Breve racconto etnografico di un soccorso nel Mediterraneo Centrale

PH: Roberta Derosas

Una testimonianza diretta dal confine liquido d’Europa

  • Legenda: DC – Distress case; AP – Alarm Phone;  SAR – Search And Rescue; RHIB – Rigid Hull Inflatable Boat; CP – Capitaneria di Porto; Rotation – periodo di imbarco; SOP – Standard Operational Procedures; Target o Case – barca da soccorrere di cui si ha la posizione; AoO – Area of Operations; POS – Port of Safety

di Roberta Derosas

Questo breve racconto etnografico restituisce, in forma narrativa e riflessiva, l’esperienza diretta di una volontaria al suo primo soccorso a bordo di una piccola barca della flotta civile nel Mediterraneo Centrale.

Attraverso la descrizione di un’azione di salvataggio condotta insieme a un altro veliero e alla Guardia Costiera, il testo esplora i codici impliciti del lavoro in mare: l’ordine, la disciplina, il coordinamento silenzioso tra gli equipaggi. L’incontro con le persone migranti – lo scambio di sguardi, i gesti, le parole condivise – diventa occasione per interrogare il significato dell’attesa, della paura e della cura in uno spazio eterotopico segnato dal rischio e dalla frontiera. Un’osservazione partecipante vissuta nel cuore della crisi mediterranea.

Tra il 4 e il 24 maggio di questo 2025 ho partecipato alla mia prima missione di Search and rescue con una piccola barca della flotta civile che opera nel Mediterraneo Centrale, a sud, molto a sud, delle coste di Lampedusa, in un territorio liquido come è il mare, al largo di tutte le coste: maltesi, italiane, libiche, tunisine.

Si tratta di uno spazio percorso regolarmente dalle persone che abbandonano il nord Africa tentando di trovare soccorso nel tentativo di raggiungere le coste italiane.

Quello su cui ho navigato, è un veliero di 12 metri che opera insieme ad altre barche a vela e motore più grandi per prestare supporto alle persone migranti. Molte di loro non riescono nell’intento e le ragioni sono molteplici. Non entrerò qui in merito delle azioni di push back che sono esercitate da Libia e Tunisia, con il supporto e i fondi dell’UE.

Non è intento, qui, neppure, raccontare le ragioni politiche ed economiche che prevalgono in mare sul diritto, mettendo a dura prova alcune norme fondamentali: dal duty to render assistance al principio di non refoulement. Esistono trattati che li sanciscono e che non vengono rispettati, privando molti esseri umani del diritto al movimento e alla vita, costringendoli, come dice Khosravi a una “vita di ritardo”.

Navigare in questo crocevia liquido, significa entrare in un sistema di potere, con azioni di soccorso che sono politiche, etiche, umane, sempre giuridicamente fondate. Le azioni delle civil fleet si dispiegano come risposta collettiva, strutturata e consapevole; si oppongono ad azioni che negano la libertà di movimento; affermano il diritto al riconoscimento della dignità per ogni essere umano.

Dove gli Stati europei omettono, negano o delegano il soccorso, le flotte civili riempiono quel vuoto, si assumono la responsabilità di agire, di soccorrere, prendere cura.

In queste note etnografiche, voglio restituire a parole le mie osservazioni legata ad un’azione di soccorso di cui sono state protagoniste due barche della flotta civile che hanno agito insieme in una notte di maggio di questo 2025: la mia appunto e un’altra, più grande e più attrezzata. 

Il mare e i salvataggi richiedono ordine e disciplina. Molta. Necessitano attenzione senza risparmio. Richiedono i sensi in allerta. Bisogna saper vedere la barca a cui ci si avvicina, oppure trovarla ascoltando il suono del motore o delle voci delle persone. Il tatto serve a sentire e toccare rapidi: a vela, le cime o barche che si avvicinano troppo a rischio di pericolose collisioni.

PH: Roberta Derosas

Con l’odorato si annusa la benzina: il fumo di una barca che brucia, spesso l’odore della paura. Anche quella di chi soccorre. Scommetto che tutti l’abbiamo: di non farcela, di non avere tempo, di vedere chi annega senza poter intervenire, della “so-called Lybian Coast Guard”.

Ordine. Disciplina. Coordinazione.

Ognuno al suo posto tra i membri dell’equipaggio, guidati da un comandante che impartisce ordini: chi parla coi migranti in movimento, sempre troppi rispetto alle dimensioni della barca, chi la illumina quando cala la notte, chi comunica con le autorità, chi si avvicina col RHIB. E ovviamente il comandante che conduce, che decide, impartisce ruoli e ordini.

In un sabato pomeriggio di maggio, è arrivata, durante la nostra navigazione a sud di Lampedusa, in acque internazionali, una segnalazione da A.P. : un destress case a distanza raggiungibile per noi. Se ci aspettassero troppe ore di navigazione, il nostro movimento verso il salvataggio sarebbe inutile. Sto imparando, in questa mia prima “missione”, che c’è un tempo anche nel rescue e che, se il “target” è troppo lontano, non ha senso raggiungerlo. Non è questo, il caso di oggi.

Dal radar appare che il destress case è a due ore scarse di navigazione da noi. Ci dirigiamo verso la zona, vediamo prima con gli occhi incollati al monitor, poi finalmente di fronte a noi, in mezzo al mare. Una barca grigia, in vetro resina e 3 motori, funzionanti.

A bordo 31 persone, tra cui 4 donne. Solo una o due hanno un salvagente. Un uomo al motore, capace davvero. I suoi compagni hanno fortuna che proprio a lui sia stata imposta la guida. C’è una calma surreale e tutto si muove e si fissa in una lentezza che un orologio non può registrare: i secondi e i minuti si dilatano. Davanti a noi, non ci sono movimenti scomposti, grida. Solo calma e silenzio.

Le persone ci osservano, per capire se facciamo parte della categoria accoglienza o respingimento, se li aiuteremo o li riporteremo all’inferno. Ci identificano. Poi iniziamo a sentire dei suoni: le loro voci, mentre noi prolunghiamo il nostro silenzio per ascoltarli.

Ringraziamenti al cielo e a qualche dio che non ci appartiene. A noi che siamo arrivati in soccorso, mostrano cuori che creano unendo il pollice e l’indice delle mani. E mentre loro ringraziano e si fanno selfie, noi dell’equipaggio cerchiamo di contare quante persone ci siano davvero su quella barca, se ci siano segni di fumo dai motori. 

Stabiliamo il contatto. In inglese prima, poi in spagnolo, unica lingua comune. 

Ordine e disciplina: obbediscono all’ordine di stare seduti, di non muoversi, di non entrare in panico e di venirci dietro a giusta distanza.

L’entusiasmo iniziale lascia posto a una pace a intermittenze. Sono in mare da 3 giorni, hanno fame, sete e paura quando cala la notte.

«Tenemos miedo – abbiamo paura» dice la donna che fa da tramite tra noi e loro. Li calmiamo, li rassicuriamo a parole, illuminiamo la barca nella notte che intanto è diventata nera, perché non si sentano ingoiati dal buio di questa pece in cui non si vede la luna. 

Li confortiamo, dicendo che li accompagneremo a Lampedusa, fino a quando non riceviamo l’informazione che un’altra barca della flotta civile si sta avvicinando a prestare soccorso: noi siamo troppo piccoli per caricare a bordo, mentre lei può farlo.

Continuiamo a guidarli. La comunicazione cambia di nuovo:

«estamos juntos. Los amigos stan cerca de aqui (restiamo uniti, Gli amici stanno arrivando e sono vicini)».

Dall’altro lato, la donna che traduce per le persone ci chiama costantemente, gridando, forse solo a verificare che siamo davvero li: “Hermana, ¿pero cuánto falta? Amica, quanto manca ancora?”.

La mia compagna di navigazione risponde: «Estamos juntos, los acompañamos a Lampedusa. Estamos con ustede – Stiamo uniti, vi accompagniamo a Lampedusa. Restiamo con voi».

Vorrei parlare con loro. Ma non posso perché l’ordine e la disciplina impongono che una sola persona comunichi, gli altri incoraggiano a gesti. Gli ordini non si discutono durante un salvataggio. 

Ordine, disciplina, silenzio. Quello surreale che accompagna l’arrivo del veliero più grande. Sembra un elegante vascello fantasma uscito dalla notte nera. Ricorda le immagini di un galeone pirata in un film senza suono.

Riprendiamo la danza, in tre questa volta. Poi in quattro, quando il RHIB dell’altra barca si avvicina alle persone per distribuire i giubbotti salvataggio.

Poi arriva anche la CP e inizia il trasbordo.

Noi non fiatiamo. Siamo in apnea. C’è qualcosa di magico in questo soccorso silenzioso, ordinato, disciplinato, in cui flotta civile e autorità si coordinano alla perfezione.

A fine operazione, il rhib del veliero più grande ci si avvicina a noi sfrecciando: 3 persone a bordo. Ci aggiornano su chi siano gli uomini e le donne soccorsi, scherzano sul fatto che adesso finalmente è ora di cena. Humour da search and rescue. Si allontanano, ingoiati dal buio.

Riprendiamo la nostra corsa. Ritorniamo a sud.

In silenzio, ordine e disciplina che sono necessarie, intricate, ridiscusse, ridisegnate, coordinate, condivise. Silenziose. Indispensabili. 

Quelle che mi ricordano che questa è una frontiera in cui l’assenza di suoni si unisce alle grida degli ordini e le luci di torce guidano barche verso porti sicuri; che rivelano ancora una volta che la coesione costruisce un equipaggio nel soccorso in mare.

Ordine e disciplina invocano coraggio per rispondere alla paura di non farcela. Quella delle persone, quella dell’equipaggio.

12/6/2025 https://www.meltingpot.org/

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