Dalla ‘casalinga di Treviso’ al riarmo UE: come la propaganda del Corriere ci spinge verso la guerra

di Fabrizio Poggi

4 settembre. “Ora la Russia rompe le scatole alla Germania”, diceva sconsolato un paio di giorni fa un anziano vicino di casa, che intendeva rafforzare la sua affermazione con l’indubitabile “l’hanno detto alla televisione”, così che, rimuginando sugli ultimi avvenimenti, veniva da pensare che almeno un risultato non da poco i media con l’elmetto lo abbiano raggiunto: qualunque dettame intendano far ingoiare alle morettiane “casalinghe di Treviso”, hanno buone probabilità di riuscita.

E allora hanno deciso che questo sia davvero il momento di spingere in avanti e spararle sempre più grosse, con l’obiettivo di far ingoiare alle masse le scelte di una guerra che vogliono sempre più vicina. Ecco dunque che il signor Marco Imarisio, sul Corriere della Sera, scrive di «minacce al nostro continente», ovviamente da parte della Russia, ricorrendo alla nuova interpretazione euroatlantica della geografia, in base alla quale il cosiddetto “vecchio continente” arriva al massimo, a est, alla Vistola o al Dnepr, oltrepassando i quali, nel XXI secolo, si corrono gli stessi rischi “esistenziali” cui si andava incontro, ventuno secoli orsono, varcando le colonne d’Ercole. O, per essere più precisi: a differenza di duemila anni fa, allorché il limitare del mondo conosciuto riserbava solo un ignoto tremendo e inimmaginabile, oggi è noto, dato che “lo dice la televisione” e lo scrivono i più acclamati media su cui scrivono gli “analisti” più seri e quotati, che i rischi “esistenziali” vengono portati da un soggetto ben conosciuto, la Russia, spalleggiata dagli sciagurati di iraniani, rifornita dagli armigeri di Pyongyang e sostenuta dagli imprevedibili cinesi.

E allora ecco che, dicono, è arrivato il momento di fare le cose sul serio, perché Moskva arriva a minacciare tutti sul «nostro continente»: un continente che termina là dove arrivano EU e NATO che, par di capire, hanno finora reagito troppo blandamente alle «“provocazioni” della Russia» evocate dal signor Federico Rampini, sempre sul Corriere. È dunque il momento di fare le cose sul serio, dato che «Putin ha la tentazione di una fuga in avanti, allargando il conflitto all’Europa occidentale», per ora limitandosi a un «crescendo di provocazioni, microaggressioni e sabotaggi, prima contro Polonia, Baltici e Scandinavia, ora in particolare contro la Germania». E se “lo zar”, come quegli stessi “analisti” chiamano il presidente russo, intende «mettere alla prova la coesione e la preparazione dell’Europa occidentale», ecco dunque che diventa improcrastinabile il «progetto di una difesa comune europea» che, lamenta il signor Rampini, «rimane ancora uno slogan ambizioso con poca sostanza. Il cosiddetto “riarmo” procede con lentezza… La frammentazione industriale è spaventosa, i sistemi d’arma prodotti in Europa sono un mosaico all’insegna delle incompatibilità, tanti orticelli nazionali non si sommano fra loro». Il rimedio c’è e l’opzione Crosetto-Fëdorov ne è l’anticipazione e non costituisce tanto, come scrive il signor Rampini, «un’alternativa al “made in Usa”», quanto proprio l’integrazione degli interessi di profitto delle industrie militari euro-yankee-sioniste.

Però, ci dicono, le cose stanno andando a rilento. E allora ecco che si ricorre a qualche “spintarella”, con droni russi – e di chi altri potrebbero essere? – che volano, atterrano, stanziano ora qua, ora là in giro per il «nostro continente». Ma ancora non basta, perché non è solo la “difesa comune” a essere frammentata: ancora di più lo sono «le opinioni pubbliche… La consapevolezza delle minacce è cresciuta nei Paesi del Nord-est, non a caso quelli che subiscono le più gravi incursioni russe: Germania e Polonia, Baltici e scandinavo-finnici». L’Italia, piagnucola l’articolista del Corriere, «è tra i Paesi più arretrati… La russofilia si traveste da neutralismo e da pacifismo. Il copione che Stalin aveva usato agli albori della guerra fredda, torna utile ai tempi dei social media, i fatti sono optional da fabbricarsi secondo i propri pregiudizi». Lasciamo al signor Rampini le stantie litanie maccartiste su «l’Armata Rossa [che] invase Berlino Est, Budapest, Praga, per soffocare nel sangue gli aneliti di libertà»: non è questo il luogo per fare i conti con «gli aneliti di libertà» proclamati da liberal-bellicisti e anticomunisti a libro-paga del capitale, che dissertano sulle paradisiache proprietà del profitto e gridano su «quanto sia reale, e micidiale, l’asse Pechino-Mosca-Teheran-Pyongyang». Così “micidiale” da poterci impaurire la “casalinga di Treviso” e indurla a proclamare che sì, è proprio nel nostro interesse – cioè nell’interesse dell’industria militare e dei suoi servizievoli commis voyageur dei governi euroatlantisti – fare a meno dei beni primari per destinare ogni risorsa al riarmo e al sostegno della “prima linea” nazigolpista di Kiev, impegnata nella difesa dei “valori europei” dall’attacco delle “autocrazie asiatiche”.

D’altronde, che gli eredi di quel nazismo che aveva attecchito in terra teutonica ricorrano agli stessi sotterfugi dei propri capostipiti e dichiarino “indubitamente russo” un drone recapitato a Lipsia pochi giorni prima di una tornata elettorale forse decisiva per il governo del nuovo Reich, non può non far ricordare come, proprio a Lipsia, si concludesse vergognosamente, per i nazisti di allora, il processo farsa imbastito contro Georghi Dimitrov, accusato dell’incendio del Reichstag appena pochi giorni prima delle elezioni del 1933 che avrebbero dato la vittoria a Adolf Hitler. Allora, si parlò della “mano di Mosca” e si mise fuori legge il Partito Comunista; oggi, data la diversa situazione storica e la diversa connotazione dei soggetti, si grida al pericolo neonazista rappresentato da Alternative für Deutschland; ma, come novant’anni fa, si fa risalire il pericolo mortale alla Russia.

Ne va del destino dei guerrafondai non solo tedeschi, ma delle élite belliciste della maggior parte dei paesi del «nostro continente» e, anche, del destino di quella banda di nazigolpisti di Kiev finora alimentati con soldi e armi da quelle élite. Quanto Vladimir Putin, al recente vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) in Kirghizistan, incontrando il Primo ministro indiano Narendra Modi, ha detto che «Stiamo percorrendo questa strada», in riferimento alla conclusione del conflitto in Ucraina, non ha dato una tempistica e non ho parlato di tregua. Non ha nemmeno promesso di fermare le truppe, osserva il corrispondente di guerra Aleksandr Kots su Komsomol’skaja Pravda; ma ha solo confermato quello che ha sempre detto: la Russia è favorevole a una soluzione diplomatica, ma che sia una soluzione che elimini le cause del conflitto e non che lo congeli per un paio d’anni fino alla prossima escalation. E, naturalmente, Moskva terrà conto delle realtà sul campo. La Russia non ha bisogno di un confine perennemente instabile, dove le truppe devono rimanere per anni in attesa di bombardamenti o invasioni, come è il caso del conflitto cui faceva indirettamente riferimento Modi, tra India e Pakistan, che va avanti da 79 anni. Quella, dice Kots, è precisamente la “pace” che Moskva rifiuta.

Nelle ultime settimane, il regime ucraino non ha fatto altro che minacciare un’escalation: nuovi attacchi in profondità nel territorio russo, una nuova fase del conflitto. Tra India e Pakistan c’è un confine con uomini in armi da 79 anni: ecco cosa succede, dice Kots, quando «la via della pace viene sostituita da una tregua fine a se stessa. La Russia ha scelto una strada diversa». Tanto più di fronte a una banda nazigolpista intenta a inviare aperte minacce terroristiche a livello mondiale, come quelle di interrompere coi droni il traffico aereo civile in Russia: «è una dichiarazione di terrorismo di Stato. E, vorrei sottolineare, ci stanno chiedendo di riprendere i negoziati. Ci stanno chiedendo incontri personali. Noi non negoziamo con i terroristi», ha detto Putin.

E se i bellicisti del Corriere della Sera, che invocano ormai il ricorso alle armi in risposta alle «provocazioni russe» contro «il nostro continente» e implorano “pieno sostegno” a Kiev, ecco che addirittura il Segretario al Tesoro USA, Scott Bessent, in un’intervista a Fox News, indicato l’Ucraina quale causa nientemeno che della crisi energetica globale. Bessent e la Casa Bianca ritengono che il pianeta stia attualmente vivendo uno shock energetico causato dalla guerra in Ucraina. Ciò che ha destato spiacevole sorpresa per alcuni è stato il fatto che il Segretario al Tesoro non abbia indicato la Russia come causa principale, bensì il prolungamento della guerra da parte di Kiev, che ha deciso di colpire in profondità il territorio russo, principalmente impianti energetici e raffinerie di petrolio. Washington è convinta che le azioni dell’Ucraina abbiano contribuito all’aumento dei prezzi globali del petrolio e dell’energia. Così, per dire.

D’altra parte, «siamo stati noi a portare al potere in Ucraina persone pronte a distruggere il proprio popolo nel bagno di sangue di una guerra per denaro», dice l’ex direttore del Centro nazionale antiterrorismo USA, Joe Kent, in un’intervista col professore norvegese Glenn Diesen. La junta di Zelenskij e «i suoi uomini sono talmente dipendenti dalla continuazione della guerra, talmente dipendenti dagli aiuti occidentali, da essersi allontanati dal popolo ucraino», dice Kent; in sostanza, «al popolo ucraino viene semplicemente detto: “Dovete darci uomini da far passare al tritacarne”. Non ci saranno elezioni, non avrete diritto di voto. La squadra di Zelenskij dipende completamente da noi e noi li usiamo. E hanno usato il loro popolo come forza per procura contro la Russia fin dalla loro esistenza…  lo abbiamo già visto in altre guerre per procura che abbiamo condotto: Afghanistan, Vietnam e, in una certa misura, in Iraq… Quindi, per il popolo ucraino e per il governo di Zelenskij è facile prevedere cosa succederà… Le stesse persone che consideravano la Russia una minaccia esistenziale lavorano ancora nei servizi segreti americani e britannici. E ora l’Ucraina è diventata per loro una piattaforma per attuare tutti questi piani».

Quali siano le prospettive del conflitto, lo si vedrà in un successivo intervento, sulla base di un servizio curato da Komsomol’skaja Pravda. Per il momento, è sufficiente constatare come i comandi nazigolpisti di Kiev stiano sacrificando qualcosa come mille uomini al giorno. Nessuno, nella banda di usurpatori di Zelenskij, è in grado di spiegare chiaramente a quale scopo l’Ucraina stia perdendo più di mille persone al giorno nella guerra contro la Russia, dice il politologo ucraino Konstantin Bondarenko: «Nessuno in Ucraina sa quale dovrebbe essere l’esito di questa guerra. Non si tratta più di una guerra con un obiettivo specifico. È una guerra per la guerra… Nessuno parla più dei confini del 1991. Nessuno parla di altri confini, di risultati concreti. Dicono: “Dobbiamo resistere finché Putin non accetta di negoziare”».

Kirill Budanov, ricorda Bondarenko, sostiene che si dovrebbero mobilitare 30.000 uomini al mese, non di meno; «é come una specie di gioco del calamaro. E dove sono finiti quelli precedenti? Questo significa che le nostre perdite sono di 30.000 al mese tra feriti e così via. Quindi, stiamo perdendo mille persone al giorno. Non sono 55.000, come afferma Zelenskij, per l’intera guerra. Se fossero 55.000, non avremmo bisogno di mobilitare 30.000 uomini ogni mese».

Ma l’essenziale, ora, è convincere la “casalinga di Treviso” che “la Russia rompe le scatole alla Germania” e vada dunque fermata con qualsiasi mezzo, così che la guerra è diventata una necessità vitale, non per il capitale, per carità: per i popoli.

4/9/2026 https://www.lantidiplomatico.it/

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