Confini disumani. L’esternalizzazione delle frontiere europee raccontata dai sopravvissuti. Il rapporto di SOS Humanity
PH: Raphael Schumacher/SOS Humanit
“Vendono le persone come venderebbero del pane“. Comincia così, con la dichiarazione di Darius, un sopravvissuto all’attraversamento del Mediterraneo, il report Borders of (In)Humanity, redatto dall’ONG tedesca SOS Humanity 1.
Il Mar Mediterraneo, storicamente luogo di commercio e prosperità per l’Europa, è diventato la scena di una delle più gravi crisi umanitarie del nostro tempo: secondo il rapporto oltre 25.000 persone hanno perso la vita in questa rotta dal 2014. Ma dietro le cifre ci sono storie. E sono proprio le testimonianze dei sopravvissuti salvati dalla nave Humanity 1 a svelare la brutalità sistemica della politica migratoria europea.
Tra il 2022 e il 2024, infatti, SOS Humanity ha raccolto le testimonianze di 64 persone provenienti da 15 paesi (tra cui Siria, Gambia, Bangladesh e Burkina Faso), partite dalla Libia o dalla Tunisia e salvate nel corso di 13 missioni in mare. Le loro storie, raccolte in sette lingue diverse, denunciano violenze, torture, razzismo, schiavitù moderna, abusi sessuali e respingimenti illegali.
Testimonianze come quelle di Fidaa, madre di cinque figli, raccontano di tentativi ripetuti di attraversare il mare, puntualmente interrotti da intercettazioni violente dei guardacoste libici o tunisini. In alcuni casi, i sopravvissuti hanno assistito alla morte di familiari, amici e sconosciuti, lasciati affogare sotto lo sguardo indifferente – o complice – delle autorità.
“When the Libyan Coast Guard arrived, they started beating all the young men. Three young men jumped back into the sea due to the severe beating they endured. The Libyan Coast Guard left them to die before our eyes, even cursing them as they drowned, saying to each other, ‘Let them die; it’s easier for us and for them’”.
Al centro del rapporto vi è una denuncia precisa, rivolta contro le politiche di esternalizzazione dell’Unione Europea, che non solo hanno fallito nel loro intento dichiarato di combattere i trafficanti di esseri umani, ma hanno anche alimentato un sistema criminale.
Per capire meglio di cosa stiamo parlando, facciamo un passo indietro. Tra il 2013 e il 2014 l’operazione del governo italiano Mare Nostrum ha salvato circa 150 mila persone dal pericolo di morire in mare, riconoscendo le responsabilità morali e legali dell’UE.

L’operazione, tuttavia, si è conclusa nell’ottobre 2014 a causa della mancanza di supporto finanziario e politico da parte degli altri paesi europei, ed è stata sostituita da una serie di operazioni promosse dall’UE. Nessuna di queste si è occupata della ricerca e del salvataggio in mare, la cui responsabilità è ricaduta interamente sulle ONG.
In più, negli ultimi due anni, sono state stabilite cinque nuovi accordi tra UE e stati costieri affacciati sul Mediterraneo, inclusa una cooperazione con la Tunisia del valore di 105 milioni di euro per il controllo delle frontiere.
Con il termine “esternalizzazione” si intende quindi quel processo per cui, attraverso accordi bilaterali e finanziamenti milionari, l’UE ha affidato il controllo delle proprie frontiere a governi e attori statali o paramilitari esterni all’UE stessa.
Si parla di 290,5 milioni di euro investiti in dieci anni – una somma che, come nota SOS Humanity, avrebbe potuto finanziare efficaci programmi di ricerca e soccorso. Queste politiche includono la creazione di zone SAR 2 e di centri RCC 3gestiti da Libia e Tunisia, ma anche il finanziamento delle cosiddette guardie costiere libiche e tunisine.
Spesso, le violazioni dei diritti umani dei migranti sono non soltanto rese possibili, ma anche portate avanti e messe in pratica proprio dagli Stati o dalle milizie che l’UE finanzia, rendendo la responsabilità europea evidente.
Dal 2023, inoltre, è emersa una nuova forma di esternalizzazione grazie all’accordo tra Italia e Albania, il quale stabilisce che i migranti salvati nel Mediterraneo dalla Guardia Costiera italiana vadano trasferiti in centri di detenzione albanesi, nonostante rimangano sotto la giurisdizione italiana.
Il report si propone allora di diffondere maggiore consapevolezza circa questa complicità nella violazione dei diritti umani, decostruendo il mito dell’esternalizzazione come strumento efficace o umano di controllo della migrazione.
A questo scopo, si cerca di dare voce a chi vive sulla propria pelle le conseguenze delle politiche europee, riportando estratti di interviste che riguardano i trattamenti disumani ricevuti in Libia e Tunisia e durante l’attraversamento del mar Mediterraneo, ma anche le speranze di queste persone che, come tutti gli esseri umani, cercano di costruire per se stessi e per i loro cari un futuro migliore.

Nello specifico, si fa riferimento alle violazioni sistematiche dei diritti umani in Tunisia e in Libia. Nella prima, sotto la guida sempre più autoritaria del presidente Kais Saied, sono molto diffusi gli episodi di razzismo, sfruttamento e violenze contro migranti sub-sahariani.
Testimonianze riportano episodi di “desert dumping” (deportazioni nel deserto ai confini con la Libia), schiavitù domestica, aggressioni e stupri.
Molti riferiscono di essere stati costretti a lavorare senza salario, sotto minaccia, senza alcun accesso ai diritti basilari come cure mediche o protezione legale. Nonostante molti osservatori considerino la Tunisia uno Stato autoritario che non rispetta i diritti umani, essa viene considerata dall’UE un luogo sicuro per i rimpatri. I soldi destinati a “combattere i trafficanti” finiscono quindi per finanziare il traffico di esseri umani e una guardia nazionale che vende i migranti al confine con la Libia.
L’altro caso è proprio la Libia. Le narrazioni sono agghiaccianti, come racconta uno dei sopravvissuti
“in Libia nemmeno il tuo cadavere è al sicuro”.
Le testimonianze raccolte dipingono un quadro coerente e sistematico: arresti arbitrari, centri di detenzione informali, estorsione, violenza quotidiana, abusi sessuali e omicidi. I sopravvissuti raccontano di essere stati venduti da una milizia all’altra, usati come merce di scambio, torturati fino a quando le loro famiglie non pagavano riscatti.
Donne incinte violentate, bambini privati di acqua e cibo, malati lasciati morire senza cure. Un’altra vittima descrive così il centro in cui era collocato: “la prigione era essenzialmente costituita da lamiere incastrate nel terreno, che formavano una cupola metallica sopra di noi. Dalle 10 del mattino alle 5 del pomeriggio, il calore saliva fino a 60 o 70 gradi Celsius.
Era impossibile per un essere umano sopravvivere in tali condizioni. Le malattie dilagavano. Prima dei pasti, le persone crollavano per il caldo e la fame. Quando qualcuno sveniva, nessuno veniva a portarlo fuori. Le nostre ossa ci facevano male per il caldo e la nostra pelle era diventata così fragile che sembrava non coprisse più le nostre ossa”.
Il tutto accade sotto gli occhi di autorità libiche che ricevono fondi, formazione e attrezzature direttamente da Bruxelles, e nonostante la Libia – come la Tunisia del resto – abbia firmato la carta araba dei diritti dell’uomo, in cui tra le altre cose sono vietate la tortura e le detenzioni illegittime.
Le testimonianze raccolte nel tratto di mare fra Libia, Tunisia e Italia sono altrettanto sconvolgenti. Intercettazioni violente da parte di guardie costiere, colpi di arma da fuoco su barche sovraffollate, omissioni di soccorso da parte di navi commerciali o unità militari europee, abbandono deliberato di persone in acqua.
La legge del mare – che impone il soccorso immediato a chiunque si trovi in pericolo – viene sistematicamente ignorata. Frontex e i centri di coordinamento marittimo italiani e maltesi sono accusati di indirizzare le chiamate di soccorso verso le autorità libiche e tunisine, perfettamente consapevoli del destino che attende i migranti intercettati.
Infine, il report non si limita alla denuncia, ma formula richieste chiare e concrete (sebbene, probabilmente, inascoltate), tra cui la cessazione immediata della cooperazione con Tunisia e Libia in materia di controllo migratorio e il riconoscimento che né la Tunisia né la Libia possono essere considerati “luoghi sicuri” per il respingimento.
Ma anche l’istituzione di un programma europeo di ricerca e soccorso in mare, pubblico, trasparente, conforme al diritto internazionale e l’attuazione di vie legali e sicure per l’accesso alla protezione internazionale in Europa.
Report come Borders of (In)Humanity contribuiscono, almeno, a mettere a nudo una contraddizione profonda al cuore dell’Unione Europea: promotrice dei diritti umani, vincitrice del premio Nobel per la pace, ma anche, spesso, complice attiva di violazioni sistematiche.
La politica migratoria europea, nella sua versione attuale, non salva vite né impedisce il traffico di esseri umani, ma ha come unico obiettivo impedire alle persone di raggiungere l’Europa e, con essa, la sicurezza.
Alla fine, il confine in gioco non è solo geografico, ma anche etico. E la domanda resta aperta: dove finisce oggi l’umanità dell’Europa?
Fonti:
SOS Humanity, Borders of (In)Humanity, 2025
- Leggi il rapporto ↩︎
- Le zone SAR (Search and Rescue) sono aree marittime specifiche in cui gli Stati costieri si impegnano a fornire servizi di ricerca e soccorso per la sicurezza delle persone e delle navi in difficoltà ↩︎
- I centri RCC (Rescue Coordination Center), o Centri di Coordinamento del Soccorso, svolgono un ruolo fondamentale nella ricerca e soccorso marittimo. Sono strutture incaricate di coordinare le operazioni di ricerca e salvataggio in mare, garantendo l’efficienza e la tempestività delle stesse ↩︎
24/6/2025 https://www.meltingpot.org/










Lascia un Commento
Vuoi partecipare alla discussione?Sentitevi liberi di contribuire!