Contro lo spettacolo dei bombardamenti

di Fernando Buen Abad

Organizzano la loro banale morale visiva sotto la regola dell’esibizione dell’inquadratura e della distruzione. Sanno che quando cade una bomba, non solo la materia viene fatta a pezzi: il significato viene fratturato. La guerra, oggi più che mai, è un’operazione semiotico-finanziaria totale che supera i campi di battaglia. È una merce per invadere l’immaginario, la memoria e la percezione. Le bombe non cercano solo di distruggere i corpi, ma anche di produrre narrazioni: di stabilire significati prefabbricati dal potere borghese per giustificare la barbarie, per mantenere intatto il suo dominio. E realizzare un profitto. Per questo motivo, la nostra filosofia della semiosi non può e non deve limitarsi all’analisi accademica o alla contemplazione teorica. Oggi più che mai, deve essere una trincea epistemologica nella difesa cognitiva e nella prassi emancipatoria dei nostri popoli. Marx aveva già avvertito al riguardo.

Ha sviluppato una semiotica dell’impresa militare: un’arte simbolica e audiovisiva di guerra altamente redditizia che prepara, accompagna e perpetua i crimini dell’imperialismo. Questa semiotica organizza l’odio, estetizza la distruzione, addolcisce l’occupazione e trasforma le vittime in colpevoli. Con un arsenale mediatico senza precedenti – schermi, reti, titoli e algoritmi – si produce un senso telecomandato: selettivo, occultante, alienante. In questo contesto, la semiosi diventa un campo di lotta tra le classi sociali. Non c’è neutralità possibile. Ogni segno entra nel conflitto come un proiettile: può essere di emancipazione o di sottomissione.

Questa semiotica borghese degli attentati costruisce un senso di subordinazione che funziona come un dispositivo integrale di anestesia. Il piano è lo svuotamento di significato, i corpi mutilati vengono trasformati in astrazioni, le città rase al suolo in “bersagli strategici” e i bambini assassinati in “danni collaterali”. L’intero apparato mediatico è combinato per pulire il sangue con eufemismi e coperture tecniche. È una semiotica della cancellazione: cancellare le tracce dell’ingiustizia, cancellare i nomi propri, cancellare la vera storia dei popoli aggrediti. Ogni missile lanciato è accompagnato da un torrente di giustificazioni visive e linguistiche che mirano a proteggere la coscienza pubblica dall’orrore. Dopo il bombardamento passeremo alcuni avvisi commerciali.

Contro questo, proponiamo una semiotica critica, con radici e obiettivi umanistici, come una filosofia della semiosi attivata per essere un sistema di allerta precoce, una critica radicale del modo in cui il senso viene prodotto e manipolato, anche in condizioni di guerra. Esibire, sotto denuncia, le catene di significato che si articolano dalle sedi mediatiche dei poteri e dai loro monopoli “informativi”. Non basta smascherare una menzogna: è urgente rendere trasparente l’intero regime che ne finanzia i segni e fa sì che le distorsioni e le deturpazioni più disumane si impongano come verità. Gli attentati devono essere letti non solo come fatti materiali, ma come messaggi in codice, programmati per generare terrore, rassegnazione e svuotamento di significato. La bomba non è solo un proiettile: è una storia.

Perché la potenza di fuoco della semiotica borghese non è invincibile. Così come si fabbrica una grammatica dell’oppressione, è anche possibile costruire una semiotica per la trasformazione dei mezzi, dei modi e delle relazioni di produzione di significato. Ogni immagine contro-egemonica, ogni parola che denuncia lo sterminio, ogni simbolo che lenisce il dolore concreto dei popoli, è una forma di contrattacco. Contro il genocidio perpetrato contro il popolo palestinese, nell’offensiva di Netanyahu contro il popolo iraniano, dobbiamo schierare controffensive semiotiche che ci difendano dal moralismo perverso dei bombardamenti. Contrapporre una semiosi della dignità al controllo dei fabbricanti del senso dominante. Si tratta di segnali di insorgenza, di crepe nell’egemonia, che possono e devono essere rafforzate da una prassi comunicativa rivoluzionaria. Spesso la luce della camera da letto è una luce macabra nata dai bombardamenti, anche ideologici.

La difesa cognitiva non è una metafora. È una necessità politica, scientifica, etica. Si tratta di articolare una pedagogia critica dei tempi di guerra, di produrre con i popoli uno scudo contro i segni del terrore. Tradurre le immagini ufficiali nel loro vero contrario è un atto di disobbedienza cognitiva che può salvare vite umane. I media che celebrano gli attentati – come se fossero interventi chirurgici clinici – non fanno solo propaganda: configurano il quadro epistemologico in cui si inscrivono le decisioni politiche globali. Da qui l’importanza di combattere la sua sintassi. Qualsiasi narrazione che legittimi l’attacco a un popolo deve essere smantellata, trasparente e rivolta contro il suo mittente. Ogni titolo che parla di “conflitti” quando ci sono genocidi, ogni mappa che nasconde l’occupazione, ogni grafica che normalizza i saccheggi, è un pezzo dell’architettura semiotica del potere. Una filosofia della semiosi per intervenire lì, come critica materialista dei segni.

Non puoi essere neutrale. Abbiamo bisogno di una teoria situata della creazione di significato, storicamente determinata dalle lotte di classe. E in tempo di guerra, la lotta di classe si intensifica anche sul piano simbolico. Qual è il significato della parola “democrazia” quando viene usata per giustificare il bombardamento di civili? Qual è il significato della parola “pace” quando viene usata per esigere la resa incondizionata dei popoli attaccati? La semiosi rivoluzionaria non può permettere ai nemici dell’umanità di monopolizzare il dizionario. Dobbiamo riappropriarci del linguaggio e risementizzarlo dal basso, con voci messe a tacere, con parole proibite.

Difendersi cognitivamente è una forma di autodifesa popolare. Si tratta di costruire uno scudo critico contro l’assalto della propaganda imperiale. Si tratta di alzare un muro di coscienza di fronte alla raffica di disinformazione pianificata. Non si tratta solo di dire la verità: si tratta di creare le condizioni sociali affinché quella verità sia ascoltata, compresa e trasformata in un’azione collettiva organizzata. Si tratta di costruire, con rigore scientifico e impegno etico, un’alternativa semiotica che non si limiti a denunciare, ma organizzi, educhi e mobiliti. In definitiva, la filosofia della semiosi è una filosofia del significato come campo di battaglia. Non c’è segno di incoscienza in tempo di guerra. Ogni parola, ogni immagine, persino ogni silenzio, fa parte di un sistema di posizionamento. La sfida è enorme: fare della semiosi uno strumento di emancipazione, di pace con giustizia, di ricostruzione del senso comune a partire da un umanesimo di nuovo tipo. Un umanesimo che non fa patti con i carnefici e non si inginocchia davanti alle bombe. Un umanesimo che legge, che pensa, che lotta.

20/6/2025 https://www.telesurtv.net/

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