Come Bruxelles trasforma i media italiani in fabbriche di propaganda e fakenews

Lo scorso giugno 2025 il giornalista e saggista Thomas Fazi ha pubblicato un rapporto intitolato “La macchina dei media” di Bruxelles, ignorato dai media mainstream italiani perché smaschera le loro attività eversive e antidemocratiche, alimentate da lauti finanziamenti pilotati dalla Commissione Europea.

Secondo l’inchiesta, queste attività mirano a usare propaganda e fakenews per assoggettare l’opinione pubblica al servilismo politico verso le élite dell’UE, rafforzare la russofobia, sostenere la prosecuzione del conflitto in Ucraina e il progetto ReArm Europe per favorire i profitti dell’industria bellica europea e americana, oltre a restringere gli spazi di informazione indipendente in vista di un regime autoritario europeo che annulli definitivamente la sovranità degli Stati e dei cittadini.

Il rapporto ricostruisce il vasto, poco esaminato sistema di finanziamento dei media dell’Unione Europea: un ecosistema tentacolare attraverso il quale Commissione e Parlamento europeo distribuiscono complessivamente quasi 80 milioni di euro l’anno a progetti mediatici in Europa e oltre i confini dell’Unione.

Pur presentato come sostegno alla libertà e al pluralismo dell’informazione, questo sistema finanzia contenuti apertamente pro-UE, pro-Ucraina, pro-Israele, sollevando interrogativi sull’indipendenza editoriale, sulla pressione politica e sulla solidità democratica del discorso pubblico.

Il sistema di finanziamento

La Commissione Europea rappresenta il principale finanziatore di media italiani, europei ed extraeuropei. I fondi vengono erogati attraverso vari programmi.

IMREG, misure di informazione sulla politica di coesione: oltre 40 milioni di euro dal 2017 per campagne mediatiche favorevoli all’UE, spesso affidate a emittenti pubbliche e agenzie di stampa.

Partnership giornalistiche: quasi 50 milioni dal 2021, destinati soprattutto a organizzazioni che producono contenuti allineati alle priorità politiche e geopolitiche dell’Unione, in particolare riguardanti il conflitto russo-ucraino.

Azioni multimediali: oltre 20 milioni l’anno finanziando progetti come l’European Newsroom, consorzio di 24 agenzie europee con sede a Bruxelles, ed Euronews.

Osservatorio europeo dei media digitali (EDMO): almeno 27 milioni assegnati a reti di contrasto alla disinformazione che spesso coincidono con strutture impegnate nella promozione mediatica dell’UE e che, secondo il rapporto, mirano a screditare il giornalismo indipendente.

Il Parlamento Europeo ha investito quasi 30 milioni dal 2020 in campagne informative, soprattutto legate alle elezioni del 2024.

Obiettivi dichiarati e obiettivi reali

Sebbene presentati come promozione del pluralismo, questi progetti avrebbero in realtà lo scopo di rafforzare narrazioni favorevoli all’UE, marginalizzare le voci critiche e costruire dall’alto una sfera pubblica europea.

Parole chiave come combattere la disinformazione o sostenere la programmazione fattuale vengono utilizzate come strumenti retorici per giustificare un intervento diretto nello spazio informativo.

Relazioni opache con i media principali

Secondo il rapporto, l’UE mantiene partnership strutturali e non trasparenti con emittenti pubbliche e agenzie di stampa, confondendo i confini tra informazione giornalistica e comunicazione istituzionale. Le stesse organizzazioni coinvolte nelle reti antidisinformazione riceverebbero anche finanziamenti promozionali, rafforzando la dipendenza e una narrazione conforme alle posizioni europee.

L’opacità in Italia

In Italia molte testate ricevono fondi diretti o indiretti dall’UE tramite bandi, contratti quadro, partnership o campagne informative, spesso senza una comunicazione trasparente al pubblico.

Secondo l’inchiesta, tra i principali beneficiari figurano: ANSA (circa 5,6 milioni), RAI (circa 2 milioni), Il Sole 24 Ore (1,5 milioni più progetti aggiuntivi), Repubblica (gruppo GEDI), Mediaset, Sky, AdnKronos, Citynews, Libero, Italia Oggi, Il Foglio, Il Riformista, L’Inkiesta, la Gazzetta del Sud, con finanziamenti in alcuni casi fino a 3 milioni annui.

Molti fondi passerebbero per intermediari come Havas Media France, rendendo più difficile comprendere chi siano i beneficiari finali. Alcuni progetti finanziano iniziative di contrasto all’informazione indipendente presentate come lotta alle fake news e che nella pratica, sostiene Fazi, funzionano come campagne diffamatorie contro i media non allineati a UE e NATO.

Direttive editoriali e contenuti

Secondo il rapporto, i fondi europei sono utilizzati per promuovere contenuti in linea con le politiche UE: campagne green presentate in modo da far accettare misure restrittive senza chiamare in causa le responsabilità delle grandi imprese nel degrado ambientale; promozione insistita delle politiche identitarie; russofobia; informazione distorta sui Paesi BRICS e sugli Stati non allineati alle strategie occidentali; sostegno al governo ucraino e a quello israeliano, con minimizzazione del genocidio di Gaza; legittimazione delle operazioni politiche dell’UE in Africa, Sud America e Asia; disinformazione sistemica contro la Cina.

Anche senza interventi diretti, la dipendenza economica crea un incentivo strutturale nei media a sostenere posizioni filo-UE e filo-NATO, favorendo una narrazione orientata al conflitto e alla russofobia. Questo, secondo Fazi, indebolisce il ruolo dei media come contropotere e come garanti di un’informazione pluralista.

Espansione oltre i confini dell’UE

Il rapporto denuncia attività mediatiche europee anche in Ucraina, Balcani, Caucaso, America Latina, Africa e Asia, oltre che finanziamenti a media russi e bielorussi controllati da oligarchi coinvolti in reati finanziari e legati a gruppi neofascisti, presentati in Europa come vittime dei governi di Putin e Lukašenko.

Pur giustificate come sostegno alla democrazia, queste operazioni risponderebbero a logiche geopolitiche e a strategie d’influenza simili ai programmi americani della USAID.

Un sistema che indebolisce la democrazia

Senza finanziamenti UE, sostiene Fazi, molti media italiani chiuderebbero. Ciò li trasforma in strumenti di propaganda invece che in garanti di informazione indipendente. Da presidi democratici, diventano megafoni del potere, incapaci di svolgere un ruolo critico sulle strategie politiche dominanti.

Thomas Fazi è un ricercatore, scrittore e giornalista indipendente con base a Roma. Tra i suoi libri figurano The Battle for Europe, Reclaiming the State (con Bill Mitchell) e The Covid Consensus (con Toby Green). Scrive per UnHerd e Compact.

L’inchiesta completa è disponibile sul sito di Thomas Fazi.

Aurelio Tarquini

19/11/2025 https://www.farodiroma.it/

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