Armani e la favola del capitale: così il mito cancella il declino italiano

La morte di Giorgio Armani diventa celebrazione del capitale. I media esaltano il mito dell’imprenditore solitario, occultando il declino industriale, lo sfruttamento e le lotte sociali che invece permisero il suo successo. Un racconto utile a cancellare il passato egualitario.

L’impero di Armani e la retorica del capitale

La morte di Giorgio Armani è stata trasformata in una celebrazione del capitale che festeggia se stesso. I media, in particolare il Corriere della Sera con le sue dodici pagine dedicate, hanno costruito un racconto edificante che ripropone il mito dell’imprenditore solitario: l’uomo che dal nulla forgia il proprio destino e diventa simbolo di successo planetario. Una favola rassicurante, che restituisce speranza ai tanti creativi frustrati, ai narcisi colpiti dalla sfortuna, e a un’Italia che cerca nella memoria di uno stilista il riflesso di un orgoglio nazionale spesso smarrito.

Questa narrazione, però, ha una precisa funzione ideologica: nascondere le crepe profonde del sistema produttivo italiano. Mentre Armani viene celebrato come l’eccezione che conferma la regola, la realtà ci ricorda che nel solo 2024 circa novecento aziende al giorno hanno chiuso i battenti. Il fallimento diffuso di piccole e medie imprese, schiacciate dalla competizione globale e da un mercato sempre più asfittico, non trova spazio nelle prime pagine.

La favola di Armani, con le attrici di Hollywood e il mito della Milano da bere, cancella la realtà della deindustrializzazione, dello sfruttamento dei salari bassi, della delocalizzazione delle produzioni. Si propone un legame artificiale tra grande imprenditoria e paese, quando in verità la traiettoria di Armani è stata un’eccezione isolata, non un modello ripetibile.

L’occultamento del declino italiano

Il mito del self-made man funziona oggi come copertura politica e culturale. La celebrazione di Armani diventa una narrazione utile per occultare l’Italia dei lavoratori, dei conflitti di classe, del progressivo smantellamento industriale. Ciò che i media non raccontano è che Armani ha potuto costruire il suo impero in un’epoca in cui l’Italia era più egualitaria e garantiva maggiore distribuzione della ricchezza. Fu un paese segnato dalle lotte sociali e dalla crescita del welfare, contesto che offriva a imprenditori e lavoratori opportunità oggi impensabili.

Il capitale, nel ricordare Armani, cancella consapevolmente questo passato. La sua impresa è così trasformata in leggenda individuale, in estro creativo che avrebbe trionfato ovunque e comunque. In realtà, il suo successo è stato reso possibile da un’Italia collettiva e solidale, che proprio figure come lui hanno contribuito a erodere con l’immaginario edonista della Milano da bere.

Dietro la retorica della genialità personale si cela un messaggio politico preciso: “la società non esiste”. È l’individuo, con il suo talento, a determinare tutto. La comunità, le conquiste sociali, le battaglie sindacali diventano un ostacolo, un peso da rimuovere. Il lutto mediatico per Armani non è dunque solo commemorazione: è un’operazione culturale che celebra il capitale e, al tempo stesso, fa sparire la memoria di un’Italia più giusta.

6/9/2025 https://www.kulturjam.it/

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