Emergenza casa: la stretta di Salvini sulle occupazioni abitative

Il Ministero dell’Interno ha pubblicato una circolare per velocizzare gli sgomberi di occupazioni abitative e non, con l’obiettivo di eliminare, dal punto di vista legale, il problema di chi ci abita. Dopo i migranti, il nuovo nemico sono i poveri.

La circolare modifica le modalità esecutive degli sgomberi di «occupazioni arbitrarie di immobili», definite nell’art. 11 del decreto legge n.14 del 2017 sulle «Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città», convertito nella legge n. 48 del 18 aprile 2017. Si tratta di edifici occupati a scopi abitativi, non di patrimonio ERP.

Esattamente un anno fa, all’indomani del violento sgombero di via Curtatone che gettò in strada 800 rifugiati, la Circolare Minniti indicava le modalità di esecuzioni degli sgomberi in attuazione della legge n. 48. I margini per garantire un’assistenza alloggiativa alternativa erano già molto ridotti, ma previsti. La nuova circolare mira adesso a velocizzare gli sgomberi cancellando ogni possibile tutela residua dei diritti degli “ultimi”. Salta formalmente la previsione di trovare soluzioni alloggiative alternative, la direttiva è «attendere agli sgomberi con la dovuta tempestività, rinviando alla fase successiva ogni valutazione in merito alla tutela delle altre istanze».

Salvini aveva annunciato il nuovo corso contro i poveri già il 26 luglio scorso rispondendo a una interrogazione in Senato: «Quello che muoverà la mia attività di Ministro è il fatto che la proprietà privata è un diritto intangibile e su questo lavoreremo anche con alcune modifiche normative». La legalità è dunque abbastanza malleabile a seconda degli interessi da tutelare. E per Salvini bisogna garantire i «diritti dei proprietari, la sicurezza pubblica e l’ordine pubblico», come se il disagio abitativo fosse un problema di ordine pubblico. Dunque prima la proprietà, la rendita, la speculazione immobiliare. Poi le persone. Finita tutta la retorica sulle povere vittime del ponte Morandi e la malvagia concessionaria privata.

COSA (NON) E’ STATO FATTO FINORA

La Circolare Minniti indicava alcuni passaggi necessari per dare esecuzione alle disposizioni contenute nell’art. 11 considerando, ancora, «la tutela e il contemperamento di molteplici interessi»: ordine e sicurezza pubblica, i diritti dei soggetti proprietari di immobili occupati, ma anche «le condizioni degli occupanti, quando essi possano vantare dei diritti, per i quali occorre intervenire con prestazioni assistenziali, o si trovino comunque in condizioni di marginalità sociale». Insomma sgomberi si, ma con la prioritaria individuazione di soluzioni alternative. Previsione peraltro non rispettata per gli ultimi sgomberi effettuati a Roma, con la paradossale conseguenza che quanti si battono per il diritto alla casa si sono ritrovati a chiedere, semplicemente, l’applicazione della legge.

La circolare Minniti prevedeva la creazione di una Cabina di regia per la ricognizione e la mappatura dei beni immobili privati e pubblici, compresi quelli sequestrati e confiscati alle mafie, con l’obiettivo dichiarato di elaborare un «piano per l’effettivo utilizzo e riuso a fini abitativi». Della mappatura nessuna notizia. In attuazione delle Circolare Minniti, il 20 ottobre 2017 il Comitato Metropolitano di Roma (il Comune e la Prefettura) elaborava un protocollo operativo per procedere con gli sgomberi di 90 stabili occupati (64 con destinazione abitativa e 26 destinati a centri sociali o studentati) di cui 53 di proprietà di enti pubblici e 31 di privati. Tra le priorità, via Carlo Felice 69 (San Giovanni), via Cardinal Capranica 37 (Primavalle), via Tiburtina 1040 (ex fabbrica della Penicillina), via dell’Impruneta 51 (Magliana), e poi via Raffaele Costi e via Collatina 385. Un secondo protocollo operativo, pubblicato ad aprile 2017, conteneva direttive in linea con la circolare.

Propedeutico agli sgomberi, il “censimento delle criticità”. Nel corso dell’estate sono partiti i censimenti.  In via Costi e via Carlo Felice, dove abitano circa 30 nuclei familiari, molti con bambini, e alla ex Fabbrica della Penicillina sulla Tiburtina, dove tra topi, amianto e rifiuti speciali hanno trovato rifugio centinai di migranti, molti provenienti da altri insediamenti sgomberati come quelli in via Vannina. Alla ex Penicillina sono stati affissi a inizio agosto cartelli che invitano i circa 600 “occupanti abusivi” a recarsi presso il municipio per il censimento. Le associazioni che forniscono supporto medico e legale ai migranti in quel contesto stanno monitorando la situazione.

La definizione delle “fragilità” resta uno dei punti più critici e ambigui di questi provvedimenti. «La circolare parla genericamente di famiglie fragili non indicando una definizione di tali famiglie. In questo modo Comuni e Regioni saranno costrette a definire cosa è la fragilità con il risultato di avere centinaia di definizioni diverse», scrive Massimo Pasquini di Unione Inquilini. L’assistenza alloggiativa spetterebbe solo a un ristretto gruppo di persone in emergenza abitativa, perlopiù donne con figli piccoli, cui sarebbero proposte soluzioni emergenziali e temporanee come posti in centri di prima accoglienza, e l’inevitabile separazione dei nuclei familiari.

 

ELIMINARE I POVERI, LEGALMENTE

Se, come dimostrano i grafici in circolazione, in molti hanno abboccato alla favola dell’ “invasione di migranti”, funzionale a dirottare l’attenzione lontano dai problemi reali del paese, scopriremo presto che i nuovi nemici non sono solo i migranti ma i poveri in generale.

In un paese con il record assoluto di poveri nel 2017 – 5 milioni di persone – con 9 milioni di poveri relativi e dove il 30% della popolazione residente è a rischio povertà o esclusione sociale, è agghiacciante che l’indicazione del Ministro dell’Interno per coloro che non hanno una casa sia di arrangiarsi «autonomamente o attraverso il sostegno dei loro parenti».

Si scarica la povertà creata dai tagli alle politiche sociali e del lavoro sull’unica forma di welfare che ancora tiene in Italia, la famiglia. Che è anche la principale causa del perché in Italia l’ascensore sociale si è rotto. «Prima gli italiani» suona adesso decisamente come «prima gli italiani ricchi». Uno dei primi atti del governo giallo-verde è stato del resto il taglio dei fondi destinati ai progetti di riqualificazione delle periferie. Il cerchio si chiude, e con esso qualsiasi prospettiva di una via d’uscita dalla spirale di impoverimento che ha già colpito anche la classe media, con la criminalizzazione opportunistica del disagio abitativo.

Non si prospettano soluzioni alternative. Solo nel caso in cui gli sgomberati non riuscissero ad appoggiarsi sulla rete parentale «i Servizi sociali dei Comuni dovranno attivare gli specifici interventi», si legge nella Circolare Salvini. L’efficacia di “specifici interventi” l’abbiamo constatata recentemente a Roma con il fallimento del piano per la chiusura dei campi rom e dei residence, con il fallimento del Servizio di assistenza e sostegno socio alloggiativo temporaneo (Sassat), per cui la metà delle domande è stata semplicemente scartata. Per non parlare del disastro della gestione del patrimonio pubblico, su cui presto torneremo.

Come se non bastasse, nota Pasquini, la circolare non prevede alcuna forma di sostegno ai Comuni sia in materia di risorse che di mezzi: «il Ministero dell’Interno, non pago dei 140 sfratti al giorno che si eseguono in Italia con la forza pubblica, ora dispone sgomberi per decine di migliaia di famiglie occupanti immobili in disuso che rimarranno dopo comunque in disuso».

Prospettiva che di certo non preoccupa Salvini, che aveva già promesso una «costante e attenta vigilanza del territorio e degli immobili non utilizzati, al fine di impedire fenomeni di illegalità». Una dichiarazione che, a proposito di legalità, si pone in netto contrasto con l’art. 42 della Costituzione, secondo cui la proprietà privata «è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti, allo scopo di assicurarne la funzione sociale».

«Per oltre 15 anni, abbiamo segnalato che ci sarebbe stato un problema di “legalità” se non avessimo affrontato il problema – scrive Emiliano Guarnieri del SUNIA – e tutte le amministrazioni che si sono succedute hanno guardato al problema come “emergenziale”, senza (voler) capire che il problema era strutturale, normativo, che la società era cambiata e stava cambiando ancora più velocemente. Che nessuno era più in grado di dare risposte a bisogni reali».

Soluzioni e proposte, e non atti punitivi, è ciò che evidentemente non ci si può aspettare da amministrazioni che governano dando letteralmente i numeri con proclami sui social, generando esse stesse la situazione di emergenza e illegalità in cui molti sono costretti ad abitare.

Sarah Gainsforth

3/9/2018 www.dinamopress.it

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