Diritti del lavoro e i quattro referendum
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Campagna per i referendum: convergere per vincere, anche il referendum sul diritto di cittadinanza
di Anonello Patta
Tra qualche mese saremo chiamati a votare per i 4 referendum sul lavoro promossi dalla Cgil e su quello per il diritto alla cittadinanza promosso da +Europa, Possibile, Partito Socialista Italiano, Radicali Italiani e Rifondazione Comunista.
I referendum sul lavoro mirano all’abrogazione di leggi figlie delle politiche neoliberiste portate avanti da governi di centro destra e centrosinistra con l’obiettivo di deregolamentare il mercato del lavoro, ridurre diritti e tutele, precarizzare al massimo le lavoratrici e i lavoratori per renderli ricattabili e proni al comando dell’azienda e per tal via ridurre i potere contrattuale delle rappresentanze sindacali e tenere bassi i salari che come confermato dalle principali agenzie internazionali sono tra i più bassi d’Europa.
E’ molto importante che dopo decenni di sudditanza delle sinistre di governo alle sirene della globalizzazione neoliberista, all’accettazione delle compatibilità di sistema, la Cgil, con questi referendum, rifiuti la linea dello scambio illusorio tra diritti e sviluppo.
La flessibilità proposta, nella narrazione delle magnifiche sorti della globalizzazione, come strumento di libertà si è tradotta in precarietà estrema che rende milioni di lavoratori schiavi a disposizione del capitale 24 ore su 24, distrugge le relazioni e gli affetti familiari, getta nell’incertezza l’intera esistenza; La precarietà e riduzione di tutele poste a freno dell’arbitrio dell’impresa permettono a queste ultime di risparmiare sulla sicurezza e la salute dei lavoratori. I governi conniventi che da decenni operano per ridurre i vincoli esistenti e impediscono l’attuazione di sistemi di controlli che obblighino l’applicazione delle norme esistenti sono i fautori della precarietà; la moderazione salariale ha avuto come unica conseguenza la diffusione della povertà perfino tra chi lavora a tempo pieno;
Secondo i cantori della religione neoliberista propagandata a reti unificate questi processi avrebbero aumentato la competitività del sistema economico con benefici successivi per tutti. In realtà si è trattato di una gigantesca operazione ideologica condivisa da governi, partiti e capitalismo nostrano per creare le condizioni strutturali per ribaltare i rapporti di forza a vantaggio dei padroni. Per far questo si è puntato su un sistema economico e produttivo basato in gran parte sui bassi salari e scarsi investimenti nella ricerca e nell’innovazione. Il risultato è sotto i nostri occhi: abbiamo una gigantesca svalorizzazione economica e sociale del lavoro, una regressione sociale inaudita e un sistema economico e produttivo in grave difficoltà e arretrato rispetto al resto d’Europa
I quesiti referendari
Con i referendum le elettrici e gli elettori sono chiamati a dire basta alla precarietà, alle morti sul lavoro, ai licenziamenti senza giusta causa o giustificato motivo, sì a maggiori tutele per i lavoratori delle piccole aziende; possono usare il voto per restituire diritti e dignità al lavoro.
Col primo referendum si intende abrogare la norma del jobs act in base alla quale le lavoratrici e i lavoratori assunte/i dopo il 7 marzo 2015 non possono essere reintegrati nel posto di lavoro nemmeno nel caso in cui un giudice dichiari il licenziamento illegittimo in quanto privo di giusta causa o giustificato motivo. Già oggi sono più di 3 milioni e mezzo i lavoratori privati di questo diritto.
Col secondo si vogliono aumentare le tutele per i lavoratori delle imprese con meno di 16 dipendenti abrogando la norma che limita a 6 mensilità il risarcimento in caso di licenziamento illegittimo. Si lascerebbe così al giudice la facoltà di stabilire l’entità dell’indennizzo in base alla capacità economica dell’azienda e alle condizioni personali e familiari del lavoratore. I lavoratori interessati sono 3 milioni e 700 mila Il terzo nasce per contrastare la precarietà limitando la possibilità delle aziende di ricorrere ai contratti a termine il cui abuso colpisce oggi circa 3 milioni di addetti. È la conseguenza della possibilità per le aziende di instaurare contratti a termine fino a 12 mesi senza alcuna ragione oggettiva che lo giustifichi. Con la vittoria del referendum si ripristina l’obbligo di causali per il ricorso a questo tipo di lavoro temporaneo.
Col quarto referendum si vogliono modificare le norme che impediscono, in caso di infortunio negli appalti, di estendere la responsabilità all’impresa appaltante. Abrogando queste norme ed estendendo la responsabilità all’imprenditore committente si porrebbe un freno al ricorso ad appaltatori privi di solidità finanziaria, spesso non in regola con le norme antinfortunistiche e si garantirebbe maggiore sicurezza sul lavoro.
Infine non meno importante per i lavoratori e le lavoratrici migranti è il referendum sulla cittadinanza, che propone di dimezzare da 10 a 5 gli anni di residenza legale in Italia richiesti per poter avanzare la domanda di cittadinanza italiana che, una volta ottenuta, sarebbe automaticamente trasmessa ai propri figli e alle proprie figlie minorenni.
Bastano questi pochi accenni per mettere in evidenza l’importanza di un impegno senza riserve per la vittoria del sì. Intanto per le ricadute dirette di una vittoria su milioni di lavoratrici e lavoratori in termini di riduzione del potere di ricatto dell’azienda che ha come conseguenza una maggiore libertà di lottare per rivendicare più salario, più sicurezza nei luoghi di lavoro e più tutele
Ma avremmo anche un effetto positivo più generale su tutto il movimento dei lavoratori e sulla società nella misura in cui si aprirebbe una crepa, una controtendenza non da poco rispetto all’offensiva neoliberista che, in tutto il mondo, lungi dall’esaurirsi si pone l’obiettivo di fare tabula rasa di tutti i diritti dei lavoratori.
La vittoria è possibile ma…
Non ci si deve nascondere che nei confronti di un risultato positivo si frappongono molti ostacoli, primo fra tutti il raggiungimento del quorum colpevolmente mantenuto al 50% degli aventi diritto al voto in un paese dove, perfino in elezioni molto partecipate fino a pochi anni fa, oggi si reca al voto meno della metà degli elettori.
A rendere l’obiettivo più difficile è arrivata la decisione ingiusta e ingiustificabile della Corte Costituzionale di dichiarare decaduto il referendum sull’autonomia differenziata che avrebbe aumentato significativamente il numero di elettrici ed elettori interessati a recarsi alle urne.
È molto positiva l’apertura della Cgil a tutti soggetti partitici, sindacali e di movimento disponibili a unirsi in questa lotta e certamente forze come Rifondazione Comunista che hanno condiviso questa lotta fin dalla raccolta delle firme si impegneranno a fondo nella campagna per il voto; lo stesso vale per grandi associazioni nazionali come l’Arci e l’Anpi, ma sembra già evidente che nel caso di alcune forze politiche, come per esempio il Pd, all’adesione non si accompagnerà sempre un impegno senza riserve e che altre organizzazioni sindacali come la Cisl si oppongono al referendum
Non depone a favore della partecipazione che sarebbe necessaria il clima di passività che pervade il mondo del lavoro come conseguenza di decenni di attacchi subiti da parte di ambedue gli schieramenti che si sono alternati al governo, delle sconfitte subite, della sfiducia nel conflitto come mezzo di cambiamento e della chiusura di tanti nella dimensione di un individualismo competitivo.
Al contempo questa lotta può rappresentare un’occasione importante per avviare un rilancio del protagonismo dei lavoratori, in particolare tra quelle
fasce, giovani, donne e migranti che, lavorando spesso in settori come i servizi, l’agricoltura, il commercio o l’edilizia, in cui lo sfruttamento e i bassi salari raggiungono livelli vergognosi, si sono sentiti abbandonati a un destino di precarietà e di incertezza totale sul loro futuro.
Ma occorre il rilancio delle lotte
Ma per recuperare davvero la fiducia delle lavoratrici e dei lavoratori occorre che il clima sociale complessivo cambi, occorre mostrare concretamente che la chiamata al voto è inserita in un cambiamento di passo che si esprima in una ripresa dei conflitti, finalizzata a riconquistare tutto ciò che il liberismo ha sottratto al lavoro e ai cittadini. La lotta per i salari a partire dalla rivendicazione di un salario minimo per tutte e tutti è un pezzo fondamentale di questo percorso. Per questo Occorre un rilancio del conflitto sui contratti, metà dei lavoratori hanno i contratti scaduti, a partire dal pubblico impiego dove è necessario sconfiggere la linea filo governativa della Cisl.
Lo schieramento neoliberista, che comprende il governo ma anche la maggior parte dei partiti, è così forte che senza una rilancio delle lotte articolato del mondo del lavoro a tutti i livelli , dalle aziende ai territori, al livello nazionale, generale e generalizzato, non si riuscirà a risalire la china della sconfitta continua.. La rivolta sociale è una necessità che va rivendicata e praticata.
A tal fine è decisivo coinvolgere nelle lotte tutti i soggetti e settori che pagano in termini di perdita di reddito e di diritti la distruzione del pubblico a vantaggio del mercato: sanità, scuola, servizi, pensioni;
occorre allo stesso tempo realizzare la convergenza nelle lotte, oltre che nella campagna referendaria, dei movimenti e di tutti i soggetti organizzati che si battono contro le conseguenze devastanti delle politiche liberiste, per la difesa della scuola, della sanità pubblica e dell’ambiente, per l’autodeterminazione delle donne, contro la guerra e per la pace, contro la ripresa di un neofascismo antidemocratico e antisociale, contro le leggi liberticide.
Oggi, alla luce dei recenti convulsi summit europei seguiti alla svolta trumpiana, il contrasto alla follia guerrafondaia della Ue acquista una rilevanza centrale. L’Europa di fronte alla possibilità concreta di aprire un processo di pace sceglie insensatamente di proseguire la guerra contro la Russia aumentando in modo spropositato la spesa per le armi ricorrendo a strumenti finanziari negati per le spese sociali. Ciò produrrà enormi guadagni per le fabbriche di armi ed effetti devastanti sui ceti popolari e su tutto l’welfare, già messo gravemente in crisi da anni di tagli.
Si rende più che mai necessario costruire un movimento il più ampio possibile contro la guerra e l’economia di guerra, per la pace, contro le spese militari e per l’aumento delle spese per l’welfare da sottrarre ai vincoli del patto di stabilità, per un’Europa indipendente, fuori dalla Nato e impegnata nella ricostruzione di rapporti internazionali di cooperazione e solidarietà in un mondo in cui prevalga il multilateralismo.
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