Bombe, petrolio, profitti. L’agenda Usa al tempo di Trump

di Guglielmo Ragozzino

Il petrolio è sotto le bombe, i prezzi e i profitti vanno alle stelle, la finanza oscilla. La guerra di Trump in Iran – e quella di Marco Rubio all’ordine internazionale e agli ambientalisti – scuote l’economia mondiale e impone l’agenda MAGA

Da giovane qual mi sono, di solito pigro, talvolta un po’ pentito, mi son sentito in dovere di leggere, almeno oggi, Il Sole 24 ore di venerdì 20 marzo 2026, confrontando due scoop: la cartina del teatro di guerra, il medio oriente energetico di pagine 4 e 5 e l‘apertura della sezione “Finanza e mercati” dedicata all’Eni a pag. 28. Valeva la pena (e anche i tre euri – come diceva Pintor – di spesa): “Sul gas è allarme rosso: Qatar, fino a cinque anni per riparare Ras Laffan” a illustrare la magnifica cartina, atta a spiegare tutto lo spiegabile. Titolo minore delle pagine con cartina, un testo di Morya Longo “Petrolio, gas e banche centrali: sui mercati la tempesta perfetta”. Alla pagina 28 il nome del primo colpevole (se fossimo in un libro giallo), “Piano Eni: cassa in aumento e cedola extra con Brent in rialzo”. Il primo colpevole (lo sanno i lettori di gialli) non è mai quello giusto, ma un personaggio minore, o almeno con motivazioni assai diverse; ma lo si saprà alla fine. Mentre la Borsa precipita, l’Eni, colpevole o non colpevole che sia, segna un magnifico rialzo del 3 per cento. Chissà perché?

Torniamo a bomba (senza allusioni di sorta). Il grafico del quotidiano economico spiega tutto o quasi. Descrive in primo luogo gli spazi dedicati all’azione. Sono in particolare il Mar Rosso a ovest e il Golfo Persico-Stretto di Hormuz-Golfo di Oman a est. Prima e dopo vi sono oleodotti e gasdotti; e un po’ dappertutto pozzi per petrolio e gas e raffinerie. Nelle cartine sono indicati con rilievo tanto l’isola di Kharg, luogo degli impianti iraniani di raffinazione, obiettivo dei futuri assalti con truppe speciali su terra degli americani, quanto i giacimenti petroliferi qatarini di Ras Laffan bombardati dall’Iran. Due aspetti di una guerra che per l’uno non sempre ha come bersaglio il pericolo nucleare e le eventuali bombe atomiche, per l’altro è l’attacco alla produzione rivale con l’effetto di restringere le quantità in vendita sul mercato e aumentare di conseguenza i prezzi internazionali e i profitti dei produttori. 

Neppure l’informato articolo di Longo (sotto il titolo indicato più sopra c’è una sola parola: “Listini”), poi spiegata da un sommario che annuncia che le borse europee sono in pesante ribasso, mentre “volano i rendimenti dei bond”. Tra i banchieri e i giornali amici si riflettono le difficoltà di interpretazione dei fatti. Qualche giorno dopo l’articolo di Longo lo stesso Sole 24 Ore (domenica 22 marzo 2026) dedica un’intera pagina ai mercati finanziari “Spread di guerra, Btp i più colpiti”. Più sotto, su 4 colonne un altro titolo: “Dollaro e yen segnalano i timori sui mercati: cala il carry trade mentre è corsa alla liquidità”. 

Difficile ragionare quando si è banchieri di grido. Tra tutte queste perplessità bancarie e finanziarie, il pericolo nucleare sembra soprattutto un pretesto per fare la guerra del petrolio e del gas, una delle tante, ottenendo i benefici di un aumento dei prezzi sul mercato internazionale, apprezzato dai contendenti. “Ormai è stato chiarito – riflette per esempio il manifesto (Francesca Luci, 18 marzo 2026) esagerando solo un po’ – che l’urgenza della guerra israelo-americana contro l’Iran era totalmente inventata: nessun arsenale atomico, nessun piano di attacco preventivo e neanche missili intercontinentali. Una guerra voluta dagli israeliani che dovrebbe potenzialmente eliminare il perno di una minaccia percepita come sistemica. Ma l’attacco al South Pars non è un attentato per cancellare un regime, ma un tentativo di annientare il patrimonio dell’intera popolazione e delle generazioni future, in quanto circa il 70–75% di tutto il gas naturale del Paese è fornito da questo impianto e la maggior parte dell’elettricità iraniana è prodotta con centrali a gas. La distruzione del South Pars per la popolazione iraniana rappresenterebbe una catastrofe di portata gigantesca e costituirebbe un danno ecologico di immensa gravità”. 

Mentre Israele teme missili che perfino gli alleati-gregari dell’Iran sanno ormai sparare e quindi li colpisce preventivamente dove sono: in Palestina, in Libano, in Siria, senza preoccuparsi di contravvenire alle norme più ovvie del diritto internazionale, nel tentativo di garantirsi la propria sopravvivenza e naturalmente di vendicarsi del 7 ottobre e di centinaia di anni di atti guerra e di annientamento del passato.

Sempre che tutto non salti prima, Marco Rubio, uno dei “viceré” di Donald, tra un po’ di anni avrà grandi poteri. Attualmente Rubio è il segretario di stato di Trump e ha reso esplicite alcune convinzioni del presidente e del governo Usa (14 febbraio 2026, Monaco, Conferenza sulla sicurezza). Per merito di Federico Rampini, in una paginetta del suo studio su Trump, il primo de “I signori della guerra” descritti in una serie speciale allegata al Corriere della sera, ecco un assaggio  del pensiero americano:

L’ordine globale basato su regole – un termine abusato – avrebbe sostituito l’interesse nazionale (…), abbiamo delegato la nostra sovranità a istituzioni internazionali. Molti Paesi investivano in vasti sistemi di welfare sacrificando la capacità di difendersi (…) Per placare una setta religiosa fanatica ci siamo imposti politiche energetiche che impoveriscono i nostri popoli mentre i nostri concorrenti sfruttano petrolio, carbone e gas anche come leva geopolitica contro di noi. E nella ricerca di un mondo senza frontiere abbiamo aperto le frontiere a un’ondata migratoria senza precedenti che minaccia la coesione delle nostre società, la continuità della nostra cultura e il futuro dei nostri popoli”. 

In brevi frasi si inseguono la critica del diritto delle genti e delle organizzazioni internazionali, come l’Onu, il confronto – perdente – tra welfare e armi, il pensiero ambientalista identificato come una setta religiosa e fanatica che impoverisce le popolazioni e toglie loro beni assoluti come petrolio e gas; infine il guaio dei migranti che minacciano coesione, cultura e futuro di noi tutti.

Nel Rubio-pensiero mancano forse alcuni passaggi – il credo religioso, il potere digitale, per esempio – ma per fare guerre, anche nel ventunesimo secolo, non mancano i motivi tra quelli che il segretario di stato elenca. Oltre alla volontà di potenza, all’abbandono di ogni principio di convivenza tra i popoli e tra i governi che dovrebbero rappresentarli, si può indicarne uno soltanto, estremo, quello degli ambientalisti, “setta religiosa e fanatica”, da cancellare dalla faccia della terra, per impadronirsi, con il diritto del più forte, di “petrolio, carbone e gas”, i beni buoni e indispensabili, i beni che fanno la differenza, consentono di andare avanti, gli uni più svelto, gli altri più piano; gli uni, i vincenti, più ricchi degli altri, con il diritto che loro proviene dalla più forte, più armata, più temuta, più ricca, più istruita nazione del globo: l’America, naturalmente quella del MAGA (Make America great again). 

3/4/2026 https://sbilanciamoci.info/

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Sentitevi liberi di contribuire!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *