Caraibi sotto assedio: il petrolio venezuelano al centro della nuova guerra imperiale

La virata a destra della Bolivia – per il suicidio politico del MAS- e la crescente presenza militare statunitense nei Caraibi segnano una nuova fase dell’aggressione imperiale USA: dietro il pretesto della lotta alla droga si cela la conquista delle risorse latinoamericane. Il Venezuela è il bersaglio, il petrolio la posta in gioco.

L’egemonia energetica dietro l’irruzione USA nei Caraibi

L’elezione di una forza politica conservatrice in Bolivia – per il suicidio del MAS, che nella più classica tardizione della sinistra, si è diviso in una lotta fracidia – e con essa la possibile consegna strategica del litio nazionale – segna una svolta geopolitica che merita attenzione. Dopo che l’Ecuador è diventato una sorta di protettorato statunitense, cedendo petrolio e orientandosi completamente su Washington, si sta ridefinendo un contesto favorevole all’assalto statunitense sulle ricchezze latinoamericane.

È in questo scenario che si comprende il ruolo crescente della IV Flotta statunitense nei mari del Sud: non un’operazione contro il narcotraffico bensì una strategia predatoria sulle risorse.

L’argomentazione secondo cui la presenza statunitense nei Caraibi sarebbe motivata dalla “guerra alla droga” appare fragile e artificiosa. Come ha scritto Pino Arlacchi sul F.Q. il 30 agosto 2025: “Durante il mio mandato alla guida dell’unoc, l’agenzia antidroga e anticrimine dell’onu, sono stato di casa in Colombia, Bolivia, Perù e Brasile ma non sono mai stato in Venezuela. Semplicemente, non ce n’era bisogno. La collaborazione del governo venezuelano nella lotta al narcotraffico era tra le migliori dell’america latina. Il paese era pieno di problemi, ma era del tutto estraneo al circuito della produzione, del traffico e perfino del consumo di droghe pesanti.”

E ancora: “Il rapporto Onu 2025, appena pubblicato, è di una chiarezza cristallina, che dovrebbe imbarazzare chi ha costruito la demonizzazione del Venezuela. Il documento menziona appena il Venezuela, affermando che una frazione marginale della produzione di droga colombiana passa attraverso il paese nel suo cammino verso Usa ed Europa. Il Venezuela, secondo l’onu, ha consolidato la sua posizione storica di territorio libero dalla coltivazione di foglia di coca, marijuana e simili, nonché dalla presenza di cartelli criminali internazionali. Il documento non fa altro che confermare i 30 rapporti annuali precedenti, che non parlano del narcotraffico venezuelano perché questo non esiste. Solo il 5% della droga colombiana transita attraverso il Venezuela. Ben 2.370 tonnellate – dieci volte di più – vengono prodotte o commerciate dalla Colombia stessa, e 1.400 tonnellate passano dal Guatemala. Sì, avete letto bene: il Guatemala è un corridoio di droga sette volte più importante di quello che dovrebbe essere il temibile “narco-stato” bolivariano. Ma nessuno ne parla perché il Guatemala è a secco dell’unica droga non naturale che interessa Trump: il petrolio. Il paese ne produce lo 0,01% del totale globale.”

Dunque, se la lotta al narcotraffico fosse davvero l’obiettivo, Washington avrebbe potuto colpire i centri di produzione e riciclaggio di fentanyl, per esempio, vero flagello della società statunitense, stimati in oltre 3000 laboratori disseminati- sapete dove? – sul suolo americano. Così come le reti finanziarie,  legate a Wall Street, che ne gestiscono i profitti.

Invece, quella che si profila è un’azione militare dai contorni inquietanti — illegittima da qualsiasi orizzonte la si osservi — capace di colpire direttamente imbarcazioni civili indistintamente, senza appello a indagini o identificazioni preliminari. È un vero e proprio terrorismo di Stato: sparare prima e “vedere chi c’è” dopo.

Il fronte venezuelano: obiettivi reali e strategie implicite

L’azione navale statunitense concentra i suoi sforzi lungo le coste venezuelane con due obiettivi che si rafforzano a vicenda. Il primo è quello più urgente: far cadere il governo Maduro. Il secondo, di più lungo respiro, è distruggere l’asse ALBA — ossia Cuba e Nicaragua — e demolire un modello antagonista al dominio neoliberista occidentale.

La strategia prevede due piste: un attacco diretto fondato su un falso casus belli oppure un’escalation graduale tale da provocare una reazione che giustifichi l’intervento. Al momento tiene banco la guerra psicologica, con azioni calibrate che cercano di mantenere il conflitto al di sotto della soglia della guerra dichiarata.

In questa guerra “ombra” si inserisce l’autorizzazione della CIA a orchestrare golpe, da sempre presente nel discorso dell’intervento in Venezuela. Allo stesso tempo, attacchi contro pescatori innocenti servono da messaggio simbolico: le navi USA agiscono come un blocco navale in regime di fatto, seminando terrore e violando il diritto internazionale. Tutto ciò senza bisogno di dichiarazioni ufficiali o convenzioni belliche.

Ma perché il Venezuela? Perché il petrolio è da sempre la vera posta in gioco. Le sue riserve — ufficialmente 303,3 miliardi di barili — lo collocano al vertice mondiale secondo il BP Statistical Review. Solo la fascia petrolifera dell’Orinoco, da sola, potrebbe contenere fino a 1.300 miliardi di barili, stimate le versioni più ottimiste.

Gli Stati Uniti, pur tra i maggiori produttori, sono comunque destinati a restare acquirenti netti di risorse energetiche: producono circa 15,8 milioni di barili al giorno ma ne consumano quasi 20. Se interrompessero le importazioni, avrebbero riserve per circa cinque anni — un margine insufficiente per un’economia mondiale e per un’ambizione globale come la loro.

Il “blocco” verso Russia, Iran e Venezuela è divenuto prioritario sotto l’amministrazione Trump, il petrolio venezuelano diventa il fulcro di una strategia geopolitica che sacrifica ogni visione di equilibrio regionale. Nel tentativo di far prevalere il “venditore unico” occidentale, lo spazio per alternative socioeconomiche – come quelle promosse dall’ALBA – è dichiarato nemico.

A ciò si aggiunge la dinamica delle relazioni che Caracas ha tessuto con Russia, Iran e Cina per rompere l’accerchiamento commerciale e geopolitico. La domanda retorica è: gli Stati Uniti intervengono davvero per contrastare la droga, oppure l’obiettivo è rovesciare un modello politico diverso? La risposta ovvia.

Il narcotraffico è solo un pretesto volto a giustificare la messa a ferro e fuoco dell’America Latina. Il gioco in corso ha il sapore di un ritorno al monroismo imperiale: dominare l’emisfero sud, imporre regime change, annichilire modelli distanti dal capitalismo estrattivo. Sotto questo profilo, la IV Flotta non è “presenza deterrente”, ma strumento di disordine strategico.

La posta non è locale, è globale. L’America Latina, allora, non è più periferia: è, oggi, terreno dello scontro globale tra diritto internazionale e volontà imperialista.

24/10/2025 https://www.kulturjam.it/

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