Data center: il territorio al servizio del potere digitale e militare
Dalla Lombardia al Piemonte, l’espansione delle infrastrutture digitali solleva interrogativi su consumo di risorse, sorveglianza e militarizzazione. Il 10 ottobre la protesta a Milano.
L’Italia si prepara a diventare uno dei principali poli europei e mediterranei delle infrastrutture digitali. La crescita dei data center, grandi complessi industriali destinati all’elaborazione, alla conservazione e alla trasmissione di enormi quantità di informazioni, viene presentata come una necessità della modernizzazione tecnologica, dello sviluppo dell’intelligenza artificiale e della competitività economica. Dietro questa trasformazione si intrecciano però questioni che riguardano il controllo dei dati, l’utilizzo delle risorse naturali, la concentrazione del potere nelle mani delle grandi multinazionali tecnologiche e il ruolo sempre più rilevante delle infrastrutture digitali negli apparati di sicurezza e militari.
La Lombardia, e in particolare l’area metropolitana milanese, rappresenta il principale territorio di concentrazione di questa espansione. Il Piemonte si sta progressivamente inserendo nella stessa geografia industriale, mentre Genova costituisce uno snodo importante delle connessioni internazionali attraverso i cavi sottomarini. Si delinea così una nuova configurazione del triangolo industriale Milano-Torino-Genova, nella quale alla tradizionale produzione manifatturiera si affiancano la gestione delle informazioni, la capacità di calcolo, le tecnologie aerospaziali e le infrastrutture necessarie al loro funzionamento. Una trasformazione che non riguarda soltanto l’economia digitale, ma anche la distribuzione territoriale del potere tecnologico.
Il governo italiano ha individuato nello sviluppo dei data center un settore strategico, puntando ad attrarre investimenti internazionali e a rafforzare la posizione del Paese nelle reti digitali europee e mediterranee. Le imprese del settore sottolineano i capitali mobilitati, le opportunità occupazionali e la necessità di disporre di infrastrutture adeguate alla crescita dei servizi cloud e dell’intelligenza artificiale. Ma la dimensione degli investimenti non risolve una questione fondamentale: quali benefici rimangono effettivamente ai territori interessati, chi decide la localizzazione degli impianti e quali conseguenze producono sulla disponibilità di energia, acqua e suolo?
È su queste contraddizioni che si sta sviluppando una mobilitazione nazionale. Sabato 10 ottobre, in piazza della Scala a Milano, la Rete nazionale dei Comitati Stop Data Center manifesterà per chiedere una moratoria sulle nuove autorizzazioni, almeno fino alla definizione di regole capaci di garantire valutazioni ambientali complessive, trasparenza dei progetti e partecipazione delle comunità coinvolte. La richiesta nasce soprattutto dalla constatazione che numerosi insediamenti vengono esaminati separatamente, senza considerare adeguatamente gli effetti cumulativi della loro concentrazione in aree già sottoposte a una fortissima pressione urbanistica e ambientale.
La materialità nascosta dell’economia digitale
La retorica del cloud contribuisce a rappresentare l’economia digitale come un sistema immateriale, apparentemente svincolato dai vincoli fisici della produzione industriale. In realtà, dietro ogni servizio informatico si trovano edifici, server, sistemi di raffreddamento, collegamenti elettrici, generatori di emergenza, reti di trasmissione e grandi quantità di materiali. La crescita dell’intelligenza artificiale rende questa infrastruttura ancora più rilevante, perché l’addestramento e il funzionamento dei modelli richiedono una capacità di calcolo elevata e una disponibilità continua di energia.
Il consumo elettrico costituisce uno degli aspetti più problematici. I data center devono funzionare ininterrottamente, garantendo alimentazione, raffreddamento e continuità operativa. La loro concentrazione può richiedere importanti interventi di potenziamento della rete, nuove sottostazioni e ulteriori infrastrutture energetiche. Le richieste di connessione presentate ai gestori della rete indicano l’entità degli interessi industriali in movimento, ma non coincidono necessariamente con impianti che verranno effettivamente costruiti né con i loro futuri consumi reali. Proprio per questo è necessario distinguere i progetti annunciati, quelli autorizzati e quelli già operativi, evitando che cifre teoriche diventino automaticamente previsioni di consumo.
Accanto all’energia si pone il problema dell’acqua utilizzata da alcuni sistemi di raffreddamento, del rumore prodotto dagli impianti, delle emissioni dei generatori di emergenza e delle modificazioni del microclima locale. Gli impatti variano a seconda della tecnologia adottata, delle dimensioni e della collocazione degli impianti, ma diventano particolarmente rilevanti quando numerosi progetti insistono sulla stessa area. Nella Pianura Padana, già segnata dall’inquinamento atmosferico, dall’urbanizzazione e dalle temperature estive elevate, la valutazione di questi effetti non può essere ridotta al perimetro amministrativo del singolo stabilimento.
Il problema riguarda anche il rapporto tra investimenti privati e infrastrutture collettive. Quando un grande operatore richiede potenze elettriche considerevoli, la questione non è soltanto se la rete possa tecnicamente soddisfare quella domanda, ma chi sostenga i costi degli adeguamenti e come vengano distribuiti. Non è corretto sostenere che ogni nuovo data center determini automaticamente un aumento delle bollette domestiche: gli effetti dipendono dai meccanismi tariffari, dagli investimenti e dalla ripartizione dei costi di connessione. Resta tuttavia una questione politica essenziale: quali priorità devono orientare la programmazione energetica e territoriale, e quale spazio deve avere l’interesse pubblico nelle decisioni?
Dal Piemonte una mappa della trasformazione
L’opuscolo Data center: cosa sono, dove sono, perché opporci, curato da Confluenza e InfoAut, ricostruisce l’espansione prevista in Piemonte e propone una lettura che collega l’industria dei dati alla riorganizzazione produttiva del Nord-Ovest. Il documento prende in esame diversi progetti, mettendo in relazione la loro localizzazione con la presenza di aree industriali dismesse, infrastrutture energetiche, poli tecnologici e attività aerospaziali.
A Torino, nel quartiere Lucento, l’area dell’ex Laminatoio Bonafous è interessata da un progetto di riconversione che prevede la realizzazione di un grande data center. Secondo la documentazione raccolta dal gruppo No Data Center Lucento, la potenza prevista per la sola componente informatica potrebbe raggiungere i 130-150 megawatt, ai quali si aggiungono i consumi dei sistemi di raffreddamento e delle altre infrastrutture necessarie al funzionamento dell’impianto. Ulteriori ipotesi progettuali prevedono possibili ampliamenti della struttura. Ma attorno a questo intervento si è sviluppata una mobilitazione autonoma di abitanti e attivisti del quartiere, riuniti nel gruppo No Data Center Lucento, che già dal 1° maggio 2026 hanno avviato un lavoro di documentazione, controinformazione e organizzazione territoriale. Nel maggio dello stesso anno hanno pubblicato l’opuscolo Nel nostro quartiere, Lucento, stanno costruendo un data center. Cosa sappiamo, cosa ci nascondono, cosa possiamo fare, anticipando l’inchiesta successivamente realizzata da Confluenza e InfoAut.
Il documento ricostruisce la storia dell’area, acquistata nel marzo 2024 dalla società Reba Projects, riconducibile al gruppo imprenditoriale di Agostino Re Rebaudengo, e inizialmente destinata a un progetto di residenze universitarie. Una destinazione successivamente abbandonata a favore dell’insediamento del data center. Particolare attenzione viene dedicata alla contaminazione della falda acquifera da cromo esavalente, eredità delle precedenti attività industriali, e agli interrogativi sulle effettive operazioni di bonifica. Secondo quanto denunciato dal gruppo, il progetto solleva inoltre questioni relative all’enorme fabbisogno energetico, all’utilizzo dell’acqua per il raffreddamento, al rumore, al calore prodotto e alla realizzazione delle nuove infrastrutture elettriche necessarie al funzionamento dell’impianto.
L’inchiesta degli abitanti mette in discussione anche le ricadute occupazionali annunciate dai promotori, distinguendo i posti di lavoro temporanei legati alla costruzione da quelli permanenti, e solleva interrogativi sull’effettiva possibilità di recuperare il calore prodotto dai server attraverso la rete di teleriscaldamento cittadina. Ma soprattutto pone una questione che riguarda il potere decisionale sul territorio: chi ha stabilito che un’area industriale dismessa, inizialmente destinata a residenze universitarie, debba essere trasformata in un’infrastruttura privata ad altissimo consumo energetico? Attraverso assemblee, iniziative pubbliche, produzione di materiali informativi e collegamenti con altri comitati, No Data Center Lucento continua a seguire il progetto e a promuovere una mobilitazione dal basso. Materiali e aggiornamenti sono disponibili sul blog https://nodatacenterlucento.espivblogs.net/.
A Grugliasco, sull’area ex Pininfarina, viene descritto un progetto nell’ordine dei 200 megawatt, accompagnato da un investimento stimato in circa quattro miliardi di euro. L’opuscolo segnala inoltre una richiesta di connessione alla rete elettrica per una potenza complessiva molto superiore, pari a 1,23 gigawatt, riferita all’intero comparto industriale. È una differenza che richiede chiarimenti sulla dimensione effettiva dell’intervento e sulle eventuali ulteriori iniziative previste. A Caselle Torinese, invece, il progetto promosso da Hines riguarda un vasto complesso nelle vicinanze dell’aeroporto, con una richiesta di potenza di 250 megawatt e una trasformazione urbanistica che, secondo i comitati, comporterebbe ulteriore consumo di suolo.
Altri interventi vengono segnalati a Moncalieri e a Trino Vercellese, dove la riconversione dell’ex centrale Galileo Ferraris dovrebbe ospitare il Cavour Hyperscale Campus. L’insieme di questi progetti mostra come le grandi infrastrutture digitali siano destinate a incidere sulla pianificazione di interi territori. Non siamo di fronte soltanto alla costruzione di nuovi stabilimenti, ma alla possibile ridefinizione delle priorità energetiche, urbanistiche e industriali di numerose amministrazioni locali.
Un elemento particolarmente significativo riguarda l’occupazione. Gli investimenti annunciati raggiungono in alcuni casi diversi miliardi di euro, mentre il numero dei posti di lavoro permanenti dichiarati risulta relativamente contenuto rispetto alla dimensione economica delle operazioni. Le attività di costruzione possono generare occupazione importante, ma questa deve essere distinta da quella necessaria alla gestione ordinaria dei centri una volta completati. Il rapporto tra capitale investito, risorse consumate e lavoro stabile prodotto dovrebbe costituire uno degli elementi centrali di qualsiasi valutazione pubblica.
Il doppio uso civile e militare delle infrastrutture
La questione diventa ancora più delicata quando si considera il ruolo assunto dai dati nelle strategie militari contemporanee. I data center non sono necessariamente infrastrutture militari, né la loro vicinanza a un’impresa della difesa dimostra un impiego bellico. Esiste tuttavia una crescente integrazione tecnologica tra sistemi civili, apparati di intelligence, reti di comunicazione strategica e organizzazioni militari. La capacità di raccogliere, elaborare e trasmettere informazioni in tempi estremamente ridotti è diventata una componente essenziale della pianificazione operativa, della logistica e dei sistemi di comando.
Le forze armate utilizzano infrastrutture informatiche per gestire comunicazioni, immagini satellitari, informazioni provenienti dai sensori, movimentazione di mezzi e materiali, manutenzione, approvvigionamenti e supporto alle decisioni. L’intelligenza artificiale amplia ulteriormente queste possibilità, consentendo di elaborare grandi quantità di informazioni e individuare correlazioni difficilmente gestibili attraverso procedure tradizionali. Il problema non riguarda dunque soltanto la produzione di armamenti, ma l’intero sistema tecnologico che rende possibile il funzionamento degli apparati militari.
La NATO sta sviluppando infrastrutture digitali interoperabili, sistemi di comunicazione protetti e capacità di elaborazione distribuita, anche attraverso soluzioni mobili e reti tattiche. Il concetto di Digital Backbone indica precisamente l’importanza di un’architettura capace di collegare sistemi, organizzazioni e flussi informativi. In questo contesto la disponibilità di capacità di calcolo, connessioni affidabili e protezione dei dati assume una rilevanza strategica crescente. La digitalizzazione della difesa non coincide semplicemente con l’acquisto di nuovi strumenti informatici: modifica l’organizzazione delle operazioni, i processi decisionali e il rapporto tra apparati militari e industria tecnologica.
Anche le collaborazioni tra grandi imprese informatiche e aziende della difesa meritano un’attenzione particolare. I progetti relativi alle reti protette della NATO, compreso il Protected Business Network, testimoniano l’importanza attribuita alla sicurezza e alla gestione delle comunicazioni dell’Alleanza. È necessario, tuttavia, distinguere queste iniziative dai singoli data center costruiti in Italia: l’esistenza di contratti militari nel settore digitale non prova automaticamente che uno specifico impianto civile sia destinato a funzioni operative della NATO.
Il punto politico resta rilevante. Quando le medesime tecnologie possono essere utilizzate per servizi civili, applicazioni commerciali, sorveglianza e operazioni militari, diventa indispensabile interrogarsi sulle finalità effettive delle infrastrutture, sulla trasparenza dei contratti e sulle forme di controllo pubblico. La distinzione tra civile e militare non scompare, ma può diventare più complessa, soprattutto quando le attività vengono affidate a soggetti privati che operano contemporaneamente in entrambi i settori.
Dall’accumulazione dei dati alla sorveglianza
Questa trasformazione presenta un ulteriore elemento di interesse: il rapporto tra infrastrutture digitali e capacità di controllo delle popolazioni. Le tecnologie di sorveglianza contemporanee dipendono sempre più dalla possibilità di acquisire, conservare, incrociare e analizzare grandi quantità di informazioni. Sistemi di videosorveglianza, riconoscimento biometrico, analisi automatizzata delle immagini, monitoraggio delle comunicazioni e strumenti predittivi possono utilizzare infrastrutture informatiche complesse e capacità di calcolo elevate.
Non bisogna confondere la disponibilità di un data center con l’esistenza di un apparato repressivo: un’infrastruttura informatica può ospitare servizi del tutto estranei alle attività di polizia. Ma sarebbe altrettanto riduttivo ignorare che l’espansione delle capacità di elaborazione costituisce una delle condizioni materiali che rendono possibili sistemi di sorveglianza sempre più estesi. La questione decisiva riguarda chi accede ai dati, con quali autorizzazioni, per quali finalità e attraverso quali garanzie democratiche.
Il problema è particolarmente evidente quando si considerano le applicazioni dell’intelligenza artificiale alla sicurezza. L’analisi automatizzata delle immagini può essere utilizzata per identificare persone o ricostruire spostamenti; l’incrocio di archivi differenti può produrre profili individuali; gli strumenti di classificazione del rischio possono orientare decisioni amministrative o investigative. Queste tecnologie presentano problemi documentati di accuratezza, discriminazione, proporzionalità e tutela dei diritti fondamentali. Il loro impiego deve essere valutato alla luce delle norme sulla protezione dei dati, delle garanzie costituzionali e dei limiti posti dalla legislazione europea.
La trasformazione digitale introduce così una questione che non può essere separata dalle politiche securitarie: il rischio che la capacità tecnica di raccogliere e trattare informazioni venga considerata, di per sé, una giustificazione sufficiente per estendere il controllo sociale. La disponibilità di strumenti sempre più potenti non elimina la necessità di dimostrarne la legittimità, la necessità e la proporzionalità. Al contrario, quanto maggiore diventa la capacità di sorveglianza, tanto più stringenti dovrebbero essere i controlli indipendenti sulle autorità che la esercitano.
Infrastrutture strategiche e democrazia territoriale
La definizione di un’opera come strategica produce conseguenze che vanno oltre il linguaggio della programmazione industriale. Può incidere sulle priorità degli investimenti, sulle procedure amministrative e sui rapporti tra governo centrale, enti territoriali e popolazioni interessate. Per questo è necessario verificare, caso per caso, quali autorizzazioni siano richieste, quali valutazioni ambientali vengano effettuate e quali possibilità concrete abbiano i cittadini di intervenire nei procedimenti.
L’opuscolo di Confluenza e InfoAut insiste proprio su questo aspetto: la trasformazione di intere aree industriali o agricole viene spesso discussa prevalentemente in termini di investimenti, competitività e innovazione, mentre il confronto sui costi sociali e sulle alternative di sviluppo rimane subordinato. I comitati contestano un modello decisionale nel quale le comunità rischiano di essere coinvolte soltanto quando le scelte fondamentali sono già state compiute.
La riqualificazione di un’area industriale dismessa può rappresentare un’opportunità, ma non è automaticamente un beneficio collettivo. Occorre valutare la qualità delle bonifiche, la destinazione delle risorse pubbliche, le compensazioni ambientali, gli effetti sulla salute e il rapporto tra utilizzo del territorio e occupazione prodotta. Analogamente, il recupero del calore generato dai server può offrire benefici energetici, ma questi devono essere dimostrati attraverso progetti tecnicamente verificabili e non utilizzati come argomento sufficiente per giustificare qualsiasi insediamento.
La questione della sovranità digitale, spesso richiamata dalle istituzioni, presenta inoltre una contraddizione. Rafforzare la presenza fisica di infrastrutture sul territorio nazionale non significa necessariamente garantire un controllo pubblico sui dati o sulle tecnologie utilizzate. Proprietà degli impianti, gestione dei servizi, accesso alle informazioni, giurisdizione applicabile e dipendenza dai fornitori sono questioni distinte. Un Paese può ospitare grandi complessi informatici e continuare a dipendere da operatori privati internazionali per funzioni essenziali.
È in questa relazione tra infrastrutture, potere economico e decisioni pubbliche che si colloca una parte importante del conflitto attorno ai data center. La loro espansione non può essere affrontata esclusivamente come una questione di autorizzazioni edilizie o di efficienza energetica. Riguarda il modello di sviluppo, la destinazione delle risorse e il controllo democratico di tecnologie destinate a incidere profondamente sull’organizzazione della società.
Una mobilitazione che pone una questione generale
La manifestazione del 10 ottobre a Milano porta nello spazio pubblico interrogativi che finora sono rimasti prevalentemente confinati ai procedimenti amministrativi e ai territori direttamente interessati dai progetti. La richiesta di moratoria avanzata dalla Rete nazionale dei Comitati Stop Data Center non coincide con il rifiuto di ogni tecnologia digitale, ma nasce dalla contestazione di una crescita che i comitati giudicano priva di un’adeguata pianificazione complessiva.
Il collegamento tra le mobilitazioni lombarde e quelle piemontesi mostra che il problema supera i confini dei singoli comuni. Le decisioni sulla localizzazione degli impianti influenzano la programmazione energetica, le infrastrutture di trasmissione, il mercato immobiliare, le trasformazioni industriali e la disponibilità di risorse naturali. Al tempo stesso, la crescente centralità dei dati nelle attività economiche, nella sorveglianza e nelle strategie militari impone di discutere pubblicamente anche le finalità e i soggetti che governano queste infrastrutture.
L’espansione dei data center rende visibile una contraddizione della transizione digitale: ciò che viene rappresentato come immateriale dipende da una crescente appropriazione di risorse materiali, mentre strumenti presentati come universalmente utili possono rafforzare concentrazioni di potere economico, tecnologico e istituzionale. Non tutti i data center svolgono le stesse funzioni e non tutti presentano gli stessi impatti. Proprio questa diversità rende indispensabili informazioni accessibili, verifiche indipendenti e decisioni pubbliche fondate su dati concreti.
La questione che emerge dalla mobilitazione non è soltanto quanti data center verranno costruiti, ma quale rapporto si intende stabilire tra innovazione tecnologica, interessi industriali, diritti collettivi e autonomia dei territori. E, soprattutto, se infrastrutture destinate a diventare sempre più importanti per l’economia, la sicurezza e l’organizzazione della vita sociale possano svilupparsi senza un controllo democratico proporzionato al potere che concentrano.
Nota della redazione – 9 ottobre 2026. Abbiamo aggiornato il passaggio relativo al progetto del data center nell’area ex Bonafous di Torino, correggendo un’errata attribuzione delle attività di mobilitazione territoriale. Il lavoro di documentazione e controinformazione è portato avanti autonomamente dal gruppo No Data Center Lucento, che ha pubblicato un proprio opuscolo già nel maggio 2026. Ringraziamo gli attivisti per la segnalazione e per averci messo a disposizione il materiale.









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