Caso Cucchi, la Commissione d’inchiesta del Senato stabilì il contrario dei giudici. Ora il ricorso in Cassazione. “L’assoluzione nel processo d’appello per tutti gli imputati per la morte di Stefano Cucchi è una vergogna senza precedenti: è l’autoassoluzione dello Stato. Nel corso del procedimento, infatti, si è dimostrata in modo evidente l’esistenza di un sistema violento nei confronti dei detenuti e di un sistema sanitario quanto meno superficiale. E’ surreale che tutti sappiano cos’è successo a Stefano Cucchi, tutti sanno che è stato pestato a sangue e che non gli sono state somministrate le cure adeguate, ma nessuno paga. L’assoluzione di queste persone è autoassoluzione di uno Stato sempre più autoritario. E’ straziante, l’hanno ucciso per la terza volta. Siamo vicini a Ilaria e a tutta la famiglia Cucchi.” Paolo Ferrero

Ilaria Cucchi, sorella di Stefano

“La giustizia ha ucciso Stefano. E’ una giustizia malata. Mio fratello è morto in questo palazzo cinque anni fa, massacrato”. Urla così la sua rabbia Ilaria Cucchi, in lacrime dopo aver visto finire nel nulla un processo nel quale lei e la sua famiglia hanno creduto: quello per la morte del fratello Stefano, morto il 22 ottobre di cinque anni fa dopo una settimana di ricovero in ospedale. Lui, che il 15 di quel mese era stato arrestato nel cuore della notte per possesso di droga. L’inchiesta avviata dalla Procura diede il via ad un lunghissimo processo, iniziato con il rinvio a giudizio dei dodici imputati (gennaio 2011). Da allora, 45 udienze, 120 testimoni sentiti, decine di consulenti tecnici nominati da accusa, parti civili, difesa, e anche una maxi-perizia disposta dalla stessa Corte. Fino alla sentenza di primo grado con condanne ed assoluzioni. In primo grado, per la III Corte d’assise Cucchi non fu picchiato nelle celle di sicurezza del tribunale, ma mori’ in ospedale per malnutrizione e l’attivita’ dei medici fu segnata da omissione e noncuranza.

Ignazio Marino: “Sentenza dissonante con le conclusioni della Commissione d’inchiesta”
Una versione che contrasta addirittura con quanto stabilì la commissione d’inchiesta del Senato, presieduta dall’attuale sindaco di Roma Ignazio Marino, che ha parlato di “sentenza dissonante”. “La Commissione d’inchiesta si è trovata di fronte alla drammatica vicenda di un ragazzo che ha perso dieci chili in sei giorni – ha ricordato Marino -: i consulenti della Commissione hanno documentato che, oltre alla disidratazione, il corpo di Stefano riportava alcune lesioni anche vertebrali – aggiunge – Nell’analizzare quanto accaduto, la sensazione forte della Commissione è che nei confronti di Stefano Cucchi abbiano prevalso le esigenze legate agli aspetti cautelativi rispetto a quelli sanitari. Stefano, come detenuto, non si è visto riconoscere lo stesso diritto alla salute di chi non si trova in carcere: la sua famiglia infatti non ha potuto parlare subito con i medici delle sue condizioni di salute, perché serviva l’autorizzazione di un magistrato di sorveglianza”.

Pene già miti in partenza
Le pene comminate dai giudici in primo grado furono molto inferiori alle richieste dell’accusa: un anno e quattro mesi per i quattro medici accusati di abbandono di persona incapace, favoreggiamento e omissione di referto. Le richieste, per tutti e quattro, superavano i cinque anni di detenzione. Per il quinto condannto all’epoca – otto mesi per falso e abuso di ufficio – la richiesta iniziale era di due anni di reclusione. Dopo il primo grado, il procuratore generale Mario Remus chiese la revisione della sentenza, continuando a sostenere la tesi della morte per pestaggio e poi per abbandono in ospedale.
Sono assolti dall’imputazione Aldo Fierro, il primario del reparto detenuti del ‘Pertini’, condannato invece a due anni in primo grado; i medici Stefania Corbi, Flaminia Bruno, Silvia Di Carlo e Luigi De Marchis Preite, che in primo grado erano stati condannati a un anno e quattro mesi ciascuno. Assolto anche il medico Rosita Caponnetti, che era stata condannata a 8 mesi. Confermata la sentenza assolutoria di primo grado per gli agenti della polizia penitenziaria Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Domenici, come pure per i tre infermieri Giuseppe Flauto, Elvira Martelli e Domenico Pepe. Le motivazioni della sentenza saranno depositate tra novanta giorni.

L’ultima speranza è il ricorso in Cassazione
La famiglia Cucchi annuncia ancora battaglia: la prossima tappa dovrebbe essere il ricorso in Cassazione. “Mio fratello è morto nel Palazzo di giustizia di Roma cinque anni fa, quando ci fu l’udienza di convalida del suo arresto per droga e in quel caso il giudice non vide che era stato massacrato. Stefano si è spento da solo, tra dolori atroci”, ricorda tra i singhiozzi Ilaria. La famiglia Cucchi adesso attende le motivazioni della sentenza assolutoria che ha accomunato dietro la formula ‘perché‚ il fatto non sussiste’ tutti gli imputati. “Attenderemo le motivazioni dei giudici – ha aggiunto Ilaria Cucchi-. Di sicuro andrò avanti e non mi farò frenare perché‚ pretendo giustizia. Chi come mio fratello ha commesso un errore deve pagare, ma non con la vita”. Anche la mamma di Stefano, Rita Calore – solitamente restia a parlare – ha affidato a poche frasi la sua delusione: “Una sentenza assurda. Mio figlio è morto ancora una volta”. E, insieme con il marito Giovanni, offrono una certezza: “Continueremo la nostra battaglia finch‚ non avremo giustizia. Non si può accettare che lo Stato sia incapace di trovare i colpevoli. Noi vogliamo sapere esattamente chi siano i responsabili”. La loro emozione, mista a rabbia, è stata visibile da subito, fin da quando oggi hanno atteso la lettura del dispositivo della sentenza appoggiati al primo banco dell’aula d’udienza, quello riservato al rappresentante della Procura generale. Le prime parole di Giovanni Cucchi sono state chiare: “Stefano è stato ucciso tre volte”. E la moglie Rita: “Lo Stato si è auto-assolto. Per lo Stato l’unico colpevole sono quattro mura”.

Antigone:”Mancano le norme contro il reato di tortura”
Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, ha ricordato che nei casi di tortura e di violenze istituzionali, nel nostro paese, mancano le norme. “Perseguire i responsabili è operazione tragicamente impossibile”,afferma. Mancano le norme “e manca una cultura pubblica di rispetto profondo della dignità umana”. “Anche in questo caso ha prevalso lo spirito di corpo – aggiunge Gonnella – che impedisce la ricostruzione puntuale dei fatti e il raggiungimento della verità storica. A questo punto non resta che sperare che la Corte Suprema di Cassazione annulli una sentenza, come quella odierna, che si muove perfettamente nel solco di una storia, quella italiana, che fa fatica a dare giustizia a chi ne ha diritto”.

Fabio Sebastiani

1/10/2014 www.controlacrisi.org

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