state buttate bombe incendiarie o fumogene,
per uccidere o far saltar fuori gli occupanti, a seconda dei casi. Alcuni tunnel erano stati fatti
semplicemente saltare in aria con l’esplosivo. Dagli Stati uniti, il governo italiano aveva persino
chiamato alcuni veterani tunnel rats, cioè reduci del Vietnam che si erano specializzati nel dare la
caccia ai Vietcong nei loro cunicoli sotterranei.

Ciononostante, il potere non era riuscito a debellare completamente le Brigate negre. Qualche
gruppo isolato resisteva ancora. Alcuni si nascondevano in tunnel che non erano stati trovati, altri i
rifugi di fortuna in campagna e in talune città. Cercavano di mettersi in contatto gli uni con gli altri
per ricostituire l’organizzazione, ma non era un compito facile.
Per quanto riguarda il Cpr di Macurra, nonostante la spettacolare evasione e le lunghe prognosi in
ospedale per le guardie (compreso il viceprefetto Vittori Angeli), aveva purtroppo ripreso a
funzionare. Altri prigionieri vi erano stati rinchiusi, sia uomini che donne, e al momento ve n’erano
diverse decine. Molti di loro sapevano della lotta delle Brigate negre e di come si era evoluta:
speravano che un giorno si ricostituissero e che venissero a liberarli. In realtà, le cose sarebbero
andate in un modo un po’ diverso.
Molti italiani, ancora nel XXI secolo, insistevano stupidamente sullo scontro di civiltà,
presentavano scioccamente gli stranieri come degli islamici infedeli. Ignoravano così che tra i
cinque milioni di stranieri presenti in Italia i musulmani non sono la totalità ma neanche la
maggioranza, senza contare le tante persone provenienti da paesi considerati “islamici”, ma che in
realtà non erano credenti. Paradossalmente, molti immigrati erano cristiani. Anzi, il loro
cristianesimo era molto più caldo e forte di quello degli italiani: evitavano le bestemmie, pregavano
regolarmente, andavano a messa quando potevano, nonché a confessarsi e a prendere la comunione.
Sempre paradossalmente, nella cosiddetta Italia cattolica ormai mancavano i preti e le suore,
pertanto bisognava importarli dall’Africa e da altri paesi extraeuropei. Si era arrivati al fatto che
soprattutto in molti paesini del Sud Italia c’erano solo preti neri o indiani: talvolta erano addirittura
la maggioranza in certe province. Lo stesso dicasi certi monasteri, dove era difficile trovare una
suora o un prete bianchi.
Certo, i missionari in Africa, nelle Americhe e in Asia non avevano portato solo la religione
cristiana. Basti pensare alla famosa posizione del missionario (così chiamata perché molti pagani
preferivano farlo con l’uomo sdraiato di schiena e la donna seduta su di lui), nonché ai numerosi

figli illegittimi lasciati dai missionari europei. Diventati grandi, alcuni di questi ragazzi che
sapevano della loro paternità insistevano per essere riconosciuti, pretendo di ottenere la cittadinanza
italiana, o francese, ecc. ecc. La cosa era diventata talmente imbarazzante che il Vaticano aveva
dovuto minacciare un giornalista italiano di colore, che stava mettendo il suo naso in queste strane
faccende. Del resto, il famoso nazionalista keniota Jomo Keniatta aveva detto: «Quando sono
arrivati i missionari, loro avevano la Bibbia, e noi la terra. Noi abbiamo chiuso gli occhi, e quando
li abbiamo riaperti noi avevamo la Bibbia, e loro la terra».
Nonostante questo, molte persone migranti in Italia non cessavano di essere credenti. Anzi, si venne
a stabilire una tendenza un po’ simile a quella degli Stati uniti, dove vi sono intere chiese solo per
neri, dove i sacerdoti sono solo neri, ecc. Alcuni di questi pastori o predicatori, in realtà, non
facevano parte della chiesa ufficiale, ma formavano delle comunità informali, semi-ufficiali, che
spesso si riunivano in luoghi segreti, noti solo ad alcune persone. Questo era il caso di Don Tambo,
un pastore sudafricano che spesso diceva messa in una specie di grotta sotterranea. Per accedervi,
era necessario attraversare un passaggio localizzato sotto il Monte di Sant’Anastasio, che in
superficie non era che un parco semi-abbandonato. Le piccole riunioni che si tenevano nel
sottosuolo ricordavano un po’ quelle degli antichi cristiani nelle catacombe. Nonostante le pareti
grezze dell’ambiente, erano riusciti a costruire una specie di altare di pietra, in fondo, dietro il quale
Don Tambo diceva messa. Davanti a lui, il gruppo dei fedeli, che solitamente non erano più di
qualche decina di persone. L’ambiente era illuminato in parte da alcune aperture naturali, in parte
da delle candele sistemate in delle nicchie delle pareti. Ma anche molti degli astanti reggevano una
candela: oltre che da illuminazione, esse aiutavano anche il loro raccoglimento spirituale.
In verità, si trattava di un sacerdote un po’ strano. Molti non erano neanche sicuri che Don Tambo
avesse mai preso i voti nel suo paese natale: può anche darsi che formalmente non fosse mai stato
un prete. Anche l’abbigliamento ricordava quello di un sacerdote, senza essere proprio uguale.
Indossava sempre una frusta giacca nera, così come i pantaloni. Sotto la giacca aveva solitamente

una camicia viola, senza colletto bianco. In compenso, una semplice catenella metallica gli pendeva
sul petto, con attaccato un crocifisso dai tratti semplici. La sua età non era chiara, ma non doveva
essere giovanissimo, dato che i capelli corti erano ormai brizzolati. Alcuni ritenevano che avesse
una certa somiglianza con l’Arcivescovo di Johannesburg Desmond Tutu.
Più che il rito in sé, molte persone andavano nella catacomba per sentire le sue prediche, che erano
spesso infuocate. Benché piene di spiritualità, le si sarebbe potute prendere per degli accesi comizi
politici.
Quel giorno, il predicatore nero tuonava:

  • Noi non dobbiamo essere uomini e donne di violenza. Temo tuttavia che, se una lotta
    dovesse scoppiare, io non sarò capace di rimanere in disparte e di vedere i miei fratelli e le
    mie sorelle uccise, senza che io prenda un fucile e prema il grilletto. È vero, Gesù e molti
    altri profeti ci hanno spesso parlato di non-resistenza. Ma questo principio vieta soltanto di
    cancellare la vita di un essere umano. Dio, però, non faceva riferimento a questi demoni:
    alla polizia, ai carabinieri, all’esercito, a tutti gli addetti al razzismo di Stato. Essi sono la
    progenie di Satana, e devono essere uccisi allo stesso modo in cui si uccidono leoni e tigri.
    Ho sempre detto che avrei ucciso una bestia selvaggia. Se colpirò questi esseri infernali, non
    importa da dove vengano, sarà in base allo stesso principio. Non dovremmo farlo se essi
    fossero nemici ordinari. Ma questi uomini non sono uomini, bensì bestie selvagge. Come
    sempre, amo tutti gli uomini, ma questi folli e briganti al tempo stesso e per di più drogati
    (sì, perché essi drogano per poter meglio infierire supplizi su noi stranieri) non sono uomini.
    Ma questo non era che l’inizio. Come invasato, la voce tonante e la pelle lucida per le gocce di
    sudore, Don Tambo continuò:
  • Come diceva William Garrison, che senso ha gloriarsi della Rivoluzione americana del 1776
    negando poi il diritto degli schiavi a seguire lo stesso esempio?
  • Ma chi era questo Garrison? – chiese sottovoce un astante avvicinandosi al suo vicino.
  • Zitto, fammi sentire – rispose quello, ma non voleva ammettere che non aveva la più pallida
    idea di chi si trattasse.
  • Io sono sempre stato un uomo di pace a oltranza – continuò il prete – e proprio per questo
    sono pronto ad augurare il successo a ogni insurrezione di immigrati, in Italia come in
    qualunque altro paese. Dovunque ci sia una contesa tra oppressi e oppressori ed entrambe le
    parti siano armate, Dio sa che il mio cuore dev’essere con l’oppresso e sempre contro
    l’oppressore. Pertanto, una volta che esse siano iniziate, io non posso che augurarmi il
    successo di tutte le insurrezioni di migranti. Ringrazio Dio allorché uomini che credono nel
    loro diritto e dovere di impugnare armi carnali sono così avanzati da prendere tali armi dal
    campo del dispotismo per portarle nel campo della libertà. È un’indicazione di progresso e
    un segno positivo di crescita morale. È una via che si innalza verso la sublime piattaforma
    della non-resistenza; ed è il metodo di Dio per far giungere la sua punizione sulla testa del
    tiranno. Piuttosto che vedere uomini portare le loro catene con spirito codardo e servile,
    come uomo di pace preferirei vederli spaccare la testa del tiranno con le loro catene.
    Dico di più: se ci sarà una grande sollevazione immigrata in ogni città, villaggio e casale del
    Paese, senza distinzione di nazionalità o di colore, essa sembrerà una generale resurrezione
    dalla morte. Che questa possente corrente di sentimenti avanzi in modo travolgente con la
    forza e l’impeto di mille Niagara, in diretto conflitto con l’altero e perfido Potere
    Schiavistico che così a lungo ci ha governati con pugno di ferro per i suoi fini meschini e
    satanici!
    Ma il furore teologico di Don Tambo non era finito:
  • Che i migranti di tutti i colori si fondano in un gancio mortale per il dominio schiavistico
    che vige in Italia! Essi saranno strumenti nelle mani di Dio. Il punto è questo: se le
    istituzioni non la smettono di opprimerci, un giusto Dio farà visita con tribolazioni e flagelli
    proporzionali alla loro grande iniquità. Non vi sarà nessun rispetto dei prigionieri, così come

non ve n’è per i nostri! Coloro che si sono resi colpevoli di perfidia, spergiuro, tradimento
più bieco per il peggiore dei propositi avranno una punizione esemplare.
E non dimenticate la profezia di Harriet Beecher Stowe, che unisce paurosamente il giorno
della vendetta al giorno della redenzione, che richiama alla memoria quella legge
implacabile per cui l’ingiustizia e la crudeltà attirano sulle nazioni la collera di Dio
onnipotente!
A questo punto, il suddetto fedele avrebbe sempre voluto chiedere chi fosse questa Harriet Beecher
Stowe, me era talmente preso dalle parole del reverendo, che non osò emettere nemmeno un
sussurro. Tambo infatti continuava:

  • Non dimentichiamoci di Nat Turner, lo schiavo ribelle più famoso della storia degli Stati
    uniti: era insorto nel 1831, convinto di ascoltare una voce divina che lo invitava a compiere
    la grande opera di emancipazione degli schiavi neri, senza esitare a far scorrere
    copiosamente il sangue degli oppressori bianchi. Sconfitto e catturato, affrontò la morte con
    coraggio e senza mostrare segni di rimorso.
    Basta, bisogna opporsi allo schiavismo odierno, non possiamo restare inerti. Quando una
    parte della popolazione, in un Paese che si dichiara democratico, è formata da semi-schiavi,
    ritengo che noi donne e uomini onesti abbiamo il diritto di ribellarci e di fare la rivoluzione.
    Dobbiamo porre fine a questa schiavitù, anche se ciò dovesse costarci la nostra stessa
    esistenza.
    Lo so, fratelli e sorelle – continuò poi come rivolgendosi a una critica silenziosa – qualcuno
    di noi pensa: ma se l’asprezza dello scontro provocasse un grande spargimento di sangue? Il
    rimedio non potrebbe essere peggiore del male? La mia risposta è questa: è colpa del
    governo stesso, se il rimedio è peggiore del male. È lui a renderlo peggiore!
    Certo – aggiunse poi quasi contraddicendosi, e stavolta accompagnò le sue parole alzando in
    alto il braccio destro, l’indice teso – lo spargimento di sangue umano ripugna

profondamente al mio spirito, ma per me è molto più ripugnante abbandonare supinamente
una vittima indifesa al destino dello schiavo. In questo caso, mi sembra, è come se fossimo
costretti a scegliere tra due mali e tutto quello che possiamo fare è di scegliere il minore,
battezzando la libertà nel sangue, se così deve essere. Attualmente dispero in modo totale
della possibilità di far trionfare la giustizia e l’umanità senza spargimento di sangue. Una
guerra temporanea è un male incomparabilmente minore dell’oppressione permanente.
Alla fine della lunga e sofferta predica, Don Tambo abbassò finalmente il braccio e tacque,
riprendendo fiato dopo un discorso così infuocato. Il pubblico rimase per un momento in silenzio,
come estasiato. Ma dopo qualche secondo, iniziarono a sentirsi delle grida:

  • Basta, a morte l’oppressore! A morte!

In quel momento, Pavel era chino su un libro, nella semi-oscurità di quella specie di cantina in cui
viveva. In realtà, Pavel era finito a vivere lì per due scherzi del destino: intanto, una volta che
gironzolava per il parco di Sant’Anastasio, non avrebbe mai potuto immaginare che avrebbe trovato
lì la sua futura casa. Per curiosità, era entrato in una casa vecchia e abbandonata all’interno del
parco: aveva aperto una vetusta porta di legno, tutta rovinata, graffiata e parzialmente marcia, che
non era chiusa in nessun modo. Esplorando il vecchio edificio, vide che gli mancava parte del tetto:
era fatto di poche stanze coi pavimenti e le pareti sporche, e per di più ingombre dei detriti
provenienti dal crollo del tetto, ma anche di pezzi di alcune pareti crollate. Curiosamente, notò che
un’altra porticina, mezza marcia e che a stento stava sui cardini, conduceva a un locale
seminterrato. Una volta sceso, facendosi luce con un fiammifero, notò un pezzo di botola che
fuoriusciva da sotto un vecchio mobile. Spostato il mobile polveroso e aperta la botola, vide che
portava a una cantina ancora più profonda. Benché fosse umida e sporca, Pavel aveva comunque
deciso che sarebbe diventata la sua casa.

Il secondo scherzo del destino, che per adesso Pavel non sapeva ancora, era che sempre sotto
Sant’Anastasio, non lontanissimo dal suo antro, c’era anche la catacomba dove predicava Don
Tambo. Pavel l’avrebbe saputo tempo dopo, e la scoperta sarebbe stata gravida di conseguenze.
Ma che cosa faceva questo personaggio rinchiuso in una cantina sotterranea umida e semibuia?
Tutto era strano in lui, nonché nell’ambiente. L’uomo seduto su una sedia aveva capelli e barba
bianchi e lunghi, con dei lunghi riccioli che gli pendevano ai lati del viso. Eppure non era
vecchissimo: poteva avere quaranta come cinquant’anni. In testa portava uno zucchetto, e indossava
un lungo caffettano nero. Al collo portava una kefiah: se non fosse stato per questo, lo si sarebbe
detto un anziano rabbino che studiava la Torah, ma le cose non stavano proprio così. Altra cosa
strana era l’illuminazione: infatti, la poca luce dell’ambiente proveniva da alcune lampade a olio,
una delle quali era sul tavolo, vicino al libro che Pavel stava leggendo. Intorno, si vedevano pareti
coperte di libri, qualche candelabro a sette braccia, e una scultura di pietra rappresentante la stella di
Davide.
Ma com’era finito lì quel personaggio? In realtà, quando era arrivato in Italia, non era che un
immigrato polacco qualunque, rotto a tutti i lavori manuali. Per diversi anni aveva fatto la
“normale” vita dell’immigrato (se qualcosa di normale ci può essere in quella vita), finché era
successo qualcosa di incredibile che aveva cambiato la sua vita. Pavel non aveva mai avuto forti
convinzioni politiche o religiose, anzi era sempre stato fin troppo assorto nella lotta per la
sopravvivenza. Come molti altri polacchi aveva dei pregiudizi verso ebrei e zingari (ma anche verso
i neri e gli asiatici), anche se questi non sfociavano in un forte antisemitismo.
La sua vita cambiò d’un tratto, quando ricevette una lettera da sua madre che gli annunciava la
morte della nonna, alla quale era molto affezionato. Ma la lettera non si limitava ad annunciare
l’avvenimento luttuoso, dato che in essa la madre gli faceva delle rivelazioni incredibili. Ora che
non c’era più, la madre di Pavel rivelò che sua nonna era ebrea, cosa che era stata sempre nascosta.
Non solo: la nonna era stata l’unica della famiglia ad essere tornata viva da Auschwitz, e proveniva

da una antica famiglia di rabbini, le cui radici si perdevano nel tempo. Questo segreto non era poi
così strano, in un Paese in cui molti avevano fatto di tutto per dimenticare il proprio passato, e
questo per vari motivi. A parte tutti gli ebrei morti nella Shoah, morti dei superstiti erano restati
troppo scettici per occuparsi di religione. Altri si vergognavano e facevano di tutto per nascondere
le proprie origini, altri ancora optarono per l’emigrazione in Israele. Un ragionamento simile ma
opposto valeva anche per molti ex nazisti, insomma collaborazionisti che avevano aiutato i tedeschi,
anche nell’Olocausto. Sia loro che i propri discendenti ci tenevano a nascondere il proprio passato.
Del resto, quando Primo Levi aveva cercato di raccontare in Polonia quello che aveva visto nel
lager, aveva incontrato solo gente che aveva voltato la faccia e distolto lo sguardo.

  • La Polonia è un triste Paese – gli aveva detto un avvocato che aveva inavvertitamente
    cercato di fargli da interprete.
    Insomma, quella lettera cambiò il destino di Pavel. Ovviamente, la coscienza di essere almeno in
    parte ebreo cancellò l’antisemitismo che era in lui, ma non si trattò solo di quello. La madre, infatti,
    aveva scritto nella lettera che la nonna aveva lasciato un baule pieno di libri sacri, di testi cabalistici
    e di vari paramenti e oggetti religiosi. La nonna aveva espresso il desiderio di fare avere quegli
    oggetti al nipote Pavel, ma prima di mandarli, la madre chiedeva per iscritto la sua approvazione.
    Costui scrisse un’accorata lettera in cui pregava la madre di mandargli senz’altro il baule, cosa che
    lei prontamente fece. Infine, la nonna aveva anche lasciato una piccola eredità al nipote.
    Era quello il periodo in cui Pavel vagava solitario per il parco di Sant’Anastasio. In un certo senso,
    la scoperta di quella cantina nascosta ma non lontana dalla città fu una rivelazione che si collegò
    con quella delle sue origini, e con quel baule di oggetti preziosi che stava per arrivare. Pavel prese
    una decisione: avrebbe approfittato dell’eredità per rendere quello strano ambiente abitabile, e ne
    avrebbe fatto un luogo di studio, una biblioteca, ma anche un luogo di culto personale e di pratiche
    spirituali. Non appena ricevette il baule, Pavel iniziò a farsi crescere la barba e i capelli, che erano
    già completamente bianchi nonostante lui non fosse poi così vecchio. Poi, si chiuse in casa (se casa

poteva chiamarsi) studiando dalla mattina alla sera, e uscendo solo di rado per procurarsi provviste
e altri generi indispensabili.
Per prima cosa, dovette imparare l’ebraico e lo yiddish, dato che diversi dei libri ricevuti erano in
quelle lingue. Sembrava che le sue ritrovate origini lo facilitassero nello studio: dopo un po’, infatti,
era in grado di leggerle e di parlarle un po’ (ma con chi avrebbe potuto parlare in quelle lingue?).
Oltre all’approfondimento della Torah, però, questo periodo di studio matto e scelleratissimo lo
portarono anche verso altri lidi. Leggeva infatti anche libri di storia e di politica: alcuni li prendeva
in prestito dalla biblioteca locale, altri li comprava. La sera in cui l’abbiamo trovato, per esempio,
stava leggendo un libro intitolato Il linguaggio dell’impero, che parlava delle comuni origini di
arabi ed ebrei. Non solo, questo libro conteneva una sezione intitolata «Perché gli ebrei sono
diventati bianchi e gli arabi sono rimasti neri». L’autore raccontava una storia paradossale:
inizialmente, arabi ed ebrei venivano considerati in modo simile dagli europei, e similmente
osteggiati. Del resto erano popoli simili, appartenenti al ceppo semitico, e anche le lingue che
parlavano erano semitiche. Poi, per una serie di motivi, gli ebrei si erano integrati culturalmente ed
etnicamente con gli europei, fino a diventare “bianchi”. Gli arabi, invece, erano rimasti neri.
Questo libro, in realtà, era solo l’ennesimo che Pavel leggeva in merito. Quando era più giovane,
aveva sentito un sacco di stupidaggini su Israele, ed era arrivato a credere in alcune di esse.
Secondo queste stupidaggini, Israele era uno stato moderno e democratico, che aveva fatto un’oasi
di un deserto disabitato: «Una terra senza popolo per un popolo senza terra». Per dir la verità, sì,
forse in quella terra c’era qualcuno, ma erano dei terroristi intolleranti che non voleva concedere
agli ebrei il diritto di avere il loto legittimo stato. Gli ebrei e i sionisti avevano cercato di dialogarci,
ma era impossibile: erano stati costretti a uccidere e a mandar via molti palestinesi, ma lasciandone
qualcuno all’interno del proprio stato, di modo che svolgessero i lavori che gli israeliani (la nuova
razza dei signori) non volevano fare. Dopo una lunga serie di pulizia etnica, guerre e attacchi vari,
gli israeliani erano risusciti a eliminare la Palestina quasi completamente. Eppure, ultimamente si

era sviluppato un movimento di resistenza che insisteva per avere una Palestina libera dal fiume al
mare, e che stava dando del filo da torcere ai fanatici al potere in Israele. Curiosamente, questi
fanatici sionisti erano alleati con alcuni governi europei di estrema destra con un passato o talvolta
un presente antisemita, ma questa era solo una delle tante contraddizioni.
Pavel aveva anche letto del Bund ebraico, una organizzazione di ebrei di sinistra che si era
duramente opposta al sionismo, definendolo una ideologia sciovinista, capitalista e imperialista. Col
senno di poi, il Bund aveva avuto ragione, pensava Pavel, ma certe cose si capiscono troppo tardi.

Una sera, Pavel aveva conosciuto Don Tambo nel più semplice e stupido dei modi: mentre tornava
“a casa” (cioè nella sua cantina nascosta) l’aveva incontrato sulla stessa strada, mentre si dirigeva a
dire messa (ma questo Pavel ancora non lo sapeva). Chiunque avesse assistito a quell’incontro si
sarebbe quanto meno grattato il capo: un prete nero con l’aria di Desmond Tutu e una specie di
rabbino (ma che tale non era) con la barba lunga. La prima volta, i due si limitarono e darsi
educatamente la buona sera.
In futuro, però, si incontrarono altre volte. Piano piano, nacque un rapporto basato inizialmente
sulla curiosità: infatti, erano ansiosi di conoscere l’uno la cultura dell’altro, ma erano anche curiosi
delle rispettive religioni. Dopo un po’, quando Don Tambo ritenne che potesse fidarsi
sufficientemente, aveva anche invitato Pavel a una delle sue prediche. Se è possibile, la scena era
ancora più strana e incredibile del solito: in quella specie di catacomba, davanti a un prete nero
arrabbiato che sudava predicando, tendendo braccio e indice, non c’era solo un gruppo di poveracci
africani, ma anche una specie di rabbino in caffettano e con la barba lunga, con una kefiah intorno
al collo.
Più ascoltava le prediche di Don Tambo, più Pavel si rendeva conto delle somiglianze che legavano
il suo popolo agli odierni immigrati soprattutto africani, ma non solo. Pensava anche alla resistenza

del ghetto di Varsavia e nei lager: si trattava di situazioni diverse, certo, ma che avevano in comune
una discriminazione sistematica e istituzionale verso certe etnie.
Col tempo, le prediche di Don Tambo si fecero più infuocate e precise quando iniziò a parlare del
Cpr di Macurra. Raccontava storie terribili sul suo conto, narrava anche che tempo addietro un
gruppo di guerriglieri aveva tentato una spettacolare liberazione dei prigionieri. Da allora, però, la
struttura era di nuovo in funzione, e diverse persone vi soffrivano ingiustamente (paradossalmente,
alcuni erano palestinesi). Don Tambo si appellava alla mano di Dio per poter liberare quei
disgraziati. Per il momento, però, si trattava di appelli che più che altro riempivano di rabbia gli
astanti, facendogli rimuginare propositi di riscatto: nessun piano o idea precisa venivano discussi.
Una sera, mentre tornava a casa, a Pavel venne in mente uno dei tanti libri ricevuti nel baule della
nonna, che non aveva mai letto approfonditamente. Una volta arrivato, andò subito a cercarlo e,
dopo aver soffiato via la polvere, si era messo a consultarlo accanto alla solita lampada a olio. Pavel
aveva qualche vago ricordo di che cosa si trattasse, ma mano a mano che le leggeva, le cose si
facevano più chiare. Nel XVI secolo, un rabbino di Praga di nome Jehuda Löw aveva invocato
l’aiuto divino per proteggere la sua comunità dai pericoli e dalle discriminazioni che gravavano su
di essa. Quando si avvertiva il rischio di un pogrom, Jehuda Löw costruiva una grande statua
d’argilla, chiamata Golem, alla quale riusciva a dare magicamente il fiato della vita. La leggenda
narrava che dopo un po’ il rabbino avesse smesso di fare riscorso a questa pratica, in quanto la
statua rischiava di acquisire una propria volontà, disobbedendo ai voleri del suo creatore. Le
istruzioni per dare la vita a una statua del genere erano contenute in un libro chiamato Sefer
Yetzirah: Pavel andò a vedere, ed era anch’esso nel baule. Quella notte, Pavel restò sveglio a lungo,
così come la lampada a olio.

Dopo qualche giorno, Pavel e Don Tambo si misero a confabulare sempre più spesso. Finalmente, il
prete nero presentò a Pavel una specie di stregone africano seminudo che talvolta assisteva alle sue

prediche. Egli sosteneva di essere capace di poter scatenare la pioggia con una danza speciale, e
Don Tambo sembrava esserne convinto.
Ma questo personaggio non era l’unico con cui i due strani “sacerdoti” confabularono. Don Tambo,
infatti, era riuscito a mettersi in contatto con alcuni simpatizzanti superstiti delle Brigate negre,
alcuni dei quali lavoravano all’acquedotto locale.

In una zona semidesertica che poteva dare l’idea del Nord Africa (in realtà, era il Sud Italia) un
furgoncino dell’acquedotto si fermò vicino a un tombino isolato. Due uomini neri in tute blu, con
fare del tutto disinvolto, scesero e lo aprirono. Una volta entrati, armeggiarono un po’ all’interno,
poi uscirono, lo richiusero e se ne andarono.

  • Ma che cosa farà quel veleno che ci hanno dato? – disse l’uomo seduto accanto al volante
    all’uomo che guidava.
  • Ci hanno detto che a seconda dei casi può anche uccidere una persona, o comunque
    indebolirla moltissima, lasciandola preda di vomiti e attacchi di dissenteria.
  • Ma siamo sicuri che quella tubatura vada solo al Cpr?
  • E certo che va solo lì! Abbiamo controllato, no? Poi lo sai benissimo che in questa zona non
    c’è nient’altro, e noi non abbiamo nessuna intenzione di colpire gente che non c’entra
    niente.
    Questo breve e singolare dialogo furono le uniche parole che i due si dissero per tutto il resto del
    viaggio.

Quel giorno stesso, poco prima del tramonto, Pavel, Don Tambo e lo stregone si trovavano nascosti
in mezzo alle frasche, a qualche centinaio di metri dal Cpr di Macurra. Come se il terzetto non fosse

stato abbastanza strambo, legato non lontano c’era anche un bellissimo e forte cavallo di un colore
pallido.

  • A quest’ora il veleno deve aver già fatto effetto? – chiese Pavel.
  • Penso proprio di sì – disse Don Tambo con voce inespressiva.
    Dopo qualche attimo di silenzio, Pavel chiese:
  • Allora, posso cominciare?
  • Non puoi cominciare se prima il nostro amico Bekele non fa piovere!
    Al vecchio Bekele bastò uno sguardo. Il vecchio seminudo uscì dai cespugli: indossava uno strano
    gonnellino di foglie e di piume, e sempre foglie e piume gli decoravano il resto del corpo. In una
    mano, aveva addirittura una lancia con la punta di pietra. Non appena fu allo scoperto (ma troppo
    lontano dal Cpr per essere scorto) rimase per qualche secondo in piedi e in silenzio. Poi, lentamente,
    iniziò una danza che diventò sempre più indiavolata col passare dei minuti.
  • Nkulunkulu wezulu, maline!
    Nei minuti precedenti, dei nuvoloni scuri avevano iniziato ad avvicinarsi velocemente alla zona
    dove ballava lo stregone, ma una volta che ebbe pronunciata la sua formula, una pioggia torrenziale
    iniziò a cadere sullo spiazzo fatto di terra arida. Lo stregone si scostò, e in pochi minuti lo spiazzo
    era diventato un pantano pieno di fango.
    A un certo punto, la pioggia cessò, e venne il turno di Pavel. Gli occhi invasati, una specie di
    profeta biblico avvolto nel suo caffettano, tese le mani verso il pantano. Da esse nacquero due raggi
    bianchi, che diretti verso il fango iniziarono a farlo gorgogliare con bolle sempre più grandi e
    rumorose. Poi, sollevando leggermente le mani, il fango iniziò a costituirsi da solo in delle forme:
    prima, si innalzarono due tozze gambe. Poi, un busto e delle braccia grezze. Infine, una specie testa
    di forma vagamente sferica.

La statua così formata era alta venti o trenta metri, ma restava immobile, gocciolante di immondo
fango marrone. In quel momento, Pavel abbassò le braccia, come per riposarsi un attimo. Avendo
chiuso gli occhi per qualche secondo, li riaprì, risollevò le mani, e stavolta le tese in direzione della
fronte del mostro.

  • Astaroth misheh, azor lei letat hiyim! Aemaet!
    Subito dopo aver pronunciato queste parole, abbassò il braccio sinistro, lasciando sollevato solo
    quello destro. Puntò il dito indice verso la fronte del mostro, e fu allora che dal dito partì come un
    raggio bianco che colpì quella testa fangosa.
    Con un lento movimento del dito, Pavel tracciò la parola אמת‎ sulla fronte del mostro (ciò significava
    «verità», ma nessuno a parte lui sarebbe stato in grado di comprenderlo). Pavel abbassò finalmente
    il braccio, come spossato. Dopo una frazione di secondo, due occhi bianchi si aprirono sul volto del
    mostro, e tutto il resto del suo corpo iniziò a tremare.
    In quel momento, Pavel sollevò di nuovo al cielo entrambe le mani e, come con un urlo di gioia,
    gridò al gigante di fango:
  • Golem, va’, e libera i nostri fratelli!
    Il Golem sembrò esitare solo qualche secondo. Poi, si voltò verso la struttura di cemento del Cpr, e
    inizio ad avanzare verso di lei, con passi lenti e pesanti che facevano tremare la terra. In lontananza,
    da una porta d’ingresso e dalle torrette d’osservazione si intravidero per un attimo degli omini in
    divisa terrorizzati. Sparirono immediatamente con delle urla di sgomento, evidentemente incapaci
    di resistere alla vista di quel mostro sbucato da chissà quale inferno per punirli. In realtà, il
    personale di sorveglianza del Cpr era stato già ridotto grazie all’azione degli operai dell’acquedotto.
    Alcuni erano morti, altri si erano accasciati per terra, tenendosi il ventre fra atroci sofferenze. I
    prigionieri quel giorno non avevano bevuto acqua dal rubinetto. Avvertiti da un messaggio ricevuto
    in precedenza, avevano riempito per tempo delle bottiglie di plastica e avevano avuto cura di bere
    solo da quelle.

Una volta arrivato alle mura della struttura, l’opera del mostro fu semplicissima: fu quasi come
smontare una casa di bambole. In primis se la prese con le mura, abbattendole con dei pugni che più
che di fango sembravano d’acciaio. Quando le ebbe praticamente distrutte da tutti i lati, si mise a
scoperchiare i vari edifici presenti, praticamente sbriciolandone i tetti con le sue enormi dita. Ma
compì questa seconda operazione con maggiore cautela della prima, come se avesse coscienza del
fatto che i detriti avrebbero potuto ferire i prigionieri che erano all’interno degli edifici. Una volta
sbriciolato un tetto, ne lanciava lontano i resti sminuzzati.
All’interno, i prigionieri erano allo stesso tempo terrorizzati per la vista del mostro, e felici per la
libertà che sentivano vicina, ma non osavano ancora muoversi. All’interno del perimetro del Cpr
erano rimaste almeno una decina di guardie armate, che facevano ancora paura. A questo punto,
Pavel ordinò al Golem di fermarsi e di farsi da parte, come se avesse portato a compimento il
proprio lavoro, ed egli ubbidì docilmente.
Ma il lavoro non era ancora portato a termine. Subito dietro la boscaglia, Don Tambo era montato
in sella al suo cavallo pallido. La sua figura era davvero impressionante: indossava ancora i soliti
pantaloni e la solita giacca nera sopra la camicia viola, al collo la solita croce. In testa, però, aveva
un cappello nero a tese larghe, mentre portava sopra la giacca un lungo soprabito dello stesso
colore, forse una specie di spolverino. Mentre con la mano sinistra teneva le briglie del cavallo, la
sua destra impugnava un lungo bastone che aveva a un’estremità una semplice croce metallica.

  • Sono pronto ad andare a compiere il mio dovere – disse Don Tambo allo stregone Bekele,
    con aria solenne.
  • Aspetta – fece quest’ultimo. – Non sei ancora pronto: prima di andare, ti farò una magia che
    ti renderà immune ai proiettili. Non ha importanza quanto ti spareranno, tu rimarrai illeso.
    Così detto, lo stregone pronunciò una formula incomprensibile mentre agitava davanti al cavaliere
    un bastone decorato di piume e di pezzi d’osso. Per un attimo, il cavaliere nero e il suo cavallo

pallido sembrarono circondati da una sottile aura chiara. Una volta scomparsa, lo stregone disse
infine:

  • Adesso sei pronto. Va’.
    Don Tambo non se lo fece ripetere. Col bianco degli occhi che diventava rossastro, il prete dette un
    colpo di briglie con la mano sinistra, e il cavallo pallido partì al galoppo, come se niente potesse
    fermarlo. La mano destra di Tambo teneva sempre saldo il suo strano bastone crociato, mentre la
    parte posteriore dello spolverino sventolava per lo spostamento d’aria. Quello strano cappello
    l’avrebbe potuto far sembrare una specie di cowboy, non fosse stato per il resto.
    Un cavallo pallido cavalcava, suo cavaliere era la morte, l’inferno veniva dietro di lei.
    In effetti, le guardie superstiti del Cpr non lo sapevano ancora, ma era proprio l’inferno che stava
    cavalcando verso di loro. Non appena videro avvicinarsi a spron battuto quella figura apocalittica,
    le guardie sopravvissute, che ormai erano fuori dal perimetro delle mura distrutte, tirarono fuori le
    pistole e cercarono di colpirlo. Molti colpi andarono a vuoto perché, contrariamente a quanto si
    vede nei film, è difficilissimo colpire un bersaglio in movimento, anche per il miglior tiratore del
    mondo. Ma anche quei pochi colpi che avrebbero potuto ferire il prete vennero respinti dall’aura
    protettiva delle stregone: semplicemente, i proiettili schizzarono via una volta arrivati a pochi
    centimetri da suo corpo, facendo qualche scintilla.
    I tiratori si erano disposti a una certa distanza l’uno dall’altro, forse sperando così di avere maggiori
    probabilità di colpire l’obiettivo. Così facendo, invece, costituirono un facile bersaglio per Don
    Tambo e il suo bastone. Cavalcando a velocità supersonica, il prete sollevava il bastone prima di
    arrivare alla sagoma da colpire: una volta all’altezza giusta, lo calava senza misericordia sulla
    vittima, che regolarmente si accasciava a terra con un lamento, o anche in completo silenzio.
    Qualche schizzo di sangue macchiò lo spolverino nero di quella specie di cavaliere dell’apocalisse.
    Dopo che il bastone crociato del cavaliere fu calato più e più volte sulle vittime, intorno al Cpr non
    regnava che il silenzio. Diversi uomini in divisa giacevano per terra senza vita, alcuni ancora

impugnando le inutili pistole; altre armi erano invece buttate a poca distanza. Il volto di Don Tambo
era cosparso di sudore. Dopo un rapido sguardo a quella specie di cimitero che aveva causato,
spronò il cavallo per coprire la breve distanza che lo separava dal perimetro del Cpr.
Una volta avvicinatosi, vide una ventina di persone silenziose, che avanzano lentamente verso di lui
in mezzo alla polvere. Alcune erano ancora impaurite, e cercavano di nascondersi dietro le macerie.
Don Tambo fu breve:

  • Non abbiate paura, è tutto finito. Seguitemi, allontaniamoci da qui: dobbiamo scappare.
    Dagli astanti non giunse nemmeno una voce. In silenzio, si misero in fila e seguirono lo strano
    cavaliere che era partito a passo d’uomo. Li avrebbero portati in dei posti sicuri, poi si sarebbe
    visto. Una volta che si furono sufficientemente allontanati dalle rovine, però, restava ancora
    qualcosa da fare. Il Golem, infatti, era rimasto ritto in piedi non molto lontano, come in attesa di
    istruzioni. Tenendosi a debita distanza, Pavel proferì l’ultimo ordine alla sua creatura:
  • Va’, mettiti in piedi lì dentro, al centro.
    Il mostro ubbidì lentamente, e piazzò i pesanti piedi proprio al centro delle rovine, schiacciandone
    alcune. Fatto questo, Pavel alzò di nuovo il dito destro, dal quale scaturì il solito raggio bianco.
    Stavolta, il raggio cancellò dalla parola אמת‎ (verità) l’ultima lettera, ottenendo così la parola מת
    (morto). Gli occhi del Golem si chiusero e, dopo pochi istanti, quella massa di fango da dura che era
    iniziò a cascare e a ritornare liquida. In pochi secondi, un’ondata di metri cubi di fango ricoprì e
    lordò i resti del Cpr, nonché i miseri corpi che ne erano rimasti fuori. Lo spettacolo finale era
    davvero spettrale ma, mentre girava le spalle per raggiungere gli altri, Pavel pensò che la sozzura
    era ben altro.

di Marco Gabbas

Collaboratore del mensile Lavoro e Salute

26/5/2025

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