Corpi migranti: un focus antropologico sulla detenzione intramuraria
Populismo penale, controllo, punizione e gestione differenziale dei corpi
Come riporta il ventunesimo e più recente rapporto dell’associazione Antigone sulle condizioni di detenzione carceraria in Italia, intitolato “Senza Respiro” 1, al 30 aprile 2025, le persone detenute erano 62.445, a fronte di una capienza ufficiale di 51.280 posti.
Tra queste, le donne recluse erano 2.704, pari al 4,3% del totale, mentre gli stranieri 19.660, ovvero il 31,6%. Rispetto alla fine del 2023 si registra un aumento sul totale di +2.261 detenuti, di cui +196 donne e +1.059.
Aumentano quindi inesorabilmente le presenze e con esse anche il tasso di sovraffollamento a livello nazionale, che viene calcolato in base alla capienza ufficiale del sistema penitenziario, senza tenere conto dei posti non disponibili a causa di manutenzioni o ristrutturazioni temporanee, e che raggiunge, alla fine del 2024, il 121,8%.
In particolare, le strutture ad oggi più affollate rimangono più o meno stabili rispetto agli anni precedenti: Milano San Vittore (220%), Foggia (212%), Lucca (205%), Brescia Canton Monbello (201%), Varese (196%), Potenza (193%), Lodi (191%), Taranto (190%), Milano San Vittore femminile (189%), Como (188%), Busto Arsizio (187%), Roma Regina Coeli (187%), Treviso (187%).
Numerose analisi qualitative, condotte all’interno del sistema penitenziario italiano, hanno evidenziato come si reiteri nel tempo un trattamento differenziale tra stranieri e italiani: si osserva come, ad esempio, le pratiche discriminatorie colpiscano gli stranieri più che gli autoctoni e come, a parità di altre condizioni, gli immigrati abbiano maggiore probabilità di incarcerazione rispetto alla popolazione italiana 2.
Da un punto di vista socio-antropologico notiamo come gli immigrati, qualora incolpati e indagati di un reato, abbiano molte più probabilità degli italiani di essere sottoposti a misure detentive e molte meno di accedere a misure alternative.
Soprattutto nel caso di migranti in condizione irregolare o di grave marginalità sociale ed economica, si evidenzia come questi siano molto più spesso incarcerati anche in attesa di processo e giudizio. A questo si somma il fatto che la mancanza di risorse economiche sufficienti fa sì che si debbano rivolgere spesso ad avvocati d’ufficio, ottenendo una tutela legale meno efficace.
Morrell 3, grazie alla sua ricerca antropologica condotta tra gli ufficiali penitenziari dell’Elmira Correctional Facility dello stato di New York, analizza la categoria di “capitalismo razziale” introdotta da Cedric Robinson nel testo Black Marxism, in cui l’autore sostiene come la società europea, attraverso il capitalismo, abbia la tendenza non tanto ad omogeneizzare le differenze regionali e subculturali, quanto piuttosto a esagerarle e differenziarle, trasformandole in differenze etnorazziali.
In epoca postfordista, infatti, l’ampliamento dell’uso delle carceri è vista soprattutto come l’espansione di strumenti di controllo sociale che razzializzano carcerati e carcerieri, riproducendo gerarchie sociali già consolidate, in cui a diventare centrale è il binarismo bianco/nero, Noi/Loro.
Il sistema penitenziario contribuisce a produttore di discriminazione, marginalizzazione ed esclusione sociale sulla base delle differenze culturali, linguistiche, geografiche e razziali. In particolare, Morrell si sofferma sul mantenimento delle diseguaglianze, sulla segregazione sociale e razziale all’interno dei penitenziari, sulla reiterazione di dinamiche etnorazziali e di classe del passato.
Nell’ambito detentivo dell’Elmira Correctional Facility troviamo infatti guardie bianche che svolgono un lavoro di controllo, custodia, supervisione e gestione della razza nera attraverso la riproduzione del capitalismo razziale di cui parlava Robinson.
In questo contesto, influenzati dalle logiche dilaganti del populismo penale, la maggior parte dei commissari di polizia, così come l’opinione pubblica, diventa portatrice di un visione del mondo giudiziario che postula l’incarcerazione e la punizione come la risposta sociale predefinita al crimine.
Ad alimentarsi è un apparato ideologico che si basa essenzialmente sulla convinzione dell’incorreggibilità della stragrande maggioranza dei delinquenti e che risponde alla logica della punizione – tipica del penal populism della politica – e dell’intolleranza selettiva della società di cui parlavano, tra i tanti, Wacquant e Fassin:
«Non possiamo accontentarci di chiamare in causa il sentimento d’insicurezza della popolazione, come fanno alcuni, o di denunciare la sua manipolazione da parte delle élite, come fanno altri. È la combinazione di questi due fenomeni a produrre il boom constatato. In concreto, essa si traduce in azione pubblica principalmente in due modi: l’estensione del campo della repressione e l’appesantimento del regime delle sanzioni. Innanzitutto, vengono criminalizzati fatti che in precedenza non subivano tale destino: vengono create nuove infrazioni, mentre altri atti prima passibili di semplici multe diventano suscettibili d’incarcerazione […] Inoltre, vengono aggravate le sanzioni: per gli stessi reati si condanna più spesso alla privazione della libertà e si rinchiude per periodi più lunghi. […] Infine, le pressioni congiunte del potere e dell’opinione pubblica sui magistrati hanno spinto questi ultimi a proteggersi pronunciando più spesso pene di detenzione o di conferma della detenzione provvisoria. I cambiamenti nella sensibilità e nelle politiche hanno così effetti sull’intero sistema penale: spingono a una maggiore severità nel castigo» 4.
Nonostante questo, la popolazione straniera detenuta continua oggi a diminuire rispetto a quelle che erano le percentuali di quindici anni fa, quando superava il 37% 5, a mostrarsi tendenzialmente più giovane rispetto a quella italiana e a scontare pene nel complesso di minor durata. Lo sguardo al profilo socio-criminale dei detenuti stranieri offerto dal rapporto di Antigone mostra infatti come gli stranieri commettano soprattutto reati contro il patrimonio, quindi di scarsa pericolosità sociale.
Come riporta Cunha 6, esiste un continuum, piuttosto che un’opposizione, tra il mondo sociale e morale intramurale e il mondo extra-murale, un’interconnessione tra il quartiere di provenienza e la vita ristretta.
L’identità soggettiva dell’individuo si riproduce in ambiente esterno, così come in ambiente carcerario, ricostruendo dinamiche di potere e di emarginazione similari che rendendo sempre più evidente la distinzione dicotomica tipica del divario sociale tra la maggioranza svantaggiata e la minoranza più agiata della popolazione detenuta.
Al contempo, lo stigma sociale condiviso e di classe pre-carcerario che, reiterandosi in ambito penitenziario, molto spesso accompagna i detenuti anche al termine della pena, contribuendo anche all’innalzamento della recidiva.
A tutto questo si aggiunge il fatto che, nonostante la legge n. 354 del 26 luglio 1975 dell’Ordinamento Penitenziario affermi l’importanza del mantenimento dei legami affettivi e familiari del detenuto, in quanto la prossimità geografica della famiglia è intesa come parte integrante del progetto rieducativo, questo principio è di fatto disatteso nel caso della popolazione detenuta straniera, per ragioni che, da un lato, sono strutturali, ma dall’altro hanno a che vedere con la disponibilità economica e logistica dirimente.
Il quadro tracciato risulta evidentemente allarmante e mostra come le dinamiche di controllo e punizione non siano neutre, ma riflettano disuguaglianze già presenti nella società esterna. Le politiche penitenziarie sembrano non tenere conto delle specificità socio-culturali dei detenuti stranieri, contribuendo ad acutizzarne la marginalizzazione e a sfavorire processi di reinserimento sociale proficui al termine della pena.
Il penitenziario, pertanto, si presenta ancora come un luogo che mette in risalto una divisione binaria che amplifica stereotipi e pregiudizi e riproduce categorie oppositive, relative alla dicotomia Noi/Loro quando si parla della popolazione straniera, o a quella sesso/genere quando si parla di detenzione femminile.
- Associazione Antigone, 2025, Senza Respiro. XXI rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione ↩︎
- Fassin, D., 2017, Prison Worlds. An ethnography of the carcera l condition , Polity Press, Cambridge
e Colombo, A., 2013, Foreigners and immigrants in Italy‘s penal and administrative detention systems, in European Journal of Criminology 10 (6)
↩︎ - Morrell, A., 2021, Hometown Prison: Whiteness, Safety, and Prison Work in Upstate New York State, in American Anthropologist Association, Vol. 000, No. 00, pp. 1-12 ↩︎
- Fassin, D., 2017, Prison Worlds. An ethnography of the carcera condition, Polity Press, Cambridge, pp. 15-16 ↩︎
- Colombo, A., 2013, Foreigners and immigrants in Italy’s penal and administrative detention systems, in European Journal of Criminology 10 (6), pp. 746–759 ↩︎
- Cunha, M. I. P., 2020, Embodying Prison Boundaries, in The Cambridge Journal of Anthropology, Vol. 38, Num. 1, pp. 123–139 ↩︎
Giulia Cavaliere
6/6/2025 https://www.meltingpot.org/










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