Dalla “guerra” alla “crisi umanitaria”: in che modo il linguaggio delle istituzioni culturali globali ha modificato la narrazione di Gaza?
di Farid Adly
Sui media si utilizza ancora il termine “la guerra Israele-Hamas”, quando in realtà non c’è uno scontro tra due eserciti, ma un’invasione di un territorio e continui bombardamenti sulla popolazione civile. Il termine genocidio, ci sono tuttora molti giornalisti che non lo vogliono utilizzare, afermando che “non tutti i palesrtinesi sono stati uccisi”, dimostrando la loro ignoranza della definizione di genocidio, termine coniato dopo la seconda guerra mondiale e che l’ONU aveva chiarito: “Il genocidio è l’intenzione, pianificata e sistematica, di distruggere in tutto o in parte un gruppo etnico, nazionale, razziale o religioso”. Definita dalla Convenzione ONU del 1948.
Peggio dei giornalisti hanno fatto le istituzioni umanitarie e culturali internazionali. Il linguaggio utilizzato nelle dichiarazioni ufficiali rilasciate dalle istituzioni culturali internazionali in merito agli eventi di Gaza ha subito un notevole slittamento verso quello che è stato definito “linguaggio bianco”: espressioni che non riflettono accuratamente la realtà di una regione sottoposta a bombardamenti incessanti e a un blocco totale da oltre due anni r mezzo e soprattutto non si cita mai gli aggressori. Nelle dichiarazioni rilasciate dai principali festival cinematografici, musei di fama mondiale e associazioni artistiche e letterarie, espressioni come “crisi umanitaria”, “la situazione” e “sofferenza umanitaria” sono state ripetutamente utilizzate, mentre il termine “guerra a Gaza” o aggressione israeliana hanno perso notevolmente il loro impiego come descrizione diretta di ciò che sta accadendo sul campo.
Questo cambiamento linguistico sembra essere simultaneo in diverse istituzioni e in vari contesti, diventando una caratteristica comune del discorso culturale degli ultimi tempi. Ciò si verifica in un contesto di notevole convergenza nel linguaggio delle dichiarazioni e dei dati politici e internazionali, che a loro volta si basano su una terminologia umanitaria generica quando affrontano gli sviluppi a Gaza. Questo ha permesso a tali formulazioni di diventare un riferimento linguistico facilmente accessibile nella sfera culturale, senza nominare il responsabile o fare riferimento al contesto militare. Con la ripetizione di questo schema nel discorso culturale istituzionale, emerge una questione più ampia riguardante la natura dell’approccio di queste istituzioni a ciò che sta accadendo e le ragioni del loro ricorso a un riferimento linguistico “sicuro”: ciò è dovuto a preoccupazioni legate ai finanziamenti o a un impegno verso uno specifico lessico politico?
Prima il lessico politico
Poche settimane dopo l’inizio dell’aggressione israeliana contro la popolazione di Gaza, nell’ottobre 2023, le principali istituzioni internazionali e politiche hanno adottato un lessico specifico, incentrato sull’impatto umanitario ed evitando descrizioni di azioni militari dirette. Nei suoi aggiornamenti periodici, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) ha affermato che “la situazione umanitaria nella Striscia di Gaza continua a deteriorarsi”, utilizzando la frase inglese diretta: “The humanitarian situation in the Gaza Strip continues to deteriorate.”
In una dichiarazione, l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi (UNRWA) ha descritto quanto sta accadendo a Gaza come una “catastrofica crisi umanitaria”, utilizzando l’espressione in inglese: “A Catastrophic Humanitarian Crisis”, ponendo chiaramente l’accento sulle conseguenze umanitarie dell’aggressione israeliana senza tuttavia definirla tale.
Questo lessico “depurato” si è rapidamente affermato ai più alti livelli del discorso internazionale. Il 27 ottobre 2023, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, nella sua risoluzione ES-10/21, ha chiesto una tregua umanitaria immediata, duratura e prolungata, utilizzando l’espressione inglese: “an immediate, durable, and sustained humanitarian truce” (una tregua umanitaria immediata, duratura e prolungata). Il Consiglio di Sicurezza ha ripetuto la stessa formulazione nella sua risoluzione 2720 del dicembre 2023, quando ha parlato delle “urgenti necessità umanitarie derivanti dalla crisi umanitaria a Gaza”, usando la frase “the Gaza humanitarian crisis” (la crisi umanitaria di Gaza).
Nel tempo, questo lessico è diventato il linguaggio politico dominante e ha automaticamente permeato le istituzioni culturali, che si sono trovate sotto crescente pressione per prendere posizione senza scontrarsi direttamente con la politica. Nelle dichiarazioni dell’UE, ad esempio, una dichiarazione rilasciata dal Servizio europeo per l’azione esterna nel gennaio 2024 ha descritto la situazione come “la catastrofica situazione umanitaria a Gaza”, usando l’espressione: “The catastrophic humanitarian situation in Gaza” (La catastrofica situazione umanitaria a Gaza), senza menzionare la guerra o le operazioni militari.
Un cessate il fuoco con condizioni
Nel contesto statunitense, si è verificato lo stesso cambiamento, seppur in una forma diversa. Invece di utilizzare il termine “cessate il fuoco” nelle fasi iniziali, le dichiarazioni ufficiali si sono concentrate sulle “pause umanitarie”. La missione statunitense presso le Nazioni Unite, in un briefing ufficiale al Consiglio di Sicurezza, ha dichiarato il proprio sostegno alle “pause umanitarie per facilitare gli aiuti”. Il termine “cessate il fuoco” è stato successivamente introdotto nel discorso, ma collegato a condizioni politiche e di sicurezza.
Il lessico politico si è rapidamente insinuato nel discorso culturale. Nell’aprile del 2024, quando si decise di tenere chiuso il padiglione israeliano all’apertura della Biennale di Venezia, l’espressione “guerra a Gaza” non è mai stata utilizzata. La dichiarazione ha subordinato la riapertura del padiglione al raggiungimento di una condizione specifica: “Un accordo di cessate il fuoco e di rilascio degli ostaggi”. In questo caso, il nome dell’evento è stato sostituito da una condizione procedurale, evitando così che l’istituzione definisse esplicitamente la guerra stessa.
Questo stesso approccio è stato replicato nei principali musei. Dichiarazioni e rapporti delle principali istituzioni cinematografiche americane hanno utilizzato espressioni come “sofferenza umanitaria continua a Gaza”, un’espressione che mette in luce il dolore umano ma lo separa dalle sue cause politiche e militari.
A festival cinematografici come il Sundance, i film su Gaza sono stati presentati come “storie di comunità colpite”, trasformando Gaza in uno spazio narrativo umano generale, piuttosto che in uno specifico campo di bombardamenti incessanti che colpiscono la popolazione gazzawi per mano di Israele.
La delicatezza del momento attuale
Nei casi in cui scrittori e artisti sono stati presi di mira per le loro posizioni pubbliche sulla guerra, le istituzioni culturali hanno fatto ricorso a un linguaggio mutuato dal discorso politico. Per giustificare le decisioni di escludere o rinviare eventi, sono state utilizzate espressioni come “la delicatezza del momento attuale”, senza menzionare esplicitamente Gaza (aggredita), Israele (l’aggressore) o la guerra, come se il linguaggio stesso fosse diventato uno strumento per gestire la crisi anziché per affrontarla. Parlando al bar con un affermato avvocato di Roma sul genocidio a Gaza, ma ha rispost: “La situazione è complicata, non si può affrontarla con leggerezza; ci sono molte implicazioni, che impongono cautela”. Alla mia domanda quali siano queste implicazioni, non ha voluto rispondere. Gli ho rivolto la domanda: “il timore di accuse di antisionismo?”. Ha glissato.
Questa convergenza tra lessico politico e culturale non può essere spiegata come una coincidenza. Le principali istituzioni culturali operano all’interno di sistemi di finanziamento e di governance legati agli Stati, al mercato o a entrambi. Le loro dichiarazioni vengono filtrate da consulenti legali e uffici di comunicazione aziendale, che ricercano formulazioni che siano già state sottoposte a scrutinio politico e che non abbiano sollevato preoccupazioni circa conseguenze indesiderate. Adottare la terminologia utilizzata dalle Nazioni Unite o dai principali governi fornisce a queste istituzioni una copertura morale e legale, anche a scapito della verità e di una descrizione accurata degli eventi.
Lettere aperte e proteste provenienti dall’interno di queste stesse istituzioni rivelano un altro conflitto, meno visibile ma più significativo. Nelle dichiarazioni dell’Alto Commissario per i Diritti Umani, la situazione dei civili è stata descritta come caratterizzata da “livelli orribili di sofferenza umana”, un termine che rasenta la condanna morale, pur rimanendo all’interno del quadro umanitario generale. Queste voci interne sostengono che un linguaggio più conciliante, diplomatico. minaccia la credibilità delle istituzioni culturali che affermano di difendere i valori umani.
L’esperienza della narrazioni sull0aggressione israeliana contro la popolazione di Gaza rivela che le istituzioni culturali non possono più nascondersi dietro il concetto di “neutralità” come facevano un tempo. La scelta di una singola parola, come “genocidio” o “crisi umanitaria”, è diventata di per sé una presa di posizione. Quando la parola “genocidio” viene rimossa dalle dichiarazioni culturali, la guerra non viene cancellata dalla realtà; piuttosto, viene ridefinita linguisticamente in modo da attenuarne l’impatto politico, trasformando la cultura da spazio di interrogazione a spazio per la gestione linguistica del dolore.
Se analizziamo invece il linguaggio giornalistico mainstream, scopriamo nefandezze maggiori e saenza la copertura della necessità diplomatica o la salvezza di finanziamenti e budget pubblicitari. Troviamo l’uso di “esplosione” invece di “bombardamento”. Recentemente sulla NL di Anbamed abbimo citato il caso dell’agenzia stampa Ansa che ha pubblicato la notizia sul ritorno a Gaza dei 16 bambini gazzawi nati prematuri dal’Egitto dopo due anni e mezzo di cure. (https://www.anbamed.it/2026/04/01/anbamed-nl-2038-1-aprile-2026/)
La loro vicenda risale al novembre 2023 quando l’esercito israeliano aveva assediato e occupato l’ospedale Shifà, di Gaza città, torturando i neonati nelle incubatrici. Alcuni di questi bambini, circa 30, sono stati salvati dall’intervento della Croce Rossa Internazionale che li aveva accompagnati al valico di Rafah. Ecco cosa scrivevamo il 1° aprile 2026: “L’agenzia Ansa ha avuto il coraggio di pubblicare la notizia senza citare minimamente, e neanche da lontano, le responsabilità di Israele in questa vicenda. Ed a cascata hanno fatto tutte le testate scorta mediatica del genocidio. L’informazione è anche uso surrettizio del linguaggio, per distrarre il pubblico e indirizzare le sue opinioni”.
5/4/2026 https://www.anbamed.it/









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