Contro gli squadristi del decoro

Le aggressioni a Venezia dimostrano che la rete internazionale dei giustizieri social sta passando alle vie di fatto: il rischio è il passaggio dalle interazioni virtuali alla violenza di strada

Si fanno chiamare influencer ma sono, di fatto, squadristi. Giustizieri privati del degrado, parola magica con cui le destre stringono la morsa securitaria sulle città. Supereroi non richiesti. Approdano nelle nostre piazze per documentare, tra minacce e aggressioni, piccoli episodi di delinquenza urbana, senza perdere l’occasione di monetizzare i loro contenuti attraverso sponsorizzazioni di vario tipo e, tra una ronda e l’altra, distribuire calci e pugni agli antifascisti di zona. Non paghi delle tensioni create lo scorso giovedì alla Bolognina, gli squadristi-influencer JollyTime e Dutch Travel Maniac – stando a quanto denunciato dalle vittime del pestaggio – sarebbero approdati sabato 13 settembre, col loro seguito di scagnozzi, in campo San Bartolomio, nel cuore di Venezia, dove avrebbero aggredito i giovanissimi attivisti del centro sociale Morion – ragazzi e ragazze di vent’anni –, tra cui anche Giovanni Fassioli, consigliere di municipalità di Alleanza Verdi e Sinistra, che ha riportato diversi punti di sutura in volto a causa delle violenze subite. A Venezia non ci sono arrivati seguendo la corrente: già la settimana scorsa un altro gruppo estremista legato alla remigrazione si è deliberatamente recato al bacaro «Da me pare», noto presidio antifascista della città, esibendo in modo provocatorio slogan di stampo razzista. 

JollyTime – al secolo Ambrose Omo Irogho – è un trentaduenne nigeriano da alcuni anni residente a Bologna, che nonostante i modi farseschi e i contenuti poco credibili, ha fatto delle sua paradossale condizione di immigrato «integrato» ai valori sovranisti la carta vincente per l’accoglienza nello spazio mediatico Maga. L’olandese Tom van den Heuvel (Dutch Travel Maniac), influencer da un milione di follower, si presenta invece come una sorta di vate del «degrado» e della «decadenza», che afferma di rivelare agli europei le verità nascoste dai governi e ripudia – com’è prevedibile – ogni accusa di content creating a scopo di lucro. Per quanto profili del genere non siano una novità sui social (si pensi ai contenuti della nota pagina Welcome to Favelas, fautrice antesignana del ragebait di stampo razzista e vicina a Elon Musk), a preoccupare in modo particolare è che possa avvenire il passaggio all’azione organizzata, dalle interazioni virtuali allo squadrismo di piazza.

Dietro il pretesto della denuncia e della lotta al degrado urbano – ma puntando di fatto ai nuclei antifascisti – questi personaggi starebbero dando avvio a una sorta di tour squadrista delle città europee, agendo come forze parastatali che pretendono di sostituirsi alle forze dell’ordine. Iniziano in solitaria, pubblicando video dal medesimo format – attraversare quartieri difficili in cerca dello scontro con spacciatori, migranti o disperati –, e all’aumento della visibilità si inseriscono progressivamente in una più ampia rete di collaborazioni, che implica in molti casi l’allestimento di vere e proprie spedizioni sul campo, come quelle di Bologna e Venezia. Si tratterebbe di gruppi fino a venti uomini, che possono contare su milioni di follower e sulla cassa di risonanza dei canali mediatici legati all’estrema destra e alla «thug culture», ideologia che lega sport da combattimento, mascolinità aggressiva e contenuti politici. Molti di questi influencer sarebbero infatti picchiatori professionisti allenati a stili di combattimento particolarmente aggressivi come la krav maga, tecnica sviluppata dalle forze di sicurezza israeliane: la loro presenza (a Venezia c’era anche Fred Willis, bodyguard ed esperto di combattimento) sarebbe tanto più pericolosa se inserita nell’ottica di uno squadrismo debolmente contrastato, come fa pensare la vicinanza della consigliera comunale veneziana Monica Poli allo stesso Willis.

La loro spudoratezza apparirebbe tra l’altro dal modo in cui portano avanti le loro aggressioni, in pieno centro e davanti a decine di telecamere, come se fossero certi di operare nella piena impunità e dentro ai confini della legge. Questo dato inquietante manda in cortocircuito l’idea stessa di sicurezza su cui il governo Meloni ha fondato la parte più consistente del suo programma politico: una circolazione sempre più massiccia di bande private anti-degrado dimostra non solo che Meloni ha perso la sua lunga crociata contro il degrado, ma che il suo stesso fallimento ha generato nuove minacce per la sicurezza dei cittadini, che ora devono difendersi dai pickpocket e pure da chi pretende di contrastarli. 

Secondo gli attivisti del Morion, tali fenomeni sono il frutto marcio di una classe politica locale che, riflettendo la linea nazionale, costruisce il proprio linguaggio a partire dalle radici dell’odio, del razzismo e della guerra tra poveri. Il sindaco Venturini, che nonostante l’aggressione a un consigliere di municipalità non si è ancora espresso sull’accaduto, ha beneficiato, nella recente campagna elettorale, dell’endorsement di una coalizione di centrodestra che ha fatto dell’islamofobia la sua parola d’ordine: i veneziani ricordano gli esasperanti slogan contro la costruzione della moschea, presente su tutte le facciate dei bus e dei palazzi della laguna – alquanto contraddittorio se si pensa che la stessa coalizione poteva contare su diversi rappresentanti della foltissima comunità bengalese della terraferma. Il dibattito intorno alla moschea, recentemente liquidato dall’amministrazione con il pretesto della scarsa integrazione da parte della comunità bengalese, ha inoltre risvegliato la prevedibile reazione dei neofascisti di zona: dopo i presidi di marzo, i militanti di Forza Nuova si dichiarano pronti a riaccendere la miccia, approfittando dell’immobilismo della classe politica locale che delega la questione ai suoi rappresentanti bengalesi, vicinissimi, a loro volta, all’indizione di uno sciopero generale che paralizzerebbe la città. Il rischio concreto è che, in assenza di reali mediazioni istituzionali, fenomeni di squadrismo auto-organizzato come quelli avvenuti a Venezia potrebbero ripercuotersi sulle minoranze della terraferma: all’inizio di settembre, non a caso, l’estremista romano Simone Carabella ha effettuato un blitz al parco Piraghetto di Mestre, interrompendo una preghiera pubblica con più di duecento fedeli islamici. Non è difficile immaginare, alla luce degli ultimi avvenimenti, che gli episodi di questo tipo potrebbero moltiplicarsi e sfociare nella violenza organizzata, soprattutto se la già debole risposta delle istituzioni proviene da un corpo politico disgregato, dove questioni civili inderogabili vengono lasciate alla mercé di personaggi grotteschi.

Questa minaccia non fa che aggravare il quadro clinico di una città dilaniata dall’emergenza abitativa, dai costi insostenibili di un’economia venduta all’overtourism, dallo smantellamento dei servizi pubblici – problemi in vario modo legati alla corruzione della classe politica legata all’affare-Mose, i cui eredi occupano ancora sfacciatamente i banchi del consiglio comunale. Il degrado, su cui gli influencer di matrice fascista stanno costruendo la propria visibilità, non prescinde da questi dati, ma ne è sintomo e conseguenza. Una città senza politiche sociali è una città destinata all’abbandono, alla delinquenza, al saccheggio. 

Due anni fa, nel tentativo di salvare una donna da un’aggressione, perdeva la vita a Mestre Giacomo Gobbato detto Jack, giovane attivista del centro sociale Rivolta, ucciso da un uomo di origini moldave in cerca di denaro. In quel caso le forze politiche di destra provarono a strumentalizzarne la morte, criminalizzando la povertà e la fragilità degli orfani delle istituzioni, dei diritti, della democrazia – dispositivo retorico respinto con fermezza dai compagni di Jack. In quel caso gridarono a gran voce contro il colpevole, che incarnava il nemico ideale delle destre – lo scarto sacrificabile, il capro espiatorio. Contro il nemico lucido, organizzato e violento che si aggira nelle nostre strade l’attuale governo non ha invece ancora levato la voce, forse perché sa che la riproduzione orizzontale dell’odio garantisce la riproduzione verticale delle strutture che ci rendono subalterni. Dal settembre del 2024 al settembre del 2026, la morte di Giacomo e le aggressioni squadriste sono figlie dello stesso abbandono, della stessa disgregazione della democrazia, degli stessi vuoti colmati dalla violenza. Uno Stato che non ci protegge dai violenti organizzati e dai nostalgici a braccia tese è uno Stato a basso gradiente democratico. Per questo motivo, senza cadere nella trappola dell’odio, la rete antifascista veneziana ha convocato una grande manifestazione cittadina per sabato 19 settembre, con partenza dalla stazione di Santa Lucia. «Ai nostri posti ci troverete» è lo slogan dell’evento, che riprende le parole volute da Piero Calamandrei sulla lapide ad ignominia del nazista Kesselring, perché diventi un monito per i moderni camerati, un manifesto per i compagni che restano, una promessa per quelli che se ne sono andati: «Su queste strade se vorrai tornare / ai nostri posti ci ritroverai / morti e vivi collo stesso impegno / popolo serrato intorno al monumento / che si chiama / ora e sempre / resistenza».

Sofia Santosuosso è dottoranda in Latino Medievale all’Università di Venezia e all’EHESS di Parigi. Si occupa di costruzione del linguaggio politico nella curia papale nel Basso Medioevo. Si è occupata anche di scuola e di insegnamento.

18/9/2026 https://jacobinitalia.it/

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