Dissenso, vendetta di Trump contro l’accademia
Dopo l’arresto di Mahmoud Khalil, ecco il caso della professoressa iraniana Helyeh Doutaghi, rimossa da ogni incarico universitario a Yale. Trump utilizza la guerra contro i palestinesi per fare piazza pulita del dissenso
Israele non è una forza esterna degli Stati Uniti. Israele non è un paese straniero. Israele è intrinsecamente un progetto imperialistico americano nell’Asia Occidentale. L’agenda imperialista americana dipende dalla sopravvivenza dell’entità sionista. Bisogna capire la profondità dell’intreccio tra il governo americano, il regime israeliano e l’entità sionista in funzione dell’imperialismo americano per capire i livelli di repressione che stiamo affrontando. Non si tratta di me, né di Mahmoud Khalil, né di singoli casi specifici di altri individui colpiti, ma di un attacco coordinato contro la libertà di parola e di quanto il governo americano sia terrorizzato per non essere riuscito a zittire tutte le voci che da tanti anni cerca di zittire, in particolare in quest’ultimo anno e mezzo. Vogliono assicurarsi che nessuno osi sfidare la narrativa dei corporate media e delle accademie occidentali, in modo che ne possano mantenere l’egemonia e il controllo.
Sono parole pronunciate dall’accademica iraniana Helyeh Doutaghi, dal primo ottobre 2023 vicedirettrice del Law and Political Economy Project (Lpe) alla Yale Law School, nel corso di una lunga intervista concessa a Jeremy Scahill una decina di giorni dopo che il comitato direttivo di Yale l’ha sospesa da ogni attività universitaria, rimossa da ogni pagina web e interdetta dall’avvicinarsi al campus a causa di un articolo diffamatorio sostanzialmente anonimo che l’accusava di affiliazioni terroristiche.
Ai primi di marzo Jewishonliner – un oscuro sito della destra sinonista, dietro il quale non c’è alcun nome e che agisce dichiaratamente con il supporto consistente dell’Intelligenza artificiale – accusava la dottoressa di essere membro di Samidoun, un’organizzazione a difesa della Palestina inclusa l’anno scorso in una black list sanzionatoria, dopo che il Dipartimento del Tesoro l’aveva definita un falso ente di beneficenza al servizio del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, che il governo americano considera, così come l’Unione europea, un’organizzazione terroristica.
Elaborato su notizie di dominio pubblico relative all’attivismo di Doutaghi – ad esempio la sua partecipazione all’evento The International People’s Tribunal on Us Imperialism di cui è stata organizzatrice e moderatrice nel 2022 e 2023 – l’articolo è stato immediatamente preso sul serio dai dirigenti «dell’università di legge in cima alle top 10 statunitensi», che in meno di 24 ore, senza un minimo di indagine e senza concederle nemmeno un colloquio, hanno inflitto alla dottoressa non solo una giornata da incubo kafkiano, ma sanzioni che tuttora permangono.
Eppure Doutaghi non ha mai fatto mistero né delle sue posizioni politiche né del suo attivismo, inseriti sia nella biografia fornita a Yale che nella descrizione del suo corso di studi – laurea in legge e scienze politiche e dottorato conseguiti alla Carleton University (Canada) e master in legge transnazionale al King’s College di Londra. Anzi è stato proprio in virtù degli anni di ricerche, pubblicazioni e insegnamento «sulle implicazioni che le sanzioni comportano in termini di danni e violenza alle popolazioni che ne sono afflitte e su chi ne sono i beneficiari», nonché sulla loro «natura imperialista», che Doutaghi ha ottenuto l’incarico di vicedirettrice del Law and Political Economy Project alla Yale Law School, progetto con prospettive di sinistra ma aperto anche a istituti accademici non propriamente progressisti. Critico del neoliberismo, l’Lpe si autodescrive infatti «promotore di idee e proposte per democratizzare l’economia politica» e si prefigge di «costruire un futuro più giusto, uguale e sostenibile», esaminando «i modi in cui la legge modella le strutture del potere nella società».
Oltre a evidenziare l’uso sempre più inquietante e invasivo dell’AI e a sollevare interrogativi sul paradosso, o finto paradosso, della totale fiducia che la Yale Law School ripone d’emblée in una fake news anonima, il caso Doutaghi è un’ulteriore conferma della velocità con cui Trump porta avanti alcuni obiettivi del suo programma. La storia di Helieh Doutaghi è un’altra versione di quella ancor più triste di Mahmoud Khalil, lo studente laureato arrestato alla Columbia University e deportato in un centro di detenzione per immigrati della Louisiana, dove si trova tuttora e dal quale giorni fa ha rilasciato una lettera aperta.
Nel programma trumpiano rientra anche il taglio dei fondi federali alle strutture accademiche private che risultino aver dato prova di manifestazioni di «antisemitismo». Delle sessanta attualmente sotto indagine, la Columbia University è stata penalizzata finora con il decurtamento di almeno 400 milioni di dollari, mentre Yale e Harvard hanno ricevuto minacce a riguardo. Solo il futuro saprà dire quante saranno disposte «a non inginocchiarsi al volere di re Trump», ha commentato Scahill. Anche Doutaghi ha espresso le sue perplessità, soprattutto poiché «le istituzioni accademiche americane e in particolare quelle della Ivy League» –- il gruppo di otto prestigiose università private del nord-est tra cui appunto la Columbia, Harvard e Yale – sono sostanzialmente «un meccanismo nelle mani del progetto fascista che gli Usa stanno dispiegando sotto Trump. Sebbene lo fossero già anche sotto altre amministrazioni, inclusa quella di Biden, data l’assoluta uniformità di pensiero sul genocidio della nostra gente, ora le proporzioni e le politiche sono differenti», ed è quindi molto più concreto il pericolo di far scomparire con l’accusa di antisemitismo o di terrorismo chiunque si erga a favore della Palestina.
Delusa anche dai suoi collaboratori nel progetto Lpe per non aver avuto la solidarietà che si aspettava, Doutaghi non ha comunque intenzione di desistere:
Non mi metteranno a tacere e continuerò a lottare, non per me, ma perché se dovessero riuscire a farci tacere, non ci sarebbe più nessuno a difendere nessuno, inclusi i professori che ora restano in silenzio per mantenere i loro incarichi. Il loro silenzio fa male a loro stessi più di quanto gliene farebbe farsi avanti per difendere i diritti di chiunque. Io utilizzerò ogni mezzo a mia disposizione per combattere questa dittatura fascista degli Usa.
Il caso è attualmente nelle mani di un team di legali che hanno chiesto alla dottoressa di mantenere il riserbo sulle strategie di difesa, ma è particolarmente significativo un passaggio dell’intervista sulla resistenza palestinese e sul fallimento della propaganda mediatica:
C’è stata un’infinità di morte e distruzione, ma in termini del principale obiettivo, ossia la completa distruzione di Gaza e la totale pulizia etnica, hanno fallito. Il motivo per cui gli Usa attuano questo tipo di repressione verso di noi riguarda proprio la sconfitta che gli americani, i sionisti e i loro alleati hanno subito a Gaza e in Palestina. Una sconfitta che coinvolge anche la loro propaganda, come dimostrato, a dispetto dei milioni e milioni di dollari spesi nei corporate media, le proteste senza precedenti avvenute per le strade, nelle scuole e in paesi che non avevano mai visto reazioni di questo tipo. Il loro obiettivo è l’annullamento della protesta interna, in modo da avere un regime fascista unificato che possa procedere alle brutali aggressioni della nostra regione [Asia Occidentale] e in particolar modo della Palestina, senza dover affrontare sfide, minacce e opposizioni dall’interno.
Elisabetta Raimondi è stata docente di inglese nella scuola pubblica. È attiva in ambito teatrale ed artistico, redattrice della rivista Vorrei.org per la quale segue dal 2016 la Political Revolution di Bernie Sanders.
2/4/2025 https://jacobinitalia.it/










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