Con i lavoratori ex Ilva in sciopero contro un saccheggio che dura da 30 anni
11/10/2026 – Domani i lavoratori dell’ex Ilva e dell’indotto si mobiliteranno dando vita a uno sciopero generale che non è solo una protesta contro l’ennesima mancata risposta del governo, ma un grido d’allarme per il futuro industriale del Paese. Questa mobilitazione incarna il fallimento definitivo di un abbaglio economico durato trent’anni: l’illusione di poter subappaltare una struttura strategica nazionale al cinismo del mercato. Una sequenza di gestioni privatistiche che, dai Riva ad Arcelor. Mittal, hanno sistematicamente saccheggiato gli stabilimenti, spremuto le produzioni per drenare profitti, ignorato le manutenzioni e calpestato i vincoli ambientali, con il rischio concreto che di quella che fu la più grande acciaieria d’Europa rimanga un cumulo di macerie. La mannaia di questa crisi colpisce al cuore l’intero organico del gruppo, con la prospettiva drammatica di vedere scivolare in cassa integrazione tutti i 10.700 dipendenti diretti dell’azienda. Una vera e propria bomba sociale che rischia di esplodere a metà novembre e che trascinerà con sé anche i 2.500 lavoratori delle aziende dell’indotto e degli appalti, storicamente strangolati dai crediti non riscossi e ora esposti a licenziamenti collettivi di massa.
L’illusione del mercato: il saccheggio dei Riva e di ArcelorMittal
La miopia colpevole dei governi inizia nel 1995, l’anno della privatizzazione. L’ingresso della famiglia Riva venne salutato come il trionfo dell’efficienza privata. Per anni, i Riva hanno fatto marciare lo stabilimento a ritmi forsennati, accumulando miliardi di euro di profitti edificati sul sistematico rinvio degli adeguamenti ambientali. Mentre le emissioni tossiche devastavano la salute pubblica, i profitti venivano drenati verso holding estere. Quando la magistratura è intervenuta nel 2012, lo Stato ha scoperto che il privato aveva incassato i guadagni lasciando alla collettività il conto del disastro.
Invece di fare tesoro della lezione, nel 2018 lo Stato ha trovato il suo nuovo “salvatore” nel colosso ArcelorMittal. Se i Riva avevano saccheggiato l’Ilva per arricchimento personale, ArcelorMittal lo ha fatto per cinismo geopolitico: ha preso il controllo del sito per neutralizzare un concorrente europeo, riducendo la produzione fino ai minimi storici, azzerando le manutenzioni e portando i bilanci al collasso, prima di abbandonare la nave.
I bandi fallimentari, i rinvii e la cassa integrazione elettorale
Ciò che indigna profondamente nella gestione di questa crisi è il persistente affidamento di tutti i governi che si sono alternati negli anni, ai privati. Anche dopo il disastroso epilogo della joint-venture Acciaierie d’Italia, si continua a rincorrere il dogma della privatizzazione a tutti i costi. L’ostinazione con cui il governo promuove nuovi bandi di gara internazionali per cercare l’ennesimo acquirente privato dimostra la totale assenza di una strategia che metta al primo posto gli interessi del Paese.
L’ultimo anno è stato l’ennesimo saggio di questa voluta paralisi decisionale. Mesi trascorsi tra continui rinvii e passaggi a vuoto, sempre in fiduciosa attesa che un nuovo cavaliere bianco privato risolvesse i problemi. Questo tempo sprecato ha finito per lasciare, ancora una volta, l’onere della decisione finale alla magistratura, chiamata a intervenire per ordinare la chiusura dei vecchi impianti a caldo inquinanti dinanzi all’inerzia della politica.
Questo stallo si ripercuote drammaticamente sul polmone industriale del Nord, dove gli stabilimenti di Novi Ligure e Cornigliano rischiano una paralisi fatale. A Novi Ligure, la posta in gioco è altissima: lo stabilimento di strada Bosco Marengo vede il destino di circa 550 lavoratori appeso a un filo, con ben 150 persone già relegate in cassa integrazione. La prospettiva di un blocco delle linee a freddo a Novi e Cornigliano assesta un colpo durissimo non solo alla Liguria e al Piemonte, ma a tutta la filiera manifatturiera italiana.
Di fronte a questo scenario drammatico, si registra la totale mancanza di proposte industriali da parte del governo: l’esecutivo si limita a promettere ai sindacati e ai lavoratori tutele passive e una cassa integrazione dal sapore puramente elettorale, utile a silenziare la piazza nel breve termine ma priva di qualsiasi prospettiva di rientro effettivo in fabbrica.
La riconversione verde: una sfida che solo lo Stato può vincere
L’unica via d’uscita realistica per Taranto è una totale e radicale transizione verso la filiera integrata del preridotto, dei forni elettrici e dell’idrogeno verde. Una sintesi tecnologica che rappresenta lo snodo per il futuro di tutto il Paese: la produzione di acciaio pulito su scala industriale agirebbe da eccezionale traino per la ricerca avanzata e per il mercato delle fonti rinnovabili, stimolando l’installazione di parchi solari ed eolici e creando un indotto tecnologico completamente nuovo e ad alto valore aggiunto.
Una trasformazione di questa portata richiede una visione a lungo termine, l’esatto opposto della logica del profitto immediato che guida i mercati azionari. Solo una gestione interamente pubblica può realizzare questo progetto. Solo lo Stato può guidare una transizione che unisce politica industriale, sovranità energetica e tutela della salute. Continuare a cercare partner privati significa firmare la condanna a morte definitiva dello stabilimento. È tempo che lo Stato assuma le proprie responsabilità: l’acciaio verde deve tornare saldamente e definitivamente in mani pubbliche.
Di fronte alla gravissima latitanza del governo, sostenere la lotta dei lavoratori diventa un dovere civile ed economico per l’intero Paese. Lo sciopero generale di 24 ore promosso unitariamente da Fiom, Fim, Uilm e Usb non è una semplice vertenza aziendale, ma un primo passo decisivo per obbligare il governo a mettere al centro delle future scelte la difesa integrale dei posti di lavoro, della salute e la salvaguardia di una filiera produttiva d’interesse nazionale .
Per tutto questo sosteniamo con forza questa giornata di lotta.
11/10/2026 https://infoalternative.it/









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