Dal fumetto al fucile: a Termoli la guerra entra al festival dei ragazzi

L’Esercito porta il blindato Lince al Non è una curiosità folkloristica ma un tassello della normalizzazione culturale del militarismo: la guerra diventa intrattenimento, la divisa un brand, il reclutamento un gioco.

C’era una volta il fumetto come spazio dell’immaginazione, della creatività, dell’avventura. C’era una volta il gioco come luogo della libertà e della scoperta. Oggi, invece, sempre più spesso, festival, fiere e manifestazioni rivolte ai giovani vengono trasformati in vetrine per le Forze armate. È quello che accadrà anche al Termoli Comics & Games, dove tra cosplay, videogiochi, influencer e cultura pop farà la sua comparsa anche l’Esercito Italiano con un blindato Lince e attività dedicate al pubblico.

Qualcuno dirà che non c’è nulla di male. Che si tratta semplicemente di mostrare ai cittadini il lavoro delle Forze armate. Che è una presenza istituzionale come tante altre.

Ma è proprio questa apparente normalità a dover preoccupare.

Perché la questione non è la presenza di qualche militare a una manifestazione pubblica. La questione è il contesto. Viviamo in una fase storica segnata da un gigantesco riarmo globale, dall’espansione delle spese militari, dalla corsa agli armamenti, dalla moltiplicazione dei conflitti e dalla costruzione sistematica di una cultura della guerra. In questo quadro, ogni spazio sociale viene progressivamente occupato dalla retorica militarista: le scuole, le università, gli eventi sportivi, i festival culturali e ora perfino le fiere del fumetto.

Non è un caso isolato. È una strategia.

Da mesi il governo Meloni e il ministro della Difesa Guido Crosetto lavorano apertamente alla promozione della cosiddetta “cultura della Difesa”. Una formula apparentemente innocua dietro la quale si nasconde la volontà di rendere familiare la presenza delle strutture militari nella vita quotidiana. Lo stesso progetto di una piattaforma televisiva dedicata alle Forze armate, una sorta di Netflix militare, va esattamente in questa direzione: trasformare la guerra in racconto, la divisa in marchio, il militarismo in prodotto culturale.

Il Termoli Comics diventa così l’ennesimo tassello di una pedagogia dell’obbedienza che punta soprattutto alle nuove generazioni.

Perché non si porta un blindato in una manifestazione frequentata da migliaia di adolescenti per spiegare la complessità della geopolitica o per aprire un dibattito critico sulla guerra. Lo si porta per suscitare fascinazione. Per trasformare uno strumento progettato per il combattimento in un oggetto da fotografare, toccare, condividere sui social. Per costruire familiarità emotiva con l’apparato militare.

La guerra smette di essere ciò che è realmente — morte, distruzione, mutilazioni, traumi, profughi, devastazione sociale — e diventa spettacolo.

È un meccanismo antico. Prima si rimuovono le conseguenze reali della guerra dal campo visivo. Poi si mostrano mezzi, uniformi, tecnologie, simboli patriottici. Infine si presenta tutto questo come occasione educativa. La violenza viene sterilizzata e trasformata in esperienza immersiva.

Eppure basterebbe guardare le immagini che arrivano ogni giorno da Gaza, dall’Ucraina, dal Sudan o dall’Iran per comprendere cosa rappresentino davvero quei mezzi militari che oggi vengono esibiti accanto agli stand dei fumetti. Dietro ogni blindato c’è sempre una guerra. Dietro ogni guerra ci sono corpi feriti, città distrutte e vite spezzate.

Il problema, allora, non è soltanto la presenza dell’Esercito al Termoli Comics. Il problema è l’idea di società che questa presenza rappresenta. Una società nella quale il militarismo non viene più discusso ma celebrato. Una società nella quale il riarmo viene presentato come inevitabile. Una società nella quale la divisa entra negli spazi dell’infanzia e dell’adolescenza mentre scompaiono i luoghi della partecipazione, della cultura critica e della pace.

In un Paese che continua a tagliare risorse a scuola, università, ricerca e servizi pubblici, si investe invece enormemente nella costruzione dell’immaginario militare. Non è una scelta neutrale. È una scelta politica.

Per questo la presenza dell’Esercito a una fiera del fumetto non dovrebbe essere salutata con entusiasmo, ma interrogata criticamente.

Perché educare alla pace significa insegnare il valore della cooperazione, della solidarietà e della risoluzione nonviolenta dei conflitti. Educare alla guerra significa invece abituare le persone a considerare normale la presenza delle armi, dei blindati e delle strutture militari negli spazi della vita quotidiana.

Ed è esattamente ciò che sta accadendo.

La guerra non entra nelle nostre società soltanto attraverso i bilanci della Difesa o le basi militari. Entra prima nell’immaginario. Entra nel linguaggio. Entra nei festival. Entra nei giochi. Entra nei luoghi della socialità.

Quando un blindato diventa un’attrazione per ragazzi, la militarizzazione culturale ha già fatto un passo avanti. E la pace uno indietro.

18/6/2026 https://www.osservatoriorepressione.info/

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