Ebola, gli Usa mandano i soldati e Cuba? Cuba manda i medici! Washington annuncia la nascita di un centro di comando militare in Liberia. Obama anziché decidere l’invio di finanziamenti e sostegno sanitario ai paesi colpiti dall’epidemia, aveva annunciato l’invio di 3 mila militari. Mentre Cuba, e l’Onu ha riconosciuto il ruolo e l’impegno di queste centinaia di professionisti nella lotta al virus, ha inviato medici, infermieri e altri operatori sanitari con almeno 15 anni di esperienza professionale che hanno partecipato precedentemente a situazioni d’emergenza.

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Mentre l’Organizzazione Mondiale della Sanità recita il mea culpa per gli errori e i ritardi nell’affrontare il caso ebola, c’è chi ha dato la parola ai fatti: varie organizzazioni di volontariato, Medici Senza Frontiere per primi, ad esempio. Ma anche i medici cubani.
Pochissime testate italiane ne hanno parlato, e quasi tutte meno di una settimana fa (eccetto Contropiano.org). Eppure è ufficialmente da inizio ottobre che L’Avana – accogliendo l’appello delle Nazioni Unite e dell’Oms/World Health Organization alla comunità internazionale – continua ad inviare personale sanitario e medico in soccorso delle popolazioni dell’Africa occidentale colpite dall’ebola: attualmente si contano circa 461 professionisti, rendendo Cuba uno dei primi paesi mobilitatisi per affrontare l’epidemia e il paese maggiormente presente sul campo.Medici, infermieri e operatori sanitari con almeno 15 anni di esperienza professionale che hanno “partecipato precedentemente a situazioni d’emergenza” e che hanno offerto “volontariamente la propria disponibilità” fino a sei mesi, ha fatto notare Roberto Morales Ojeda, ministro della Salute pubblica cubana. Il contingente sanitario viene inviato in Sierra Leone, Liberia e Guinea solo dopo aver ricevuto una formazione speciale nelle tecniche di contrasto al virus dell’ebola e di biosicurezza da esperti dell’Organizzazione Panamericana per la Salute e dall’Oms. Cuba è famosa in tutto il mondo per l’abilità di formare ottimi dottori e infermieri che partecipano spesso a operazioni umanitarie all’estero: ad oggi più di 50 mila dottori formati a Cuba lavorano in 66 paesi, 4 mila dei quali si trovano in 32 nazioni africane. Nel 2010 i medici cubani ebbero un ruolo fondamentale nel curare i pazienti con il colera dopo il terremoto di Haiti.

Proprio ieri l’Onu ha riconosciuto il ruolo e l’impegno di queste centinaia di professionisti nella lotta al virus che sta sempre più assumendo i contorni di una pandemia. Parlando a margine della conferenza stampa con l’agenzia cubana Prensa Latina, la direttrice generale dell’Oms Margaret Chan ha ringraziato Cuba “per essere il primo paese che raccoglie l’appello di Onu e Oms di fronte alla situazione in Africa Occidentale”. Inoltre, rivolgendosi al presidente Raúl Castro e a Fidel Castro ha affermato: “Per una nazione così piccola, la quantità di medici e infermieri che state inviando, così come la rapidità con cui avete risposto, sono davvero meravigliose. Cuba è mondialmente reputata per formare dei medici e degli infermieri eccellenti e per la generosità del suo aiuto verso altri paesi in sviluppo.” “Straordinario. Una dimostrazione di solidarietà, di fratellanza e un sostegno di prima classe”, ha aggiunto il coordinatore delle Nazioni Unite per la lotta all’ ebola David Nabarro, esortando altri paesi “a portare un aiuto simile”.

“Una terribile epidemia si propaga oggi fra i popoli fratelli dell’Africa e ci minaccia tutti. Se questa minaccia non sarà arginata in Africa occidentale potrebbe diventare una delle pandemie più gravi della storia dell’umanità”, ha dichiarato il presidente cubano Raul Castro inaugurando ieri all’Havana il Vertice straordinario dell’Alleanza bolivariana per i popoli della Nostra America-Trattato del commercio dei popoli (Alba-Tcp), riunione sollecitata da vari Paesi dell’area, alla quale hanno partecipato le autorità delle nazioni che hanno espresso la necessità di mettere in campo misure per il contenimento dell’epidemia e per combatterla in modo rapido ed efficiente. Al summit – il cui obiettivo è quello di “armonizzare i protocolli per proteggere la popolazione e prevenire la diffusione della malattia nei Paesi della regione”, ha riferito in una nota il ministro degli Esteri cubano – erano presenti i nove capi di Stato dell’Alternativa bolivariana per le Americhe (Alba), blocco creato nel 2005 dai Paesi governati dalla sinistra, che oltre a Cuba comprende Venezuela, Ecuador, Bolivia, Nicaragua e diversi piccoli Stati caraibici. Anche Haiti, Grenada e Saint-Kitts e Nevis sono stati invitati. Presente anche la direttrice generale dell’Organizzazione Panamericana della Salute Carissa Etienne, la prima ad arrivare all’Avana, che ha enunciato: “Siamo qui per parlare con i capi di Stato anche di quello che sta facendo Cuba, un paese piccolo che si pone da esempio, per affrontare ebola. Ma anche per condividere la cooperazione tecnica dell’Ops e assicurarci che i paesi siano preparati di fronte a eventuali casi di ebola”.

Fidel Castro nei giorni scorsi ha scritto nell’articolo “L’ora del dovere” pubblicato su Granma, organo ufficiale del Comitato centrale del Partito Comunista cubano: “E’ oggi imprescindibile tendere la mano solidale della nazione cubana, dell’America Latina e dei Caraibi per frenare l’epidemia. Coopereremo con piacere con il personale nordamericano in questo compito perché la pace per il mondo è un obiettivo che si può e si deve perseguire”, annunciando che Cuba non si tirerà indietro dalla collaborazione con gli Stati Uniti nella battaglia contro il virus ebola, nonostante i decenni di storica reciproca avversione delle due nazioni. “Il nostro Paese non ha tardato un minuto a dare risposta agli organismi internazionali a fronte della richiesta di appoggio per la lotta contro la brutale epidemia che si è sviluppata in Africa occidentale. Inviare personale medico nei Paesi colpiti da maxi-emergenze sanitarie è ancora più duro che inviare soldati a combattere e anche a morire per una causa politica giusta”. Gli “eroi in camice bianco” sono “l’esempio più grande di solidarietà che possa offrire l’essere umano, soprattutto quando non è mosso da alcun interesse materiale”, ha sottolineato l’ex Lider Màximo.

Questo quadro di solidarietà cozza con le esternazioni di alcune settimane fa di Barack Obama, che aveva citato l’ebola come uno dei principali nemici della sicurezza degli Stati Uniti e del mondo intero ma, anziché decidere l’invio di finanziamenti e sostegno sanitario ai paesi colpiti dall’epidemia, aveva annunciato l’invio di 3 mila militari. Persino il New York Times in un editoriale di ieri ha evidenziato come i timori dei governi e dell’opinione pubblica per il virus ebola in Occidente non hanno determinato un’adeguata risposta dalle nazioni che avrebbero di più da offrire. Mentre gli Stati Uniti e molte altre nazioni ricche sono state più che disposte a stanziare fondi e inviare soldi, solo Cuba e poche organizzazioni non governative hanno inviato quello che davvero serve: personale medico qualificato sul campo. L’articolo inoltre fa notare come sia un peccato che gli Stati Uniti, il paese che sta donando più risorse per combattere l’epidemia di ebola, non abbia nessun rapporto diplomatico con Cuba, il paese che sta fornendo la più grande delegazione medico-sanitaria. Accogliendo le parole di Fidel Castro, anche il New York Times ha auspicato che l’epidemia di ebola possa portare a un cambio di atteggiamento da parte degli Stati Uniti nei confronti di Cuba.

Quello che colpisce maggiormente è il contrasto nel modo di affrontare la situazione. Come fa notare la testata statunitense MintPressNews, gli opulenti Stati Uniti hanno risposto all’emergenza ebola – come di consueto in ogni disastro umanitario – fornendo 156 milioni di dollari e l’invio di soldati, allo scopo di espandere le proprie conquiste imperiali mascherate da aiuti umanitari. Cuba al contrario ha messo in campo un “esercito di medici”, mostrando maggiore senso pratico, assenza di secondi fini e soprattutto un diverso approccio sul tema della salute. Il libro: “Dottori rivoluzionari: come il Venezuela e Cuba stanno cambiando la concezione del mondo sull’assistenza sanitaria” (2011) di Steve Brouwer fornisce una comprensione approfondita sulle differenze tra un sistema medico basato sulla solidarietà socialista e uno basato sul profitto imperialista. Risultato della Rivoluzione cubana è stato il difficile processo di ricostruzione e ripensamento dell’assistenza sanitaria a favore della dignità umana. In estrema sintesi, la differenza tra i due sistemi può riassumersi nelle parole pronunciate da Fidel Castro nel 2010 riguardo il disastro umanitario di Haiti: “Noi inviamo dottori, non soldati!”

 Claudia Galati
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