Considerazioni sui recenti documenti del Consiglio d’Europa in relazione alla campagna Withdraw Ovied

di Pino Pini – Psichiatra

Dopo i vari contributi a favore della campagna Withdraw Oviedohttps://www.edf-feph.org/stopping-coercion-in-mental-health/promossa da MHE-EDFho letto con attenzionei recenti documenti del Consiglio d’Europa pubblicati il 17 June 2026:

-Recommendation CM/Rec(2026)8 of the Committee of Ministers to member States on respect for autonomy in mental healthcare
-Explanatory memorandum
https://search.coe.int/cm?i=09125948802c3088#{%22CoEIdentifier%22:[%2209125948802c3088%22],%22sort%22:[%22CoEValidationDate%20Descending%22]}

Qui sotto alcune mie considerazioni.

Il concetto di autonomia e’ giustamente enfatizzato e sembra che la Withdraw Oviedo Campaign abbia avuto qualche influenza significativa  nell’orientare tali documenti in senso psicosociale

Ma quanto alla coercizione si fa riferimento a cio’ che e’ stabilito dal precedente documento del 2004 Rec(2004)10 Chapter III “Involuntary placement in psychiatric facilities, and involuntary treatment, for mental disorders”.

Tale riferimentoRec(2004)10 secondo me inquina il discorso dell’autonomia rendendolo nei fatti impraticabile. Se si continuano a tenere in vigore  leggi che considerano il malessere psichico soprattutto come malattia, favorendo nei fatti la diffusione pervasiva di interventi clinici sulle persone (sia con o senza il loro consenso), inevitabilmente continueranno a crearsi situazioni di dipendenza cronica. Ma questo e’ l’esatto opposto di un percorso di autonomia

Per questo ritengo che non si sia tenuto conto a sufficienza della  campagna Withdraw Oviedo che fa riferimento invece alla CRPD  del 2006 (pubblicata quindi due anni piu’ tardi  rispetto alla  Rec 2004.10) per quanto riguarda la coercizione in salute mentale

Nei succitati recenti documenti del giugno 2026 inoltre non vi e’ alcun accenno alla sempre più crescente e abnorme iperclinicizzazione del disagio mentale  e all’aumento continuo degli interventi obbligatori sia ospedalieri che comunitari. Ignorare questo non e’ secondario, e ho l’impressione che il focus sull’autonomia abbia solo un valore cosmetico di facciata. Nei fatti  si ripropongono vecchie abitudini legate alla cultura organicista  e allo stretto binomio cura/controllo. Direi che si tratta di una delle tante manifestazioni di ipocrisia istituzionale che andrebbero smascherate

Lo  sviluppo individuale e l’autonomia hanno molto a che fare con il rapporto fra l’individuo e il proprio contesto relazionale, sociale e culturale. Gran parte delle cosiddette malattie mentali spesso hanno a che fare con tale rapporto.

E’ indubbio che un intervento clinico  nei confronti di una malattia puo’ dare autonomia a una persona liberandola da una condizione obbligata di sofferenza.Ma in molti casi al giorno d’oggi, e in particolare nella salute mentale, spesso e’ proprio l’organizzazione sociale e relazionale e addirittura lo stesso sistema di cura a svolgere una grossa parte nello sviluppo di nuove patologie.

Si deve evitare di rendere le persone dipendenti  dagli interventi clinici (sia volontari che coercitivi) altrimenti non ha senso parlare di autonomia. La salute mentale andrebbe rifondata delle sue radici attraverso un lavoro psicosociale con le singole comunità evitando la patologizzazione delle comunita’ stesse attraversol’estensione pervasiva  dell’approccio clinico.

Inoltre l’ Articolo 4CM/Rec(2026)8 “Access to mental healthcare” afferma che “Le persone con problemi di salute mentale dovrebbero avere un accesso equo all’assistenza sanitaria mentale, compresa l’assistenza basata sulla comunità. Dovrebbero poter accedere a tali cure il più precocemente possibile”. Non vorrei essere troppo malizioso,  ma questa purtroppo mi sembra un’ ulteriore  conferma  del convincimento del legislatore europeo sulla posizione accessoria dei servizi di comunità rispetto a quelli clinico/ospedalieri.

L’assistenza basata sulla comunità dovrebbe essere la parte centrale di un servizio orientato in senso psicosociale  e non una semplice emanazione della cultura clinico ospedaliera imperniata sul concetto di malattia e sul sapere scientifico-tecnologico  (sapere globale). Il compito primario  dei servizi di comunita’ dovrebbe essere quello di interagire con la  comunita’ in cui sono inseriti  sviluppando un sapere locale tenendo conto della cultura originaria di ciascun contesto. Lo sviluppo delle persone , specialmente a livello emotivo,  ha infatti molto a che fare  con ciò che si apprende  nel rapporto diretto con gli altri a partire dall’ambito familiare.  Un orientamento dei servizi e delle comunita’ locali secondo questo tipo di approccio psicosociale consentira’ lo sviluppo di culture locali autoctone capaci di interloquire con il sapere clinico  globale, evitando che quest’ultimo venga visto come l’unico sapere  a cui tutti sono chiamati a uniformarsi.

Entro breve il Consiglio d’Europa deciderà  se respingere o meno il protocollo aggiuntivo alla Convenzione di Oviedo. Si tratterà di un altro passaggio importante sul quale riflettere con attenzione.

Pino Pini – Collaboratore redazionale del mensile Lavoro e Salute

4/7/2026

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