«Con cinque navi svizzere vogliamo rompere il blocco israeliano»

Intervista al medico vallesano che dopo avere visto l’inferno a Gaza coordina la flotta elvetica che a settembre, assieme ad altre imbarcazioni, tenterà di raggiungere via mare la popolazione palestinese

Tre missioni mediche a Gaza lo hanno segnato profondamente. Oltre al dramma dei bimbi morti e mutilati, delle operazioni svolte in condizioni estreme, senza farmaci e anestetici, a turbarlo è stato quel senso di impotenza e frustrazione dato dal blocco israeliano. Un blocco che lo ha costretto a lasciare morire persone che, senza medicinali, non avrebbero potuto salvarsi.

Dal suo ultimo ritorno, nel dicembre 2024, Hicham El Ghaoui – nato in Francia da genitori marocchini e dal 2013 medico generalista in Vallese – ha deciso di dedicarsi attivamente per tentare di spezzare il blocco di Israele e scuotere le coscienze dei Governi occidentali, «inermi se non complici di fronte ad un genocidio e alle innumerevoli violazioni del diritto internazionale».

Dopo essere stato uno dei promotori della Global March to Gaza, il dottor El Ghaoui ha creato un’associazione – la Wave of Freedom Switzerland – che il prossimo mese di settembre parteciperà alla Global Sumud Flotilla. Si tratta di un’azione collettiva che riunisce attiviste e ONG di oltre quaranta paesi e che ha come obiettivo quello di rompere il blocco illegale di Gaza via mare. Lo abbiamo intervistato.

Dottor El Ghaoui, come va la preparazione? Quante navi svizzere parteciperanno alla Global Sumud Flotilla?

La preparazione sta andando molto bene. Per ora, grazie alle numerose donazioni che abbiamo raccolto in Svizzera in poche settimane (circa 500.000 franchi, di cui 200.000 da un medico vallesano) siamo riusciti ad acquistare cinque navi. Tre hanno già un nome: Heidi, Guglielmo Tell e Henri Dunant. Stiamo preparando la documentazione necessaria e abbiamo selezionato cinquanta persone tra le seicento candidature che abbiamo ottenuto per partecipare alla missione. Le nostre navi sono basate in Sicilia e in Grecia. Partiremo ad inizio settembre e ci aggregheremo alla flotta che partirà da Barcellona il 31 agosto.

In totale quante navi partiranno?

Per ora sono pronte più di 60 imbarcazioni.

Un numero che rischia di mettere in difficoltà Israele…

Speriamo! Ci vogliono due o tre navi per bloccarne una: il compito della marina israeliana sarà quindi molto più complesso rispetto ai precedenti tentativi fatti da singole navi. Navi che sono state bloccate illegalmente, quando si trovavano in acque internazionali.

Cosa trasporterete sulle vostre barche?

Ogni imbarcazione trasporterà all’incirca una tonnellata di latte in polvere e dei filtri per l’acqua. Non è molto, anche se ciò permetterà di salvare delle vite. Si tratta di navi che non sono previste per questo tipo di operazione per cui lo spazio è poco. Il fatto è che il cibo non manca. Semplicemente non può entrare a Gaza. Per la prima volta nella storia dell’umanità siamo di fronte ad una carestia in presenza di cibo. Il nostro primo obiettivo è quindi quello di rompere il blocco illegale israeliano.

Lei è già stato tre volte a Gaza, in qualità di medico. Cosa ha visto sul terreno?

La prima missione è stata nell’aprile 2024. Sono un medico generalista e nei mesi precedenti mi ero preparato intensamente in Svizzera assistendo ad operazioni chirurgiche, ad amputazioni eccetera.

Poi sono arrivato a Gaza e ho conosciuto l’inferno. Ho visto bebè di pochi mesi amputati, ragazzi uccisi con dei colpi in testa dai cecchini, situazioni che gli occhi umani non dovrebbero vedere mai. Abbiamo dovuto lavorare in condizioni estreme. Ciò vuol dire, ad esempio, amputare dei bambini senza anestesia o rinunciare a curare una persona ustionata perché non c’era morfina.

Con che sentimento è tornato a casa?

Mi sono sentito frustrato, vuoto, distrutto, impotente. Quando sono arrivato la prima volta, avevo molte speranze. Ma, rapidamente il mio sentimento è cambiato. Quando inizi a selezionare chi curare e chi no oppure a sperare che un paziente muoia in fretta, perché sai che se sopravvive soffrirà per settimane senza cure adeguate, significa che c’è un problema. Per la prima missione, sono entrato dall’Egitto e ho potuto portare diversi medicinali. Per la seconda e la terza missione sono invece dovuto passare da Israele dove le autorità mi hanno impedito di trasportare a Gaza i medicamenti che avevo portato dalla Svizzera grazie ad una colletta.

È in quel momento che ha capito che bisognava agire diversamente?

Sì. Ho smesso di credere nelle missioni mediche. Se, come medico, non sei in grado di fornire medicinali e attrezzature e la maggior parte dei pazienti che arriva in ospedale muore nei giorni o nelle settimane successive, beh allora si tratta di un fallimento. Ho cercato di trasformare questa frustrazione in un altro modo di azione.

Lei è stato tra i promotori della Global March to Gaza. Anche in questo caso non siete riusciti a raggiungere la popolazione palestinese. Lei stesso è stato arrestato e rispedito in Europa. Si tratta di un fallimento?

Non direi. Siamo riusciti a fare arrivare in Egitto tra le quattro e le cinquemila persone. Cittadini di decine di paesi che autonomamente hanno preso l’aereo per questa missione. Siamo inoltre riusciti a mostrare le complicità dell’Egitto con il genocidio. Inoltre abbiamo lanciato un messaggio anche ai governi occidentali, che avrebbero il potere di agire, ma non lo fanno. Così, quando i politici non fanno il loro lavoro, spetta ai cittadini farlo.

Per la prossima missione con le navi avete contattato le autorità svizzere?

Sì, il 12 agosto, in occasione del 76esimo anniversario delle Convenzioni di Ginevra, abbiamo chiesto alle autorità elvetiche di proteggere il convoglio umanitario e suoi concittadini che rischiano di essere rapiti nelle acque internazionali da parte delle autorità israeliane. Per ora non abbiamo avuto risposta.

In generale, cosa pensa del posizionamento della Confederazione?

O è vigliacca o è complice. Non c’è una terza possibilità. Posso anche capire che si parli di neutralità quando di fronte si hanno due Stati che si fanno la guerra, con due eserciti. Ma in questo caso abbiamo una potenza militare che ammazza deliberatamente e affama una popolazione intera in completa violazione del diritto internazionale. È tempo che la Svizzera onori i suoi principi trasformandoli in azioni concrete.

di Federico Franchini

22/8/2025 https://www.areaonline.ch

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