Come cacciarli senza il rischio di ritrovarci in politiche simili?

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La politica italiana al bivio: oltre la destra e le illusioni di alternanza

La scena politica italiana si presenta oggi come un groviglio drammatico e complesso, un nodo difficile da sciogliere che interpella profondamente le fondamenta stesse della democrazia. Al centro di questa tempesta, un governo di destra, accusato di tendenze autoritarie e di una politica repressiva che, come dimostrato dal decreto sicurezza bocciato dalla Cassazione per evidenti contrasti con la Carta Costituzionale, esprime il volere di erodere gli spazi democratici. La volontà di rompere gli equilibri tra potere esecutivo, legislativo e giudiziario, palesata dalla“marginalizzazione del Parlamento e dallo scontro aperto con la magistratura, è un segnale inequivocabile di questa deriva.

Questa destra non è pericolosa tanto per un sovranismo che, nella realtà, si rivela una subalternità imbarazzante agli Stati Uniti, quanto piuttosto per l’obiettivo dichiarato di annientare ogni forma di dissenso. Il controllo mediatico, le riforme costituzionali come il premierato, volte a rafforzare il potere esecutivo istituzionale, e un’azione repressiva che si manifesta nell’invenzione di nuovi reati e nell’autorizzazione all’uso della forza contro chi manifesta, sono gli strumenti di questa strategia. È innegabile, dunque, la necessità di contrastare e vincere la battaglia per allontanare questi “fascisti” dal governo del paese.

Ma la domanda cruciale è: è sufficiente invocare un’unità antifascista per sconfiggere la destra alle prossime elezioni? La risposta, netta e perentoria, è no. Questa non è la strada che condurrà alla sconfitta della destra.

Invocare l’unità antifascista senza un progetto alternativo reale, capace di spezzare il sistema di potere e di tradursi in politiche sociali di rottura rispetto al neoliberismo, è un esercizio sterile. Senza una visione che trasformi i comitati affaristici legati alle grandi opere in un progetto ambientale di sviluppo alternativo al consumo di suolo, senza interventi concreti sulla messa in sicurezza territoriale dal dissesto idrogeologico fino al contrasto alla deriva climatica, senza questi presupposti politici, culturali e ambientali, nessuna destra potrà essere sconfitta.

Il Partito Democratico, il “campo largo” o il centrosinistra, comunque lo si voglia chiamare, non solo non si fa portatore di nessuna di queste politiche alternative, ma addirittura, nel suo partito di maggioranza, il PD, si posiziona su guerra e riarmo in modo analogo alla destra, e in certi casi persino peggio. La guerra e il riarmo rappresentano oggi una discriminante politica enorme, insuperabile con invenzioni elettoralistiche o con la minimizzazione del tema, né tantomeno con posizioni che negano il giorno dopo ciò che si è fatto e praticato fino al giorno prima.

In primo luogo, è fondamentale comprendere cosa sia la destra oggi. Non è solo quella fascista“nostalgica che emerge qua e là; affermare che il fascismo odierno sia quello di un tempo, con camicie nere, fez e olio di ricino, significa avere una visione limitata dell’evoluzione storica e del salto in avanti compiuto dal neofascismo. Ma anche limitarsi a descrivere il neofascismo come un progetto nazionalista e sovranista è fuori dalla realtà storica. Nazionalismo e sovranismo“sono aspetti marginali, quando nella realtà si risponde a organismi internazionali, militari e neocoloniali come la NATO, il cui principale compito è il mantenimento dell’ordinamento di dominio atlantico nel mondo, che ovviamente né il centrodestra né il centrosinistra-campolargo mettono minimamente in discussione.

In realtà, il neofascismo è più complesso della versione mediatica semi-nostalgica che viene proposta. Il neofascismo odierno è il frutto dell’idea di suprematismo razziale e coloniale del“passato novecentesco, ma si è strutturato su un nuovo concetto razziale e coloniale di suprematismo bianco e occidentale. La Commissione Europea di Ursula von der Leyen ne è la rappresentazione plastica. Non si può certo dire che il “governo” e il “parlamento” europeo siano sovranisti e nazionalisti; al contrario, sono piegati, obbedienti e servili, prima a Biden e oggi a Trump. Mai in questi anni un sussulto di dignità, mai una decisione che andasse incontro alle necessità delle popolazioni europee, solo e sempre, da servi sciocchi, decisioni che soddisfano gli interessi del padrone a stelle e strisce. Ma sono invece interpreti premurosi del mantra “politico “religioso” del suprematismo bianco occidentale.“maggioranza, il PD.

Il doppio standard messo in atto nella guerra ucraina e nel genocidio palestinese sono un vero“manifesto politico-pratico di neofascismo. Non solo perché, nel tentativo di salvare l’ormai decadenza strutturale del dominio statunitense nel mondo, non si fa scrupolo di finanziare e armare il nazismo ucraino (oggi capostipite della rinascita nazista in Europa) e quello del sionismo israeliano che sta compiendo un genocidio in mondovisione, ma soprattutto perché tutto ciò si giustifica e si appoggia apertamente. Si può parlare di neofascismo senza tener conto di questo manifesto politico? No, non credo proprio.

E qui veniamo alle contraddizioni enormi e incolmabili portate avanti in particolare dal PD. Non si può parlare di unione antifascista in Italia per cacciare la Meloni e contemporaneamente appoggiare il suprematismo occidentale europeo, appoggiare il piano di riarmo, inventandosi la “supercazzola” dell’esercito europeo, dire dall’opposizione no al 5% per poi, come sempre nel“passato, una volta al governo, affermare che gli impegni internazionali vanno rispettati. Del resto, gli alleati Calenda e Renzi hanno già messo le mani avanti. Invocare l’unità antifascista e appoggiare e sostenere la von der Leyen , come fa il PD, è un inganno politico elettorale esclusivamente volto a raggiungere il potere senza mettere in discussione il tratto autoritario, guerrafondaio e antisociale che lo caratterizza.

Per cacciare la Meloni e i fascisti ci vuole altro. Ci vuole la ripresa forte e irrinunciabile di un“conflitto di classe, che metta al centro dell’agenda politica una vera alternativa politica, sociale e ambientale. Bisogna sganciarsi da Confindustria, rimettere la centralità del lavoro salariato come strategia politica inalienabile, ridare diritti e dignità ai lavoratori e ai soggetti sociali più“deboli. Bisogna contrastare le lobby, a partire da quelle della guerra, peraltro fortissime in“ambienti PD che controllano grandi aziende italiane delle armi. Occorre fare un piano di reinternalizzazione dei servizi pubblici privatizzati, a partire da sanità, scuola e trasporti.

Qualcuno dice che l’idea dell’alternativa ha fallito, che con il sistema bipolare occorre guardare alla “tattica” per assestare qualche colpo nella direzione giusta. Illusione, per altro già sperimentata ampiamente con il primo governo Prodi, chi ha la mia età ricorda bene “il patto di “desistenza” le cui caratteristiche erano appunto battere la destra berlusconiana e appoggiare solo quello che si condivideva.

Non resse alla prova della finanziaria che con il motto “ce lo chiede l’Europa” imponeva tagli sociali e sacrifici enormi alla nostra classe sociale. Rompemmo con quel governo, in quello cha a oggi è stato l’unico vero atto di “rifondazione del comunismo”(in senso politico e culturale) e fummo letteralmente massacrati da un orgia mediatica, che ancora oggi nelle menti di fasce popolari ha lasciato indelebile il falso secondo cui, quel gesto politico che tutelava interessi materiali sociali, portò al governo Berlusconi, quando in realtà dopo Prodi ci fu il governo D’Alema che durò tre anni e che oltre a finanziarie lacrime e sangue fece quella cosuccia chiamata guerra di aggressione alla Serbia, senza mandato ONU e al solo servizio della NATO.

Tutto questo oggi sembra non esistere, sembra che anzichè combattere la logica antidemocratica bipolare, ci si voglia adeguare per sopravvivenza, non pensando che alla fine a vincere sarà il sistema di potere attuale.

E poi c’è un punto straordinariamente pesante: chi non vota. Un italiano su due non vota, in buona parte perchè non crede c he il sistema elettorale intrappolato nella gabbia maggioritaria, possa cambiare realmente la sua condizione sociale. L’equazione può sembrare semplicistica ma è dannatamente veritiera: siccome chiunque vinca dei due schieramenti per me non cambia nulla, votare non serve a nulla anzi legittima questo sistema. Chi sta fuori dal bipolarismo, magari ha anche idee che molti elettori che non votano considerano giuste, ma il sistema è autoprotetto dalla grancassa mediatica che ignora ciò che non sta dentro il bipolarismo e anzi indirizza da subito il confronto tra due contendenti. Una farsa democratica che spinge sempre più al non voto.

Ecco oggi avremmo bisogno di fare una battaglia per far capire a chi non vota che tornare a votare una alternativa vera è l’unica via che resta in democrazia, non dobbiamo lottare per accaparrarci i voti di chi va“già a votare, ma lottare per coloro che sono sfiduciati e non credono più in queste Istituzioni e di“sicuro non lo si può fare se abbracci “tatticamente” il bipolarismo.

Per dirla in parole semplici e comprensibili: ci vuole un’alternativa, non una semplice alternanza.

di Marco Nesci

Collaboratore redazionale di Lavoro e Salute

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