Eric Gobetti. Una riflessione sui movimenti

Dopo la manifestazione di Torino continua la riflessione sullo stato dei movimenti e sulle possibili strategie future
Intervista a Eric Gobetti storico

a cura di Alberto Deambrogio
Versione interattiva https://www.blog-lavoroesalute.org/lavoro-e-salute-febbraio-2026/
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Alberto Deambrogio: Eric, la manifestazione del 31 gennaio a Torino è stata letta dai media mainstream quasi esclusivamente attraverso la lente dell’ordine pubblico. Tuttavia, la partecipazione suggerisce l’esistenza di un significato politico e civile molto più profondo. Guardando alla storia dei movimenti, questo appuntamento può essere considerato come snodo importante per un nuovo fronte di resistenza culturale che va oltre la difesa di uno spazio specifico per farsi critica sistemica alla guerra e alla gestione sociale del dissenso?
Eric Gobetti: E’ difficile capire se questo evento di sabato può essere considerato l’inizio di una nuova stagione di movimento, oppure la la coda della stagione del No Tav, o, ancora, la lunga coda dei centri sociali, che in qualche modo sta finendo “a schifio”, perché sta terminando con una svolta repressiva da parte del governo. Quest’ultimo potrebbe tranquillamente cancellare in toto proprio l’esperienza dei centri sociali nel giro di un paio d’anni, quindi molto dipenderà dalle decisioni che il governo prenderà nei prossimi mesi e, per altri versi, da quanto ci sarà di nuovo fermento movimentistico giovanile in grado di portare nuove idee al al dibattito politico alternativo al potere. Così fu, appunto, per il movimento No Tav o per quello No Global di Genova 2001. Quelle stagioni a me appaiono un po’ finite in realtà, indebolite. Quello che abbiamo visto in piazza a Torino, come un passaggio in ogni caso notevole, potrebbe rappresentare la fine, o l’inizio di una stagione nuova. Credo veramente di non avere la capacità di intuirlo, forse sono troppo lontano sia anagraficamente che come consuetudine di frequentazioni con quel mondo per stabilirlo.
A.D. – Il governo sembra voler ridurre ogni forma di opposizione radicale alla dicotomia “violenza dei manifestanti / necessità della repressione” per legittimare nuove norme liberticide (come il Ddl Sicurezza). In che modo il movimento può elaborare una riflessione autonoma sulla propria forza e sulle proprie pratiche, evitando di farsi “dettare l’agenda” dalla paura della repressione o, al contrario, dal farsi surdeterminare dall’immagine che i media e il potere vogliono cucirgli addosso?
E.G.: E’ molto chiara la strategia del governo, che peraltro è una strategia comune a tantissimi governi ed è anche un po’ scontata se vogliamo. Si sa che il dissenso fa scomodo a chiunque anche a un governo democratico. Il dissenso dà fastidio e si cerca in qualche modo di emarginarlo. C’è una strategia ideale: quando il dissenso si si mostra in piazza tu lo criminalizzi sostanzialmente scatenando la violenza per poi utilizzando i mass media per chiudere il cerchio della suddetta criminalizzazione. Questa è una pratica abbastanza comune e siccome è così è difficile capire come gestirla. Se si vuole a tutti i costi fare solo manifestazioni pacifiche, comunque ci si trova costretti allo scontro perché ti ci mettono a forza anche se non lo vuoi. Se invece si è disponibili allo scontro si parte già dal presupposto, consapevole o meno, che si perderà, perché lo scontro fisico con chi ha le armi ed è addestrato è sempre in perdita, quindi è puramente dimostrativo. Diciamo così: in uno scontro in cui tu te le prendi e vieni criminalizzato, vuoi dimostrare qualcosa, vuoi dire qualcosa, vuoi fare testimonianza, la tua testa rotta diventerà la testimonianza. La testimonianza di cosa? A me sembra che ci troviamo, che il movimento e il dissenso in generale, si trovino un po’ in un cul de sac, perché se sono disposti alla violenza perderanno la battaglia e comunque per la stragrande maggioranza della degli italiani risulteranno colpevoli. Se non sono disponibili alla violenza, la subiranno comunque finendo di fatto nella stessa categoria anche se non lo vogliono. Riguardo la questione degli ‘infiltrati’, rispetto alla quale un mio recente post su un social è stato forse male interpretato, devo dire che è ininfluente. Gli ‘infiltrati’, lasciando perdere le percentuali, ci sono di sicuro, ma ciò non è rilevante. La questione rilevante è appunto come la polizia gestisce l’ordine. Sinceramente non vedo molte vie d’uscita in questo contesto; unica via sarebbe una polizia democratica, che si comporta in maniera diversa da così, cosa che è ben difficile da immaginare in questo momento. Hanno loro il l poter nelle mani, dalla parte del manico. Sinceramente è difficile dare indicazioni. La strategia violenta secondo me è comunque perdente, al di là del fatto che si possa essere moralmente favorevoli o meno all’uso della violenza. Essa, infatti, è proprio perdente da un punto di vista tecnico/pratico per cui non la seguirei. Anche quella pacifica però non ha molti spiragli. Sono abbastanza pessimista da questo punto di vista non vedo molte strade da percorrere.
A.D.: In un’epoca di polarizzazione estrema, c’è il rischio che la politica istituzionale o la narrazione mediatica “fagocitino” il senso della piazza, trasformandola in un simbolo ad uso e consumo dei talk show. Da studioso abituato a decostruire i miti e le narrazioni tossiche, quale strategia consiglieresti per far sì che il dibattito interno al movimento resti sovrano, capace di produrre un linguaggio proprio che non sia solo reattivo alle provocazioni governative ma propositivo e inattaccabile dalle semplificazioni giornalistiche?
E.G.: Questa è una bella domanda. Credo che forse la maggioranza, ma sicuramente una percentuale molto significativa degli italiani e delle italiane, comprese le persone non votanti in cerca di una alternativa, siano contrari al governo (votato da una minoranza di elettori), non solo alle sue politiche, ma anche alla sua pratica di gestione dell’ordine pubblico. Il problema è che quel tipo di strategia di gestione dell’ordine pubblico e dell’ordine mediatico è astuta e funzionale; per questo molti governi la adottano. Che siano democratici o meno, perché oltre a criminalizzare i manifestanti agli occhi di una opinione pubblica che già supporta il governo, o in qualche modo è indifferente, divide anche la parte dei dissidenti. Divide quelli che dicono la violenza mai, bisogna solo alzare le mani e prendersele da quelli che, invece, dicono no, dobbiamo difenderci. Sono tutte e due posizioni a mio avviso legittime, sebbene ovviamente rappresentino una visione morale diversa. Io non penso che abbia senso criminalizzare l’una o l’altra. Sono modalità diverse di affrontare un problema che è condiviso. Il nodo è che spesso queste due parti di fronte a quel tipo di violenza e poi di narrazione si scontrano tra di loro sostanzialmente. Questa cosa manda in tilt quella percentuale di dissidenti dal governo, che se non è maggioritaria è comunque molto significativa e che, però, diventa minoritaria perché si spezza su questa questione. E’ su quello secondo me che bisogna evitare di spezzarsi. Credo cioè che sia assolutamente necessario che la sinistra moderata, e non mi riferisco al PD che non è un partito di sinistra, debba continuare a supportare le giuste rivendicazioni di chi subisce violenza dalla polizia, così come coloro che sono disposti allo scontro debbano accettare che vi è una percentuale significativa di loro sodali che non condividono quella strategia e quindi, eventualmente, concordare insieme strategie di gestione dell’ordine pubblico per esempio. Sarebbe bello unire le forze al di là della rappresentazione che viene fatta da parte di chi in quella rappresentazione non ci si vede per un motivo o per l’altro. Leggendo i commenti al un mio post su un social, mi sono reso conto proprio di questo: una parte rivendica la violenza dicendo voi ‘sinistri moderati’ non capite che ce n’è bisogno, un’altra, moderata, rifiuta l’idea di collaborare con persone che pensano che ci si possa difendere dalla polizia. Io credo invece queste due anime dovrebbero lavorare insieme, cercando una strategia comune, che a me non viene compiutamente in mente, ma può essere che si riesca a trovare in qualche modo. Quello che era stato fatto, per esempio, nel tentativo di legalizzare Askatasuna andava esattamente in questa direzione secondo me. Si era trovata una strada, quella strada è stata distrutta da un accordo più o meno esplicito tra l’amministrazione torinese e il governo nazionale, che hanno stabilito che quella realtà andava cancellata. Quell’accordo stabiliva nuovamente che bisognava dividere
la sinistra: appunto, i moderati e quelli un po’ meno moderati e che quel tentativo di alleanza tra queste anime diverse del movimento andava spezzato. E’ questo è secondo me il senso di quell’operazione, che poi è anche stata l’operazione di Milano con il Leoncavallo e di tante altre che probabilmente seguiranno. La strategia sembra abbastanza evidente con la destra che, in generale, in tutto il mondo segue un po’ la politica della ‘rana bollita’, per cui si fanno le cose per gradi. Hanno sgomberato da poche settimane Askatasuna, non sgombreranno oggi il Mattatoio a Roma o un altro posto. Aspetteranno che passino due o tre mesi, magari sei mesi e poi lo faranno e andranno avanti così fino a quando sgombereranno tutti i centri. Ogni volta ci sarà sempre più violenza, ogni volta ci sarà più repressione. Io credo che il percorso sia quello e chi dalla parte della sinistra moderata non lo vede secondo me non vuole vederlo ecco perché a me sembra abbastanza chiaro.
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