Evoluzione dei BRICS: Luci e Ombre

Elena Basile*

La Storia

Nel lontano 2001 Jim O’Neill, economista della Goldman Sachs, indicò quattro Paesi: Brasile, Russia, India e Cina con l’acronimo BRIC, sulla base di una caratteristica a essi comune: rappresentavano economie in rapida crescita ed entro il 2050, avrebbero dominato collettivamente l’economia globale. 

Le peculiarità di questi Paesi erano rappresentate dalla disponibilità di materie prime, dalla crescita accelerata del PIL e da quote in aumento di commercio mondiale. Nel 2009 le nazioni in parola decisero di fondare un gruppo di cooperazione mantenendo l’acronimo, che nel 2010 divenne BRICS con l’adesione del Sudafrica.

Le trasformazioni del capitalismo, dopo la crisi economica del 2008, avevano portato a un accrescimento della ricchezza, incentivata da deregolamentazione e iniezioni di liquidità, che si era redistribuita a vantaggio degli emergenti. La Cina cresceva in maniera straordinaria, approfittando della creazione di “capitale cloud”, (dati e piattaforme informatiche). L’apertura del commercio, le reti di trasporto, la cooperazione portuale la vedono protagonista. Nel 2013 viene lanciata l’iniziata “la via della seta” che costituisce un piano di cooperazione inclusiva, euroasiatica, in grado di presentare numerose opportunità per i partecipanti. 

La Russia intanto è allontanata dall’Europa dal colpo di Stato di piazza Maidan a Kiev. Annette in risposta la Crimea, una scelta tragica per il Cremlino, inevitabile al fine di mantenere la sovranità nazionale. La razionalità economica per la prima volta viene abbandonata per salvaguardare quella politica. La Russia, infatti, fino al 2014 era riuscita a conciliare due obiettivi fondamentali a cui il Presidente Putin si era dedicato assumendo il mandato nel 2001: l’inserimento del Paese nelle strutture internazionali economiche occidentali e la sovranità politica. Dopo il colpo di stato a piazza Maidan il Cremlino è costretto a mettere da parte gli interessi economici per poter difendere la sovranità nazionale. Non a caso, nello stesso anno Mosca e Pechino stipulano un trattato che prevede investimenti di 400 miliardi in forniture energetiche e la creazione di infrastrutture. Durante il sesto vertice di Fortaleza, in Brasile, nel luglio del 2014 il gruppo dà vita a una propria strutturazione finanziaria autonoma, creando la nuova Banca di Sviluppo, una risposta al rifiuto statunitense di concedere agli emergenti una ripartizione delle quote del Fondo Monetario Internazionale. Il gruppo comincia lentamente a trasformarsi in una organizzazione intergovernativa, con obiettivi economici e geopolitici e con vertici annuali. 

Pechino rafforza i processi di internazionalizzazione dello yuan creando, sempre sul territorio cinese, la banca asiatica. Intensifica la cooperazione con i BRICS e l’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai (SCO), avendo tuttavia cura di non sfidare apertamente gli Stati Uniti. Ricordiamo che la Cina a fine del 2022 detiene il 18,4% di PIL mondiale mentre in termini di parità di potere d’acquisto gli Stati Uniti sono fermi al 15,8%. È la prima manifattura e la prima potenza commerciale del pianeta. Possiede: il 36% di terre rare e metalli preziosi essenziali allo sviluppo tecnologico odierno; il maggiore numero di investimenti nelle tecnologie verdi e il maggior numero di domande di brevetti all’Organizzazione mondiale della proprietà intellettuale.  Per essere più precisi, nel 2021 la Cina deposita il 37% dei brevetti mondiali mentre gli Stati Uniti si fermano al 17%. Pechino è leader in 57 delle 64 tecnologie avanzate. . 

A partire dal 2022, su iniziativa della Cina, l’allargamento dei BRICS ad altri membri e partner diviene una tendenza costante. Oggi i membri sono undici includendo, oltre ai 5 Paesi originari, anche Arabia Saudita, Etiopia, Iran, Egitto, Emirati Arabi Uniti e Indonesia. 

Stati partner dei BRICS sono: Bielorussia, Bolivia, Cuba, Kazakistan, Malaysia, Nigeria, Thailandia, Uganda e Uzbekistan. Nel gennaio 2025 hanno chiesto l’adesione formale al gruppo, denominato ormai BRICS+, vari paesi di diversi continenti: in Europa Serbia e Turchia; in America Latina Colombia, El Salvador, Nicaragua, Perù e Venezuela; in Africa Algeria, Tunisia, Libia, Mali, Senegal, Sudan del Sud, Sudan, Camerun, Repubblica Centrafricana, Congo, Angola, Guinea, Ghana, Zimbabwe; in Medio Oriente: Bahrein, Yemen, Palestina, Siria, Kuwait; in Asia: Vietnam, Sri Lanka, Laos, Birmania, Pakistan, Bangladesh, Afghanistan, Azerbaigian. 

I vertici recenti

Il Vertice di Kazan nell’ottobre del 2024 è stato un evento storico che ha riunito i rappresentanti di civiltà millenarie, Egitto, Iran discendente dalla Persia, Cina, Etiopia. Allo spirito suprematista dell’uomo bianco i BRICS oppongono il dialogo interculturale in una paritaria diversità. I rappresentanti dei produttori di petrolio Arabia Saudita, Emirati, Iran, Russia, Nigeria, Algeria cooperano in uno stesso foro. I principali Paesi africani che da tempo bussano alle porte dell’ONU come Sudafrica, Nigeria, Uganda possono essere legati da un partenariato. Paesi sotto embargo statunitense come Cuba, Iran e Venezuela hanno la possibilità di affrancarsi dal ricatto di Washington grazie a una rete di alleanze. L’Indonesia, Paese islamico più popoloso al mondo con 240 milioni di abitanti, strategico per la politica di contenimento statunitense della Cina, e la Turchia, Paese membro della NATO, dimostrano di rivendicare una loro autonomia in politica estera, rifiutando l’arbitrio unipolare. 

I BRICS sembrano avere l’ambizione di divenire una realtà egemone. Essi costruiscono la loro potenza puntando sullo sviluppo economico, manifatturiero e tecnologico. Guardano con ammirazione alla Cina che è stata in grado di liberare dalla povertà 800 milioni di persone in soli 40 anni. Mirano alla interconnettività e alle reti di trasporti marittime, alle dinamiche portuali, alla cooperazione energetica. Considerano la “via della seta cinese” un progetto pieno di opportunità. Hanno creato una borsa del grano e sono in programma quelle dei prodotti petroliferi e di altri metalli. Cercano di stabilire una finanza indipendente, creando Banche proprie, un sistema di pagamenti alternativo allo SWIFT, incentivando il commercio bilaterale in monete nazionali, realizzando piattaforme digitali alternative. Escludono la moneta unica, consapevoli che sia espressione di convergenze tra le loro economie oggi ancora lontane. Non seguono, in altre parole, il cattivo esempio dell’euro. Preferiscono alla moneta privilegio di un singolo Stato, come il dollaro, un sistema più equilibrato basato sull’ancoraggio a materie prime e sulle compensazioni ideate da Keynes col modello ‘Bancor’

Il 17esimo Vertice dei BRICS si è tenuto il 6 e 7 luglio a Rio de Janeiro, sotto la presidenza brasiliana ed è stato rappresentativo della metà della popolazione mondiale che detiene il 40% del PIL globale.  Ha riunito ancora una volta gli emergenti, Paesi molto diversi tra loro per culture, potenza, organizzazione economico-sociale, affratellati dal condiviso rifiuto dell’arbitrio dell’egemone, privo ormai di potere economico e autorevolezza morale. Essi chiedono di non intralciare il cammino verso il mondo multipolare nel quale dovrà vigere il rispetto delle diversità delle civiltà e delle forme di Governo, saranno applicati i principi della Carta delle Nazioni Unite senza doppi standard, si realizzerà la riforma del multilateralismo politico e economico affinché le Istituzioni siano più eque e inclusive. 

Il comunicato del Vertice ha sottolineato l’importanza della cooperazione intergovernativa in modo da creare sinergie nel commercio, nella costruzione di reti intermodali, nel sistema di pagamenti internazionali, nella sanità al fine di debellare soprattutto le malattie derivate dalla povertà, nella transizione ecologica, ormai dimenticata dall’Europa bellicista.  Il Brasile, l’India, sono i protagonisti del Vertice da cui sono assenti Cina e Russia proprio per rafforzare il profilo più moderato della riunione. 

 Il Vertice prende posizione contro i dazi e le sanzioni unilaterali e per il ripristino della tassa del 15% ai profitti delle multinazionali USA. Viene sottolineato il ruolo della Nuova Banca di Sviluppo (NDB BRICS) – costituita con la partecipazione dei cinque Membri fondatori dei BRICS, cui si sono aggiunti Bangladesh, Egitto ed Emirati Arabi Uniti – per il finanziamento dei progetti strategici, si ripropongono le politiche multilaterali per la transizione digitale e l’IA. 

Viene espressa, piuttosto sommessamente, la condanna ai recenti attacchi all’Iran e al genocidio in corso a Gaza.  Sono richiamati i principi guida delle Nazioni Unite: la mediazione nel conflitto Israelo-Palestinese fondata sulla chimera dei due Stati e due popoli, la non proliferazione nucleare.  

Nel 2026 la presidenza dei BRICS è indiana. Il focus sarà mantenuto sulla cooperazione economica e sullo sviluppo sostenibile. Sebbene sia stata caldeggiata la presenza di Xi Jin Pin  al prossimo Vertice, forse si preferirà un profilo meno politico e una partecipazione più discreta. L’India è da tempo sotto le pressioni mafiose di Trump. La politica estera del Paese è multi-vettoriale, insegue il proprio interesse nazionale con alleanze e cooperazioni a geometria variabile. Membro dei BRICS dal 2010, rimane un alleato fidato degli USA dal punto di vista geopolitico. Rivendica tuttavia la sua indipendenza sul piano economico. Nel corso del Vertice si esaminerà la proposta indiana di connettere le monete digitali delle banche centrali dei Paesi membri per ridurre la dipendenza dal dollaro. Si manterrà il focus anche sulla realistica espansione dei partenariati con altri Paesi del Sud Globale, I BRICS +, al fine di incrementare il peso economico, (un terzo del Pil mondiale) e la rappresentanza della popolazione mondiale, (47%.)

I conflitti e il loro impatto

Se osserviamo l’evoluzione recente del Gruppo e l’influenza che la guerra in Ucraina e le guerre in Medio Oriente stanno esercitando sulla sua coesione e sviluppo entriamo in uno scenario di luci e ombre.

La guerra in Ucraina è stata un fattore basilare della nuova partnership russo- cinese che sin dal 2014, con la firma del contratto 400 miliardi di dollari per forniture energetiche e apparati di raffinazione, ha mosso i suoi primi passi, permettendo a Mosca sotto attacco occidentale, di trovare in Asia una nuova proiezione, base della resilienza contro le sanzioni. L’asse Mosca-Pechino è stato un punto di forza dei BRICS e molti dei suoi sviluppi sono dovuti alla concorde volontà dei due Paesi. Gli altri membri a partire da India, Brasile e Sud Africa hanno seguito le iniziative che man mano erano presentate, convinti della tendenza oggettiva verso il multipolarismo e l’esigenza di organizzarsi come Sud globale al fine di non dipendere dall’arbitrio di Washington. Molti di essi hanno tuttavia una politica estera molto legata a interessi occidentali e con modulazioni diverse hanno lasciato aperta una porta e si sono trincerati dietro una ambiguità costruttiva. Il tentativo di Trump di esercitare pressioni sui membri dei BRICS ha riportato notevoli successi con l’Arabia Saudita, la Turchia, l’Argentina che sono passati dall’interesse iniziale a una evidente presa di distanza, ma ha condizionato anche  il Brasile, l’India, le monarchie del golfo e altri Paesi asiatici e africani. Il partenariato strategico tra Cina e Russia si è rivelato solido. La strategia Trumpiana, piena di duplicità, mirata a captare il favore di Putin e a distaccare Mosca da Pechino, ha mostrato le sue crepe. La Russia come del resto la Cina sono in grado di intrattenere rapporti di cooperazione economica e politica con Washington nel proprio interesse, senza rinunciare agli obiettivi dei BRICS e ai nuovi equilibri mondiali a cui gradualmente si preparano.

La pazienza strategica mostrata da Putin di fronte all’escalation in corso che vede i servizi di intelligence anglo-americani e dei Paesi NATO collaborare con gli Ucraini per attacchi terroristici contro la leadership russa, persino contro Putin, e contro infrastrutture civili in territorio russo, è il risultato di una fiducia nel partenariato con la Cina. Putin non vuole cadere di nuovo nella trappola occidentale e rispondere alle provocazioni della NATO con un atto di forza che sarebbe inevitabilmente descritto non come rappresaglia di difesa ma come un “non provocato” e riuscirebbe a allineare l’Europa dietro i falchi che infaticabilmente spingono verso la guerra aperta della NATO contro la Russia, per quanto folle possa sembrare. Inoltre un tentativo di falcidiare la cupola politica ucraina o di bombardare pesantemente Kiev, data la superiorità della forza aerea russa, punirebbe un popolo fratello, mettendo a repentaglio l’ampio consenso di cui Putin gode nel Paese. È rischioso, è vero, far cadere le linee rosse, condurre la guerra con una mano legata dietro la schiena e rinunciare alla deterrenza. Mosca tuttavia scommette sulla resilienza grazie alle nuove alleanze, ha fiducia che il tempo porterà vantaggi, indebolendo il regime ucraino e i Paesi europei, i legami all’interno della NATO. Le sanzioni hanno destabilizzato l’Europa non la Russia.

Il genocidio di Gaza e l’aggressione israelo-americana aumentano il prestigio dei BRICS

 Il genocidio di Gaza, la violenza dei coloni in Cisgiordania che ha rafforzato l’apartheid, hanno giocato a vantaggio dei BRICS rendendo evidente l’arbitrio e gli abusi occidentali. Il ruolo del Sud Africa che ha adito la Corte Internazionale di Giustizia, gli interventi di Lula che ha guidato la sinistra riformista contro Israele, la presa di distanza di Mosca e Pechino da Netanyahu e i suoi crimini, nel sottolineare le complicità occidentali, hanno aumentato il prestigio internazionale dei BRICS. Il Sud globale organizzato si è appellato al Diritto internazionale contro la forza, alla Carta delle Nazioni Unite e ai suoi valori, al Multilateralismo criticando i doppi standard e la duplicità delle cosiddette democrazie liberali. La retorica pro-Palestina ha potuto accomunare i Paesi arabi sunniti all’asse della resistenza, rafforzando la coesione all’interno del gruppo.

L’aggressione israelo-americana all’Iran e le conseguenti rappresaglie di Teheran contro le monarchie del golfo hanno avuto invece un impatto distruttivo. Uno dei maggiori successi geopolitici dei BRICS sembrava essere rappresentato dalla possibilità di riunire Sunniti e Sciiti intorno a uno stesso tavolo, incentivare la cooperazione economica e politica contrastando la strategia del divide et impera portata avanti con successo da Washington da decenni, fino agli accordi di Abramo e al conseguente attacco di Hamas del 7 ottobre.

Teheran ha un obiettivo massimalista. Spingere gli Stati Uniti fuori dal Medio Oriente e minare ai petrodollari che sono stati essenziali al dominio del dollaro e alla politica di Washington nella regione dal dopoguerra in poi. La base dell’alleanza, la protezione militare statunitense dell’Arabia Saudita e delle Monarchie del golfo in cambio di investimenti dei profitti petroliferi in dollari, è stata minacciata dalla guerra e dall’evidente vulnerabilità dei regimi arabi del golfo. Se la strategia iraniana  fosse  appoggiata da Mosca e da Pechino, potrebbe essere vincente ma al rischio di un’escalation incontrollata verso il conflitto nucleare. Sembra più probabile che Putin e Xi Jin Pin moderino le ambizioni dei pasdaran spingendoli a un accordo che permetta a Trump di salvare la faccia e all’Iran di poter mantenere il controllo di Hormuz nel quadro di una convenzione internazionale che tuteli il libero commercio e il pagamento di dazi a Teheran. 

La situazione rimane fluida e la variabile impazzita di Israele, l’esigenza di guerra permanente del capitale finanziario, potrebbero mantenere Hormuz in una situazione di stallo con conseguenze catastrofiche per l’economia mondiale. La strategia israelo americana potrebbe puntare su bombardamenti a intervallo contro l’Iran, lo strangolamento economico, sull’esempio di quanto la NATO sta eseguendo contro la Russia: la lenta erosione del potere degli avversari utilizzando proxy come gli ucraini e gli europei contro la Russia. L’interrogativo è se la distruzione delle monarchie del golfo e degli impianti petroliferi sia stata messa in conto dai poteri che hanno sponsorizzato l’aggressione all’Iran.

L’impatto sui BRICS ha aspetti differenti. Da un lato le nuove tensioni tra sunniti e sciiti indeboliscono il Sud globale. L’uscita degli Emirati dall’OPEC al fine di poter raggiungere la produzione di 5 milioni di barili di petrolio superando la quota di 3,5 mln che, dati i colpi subiti durante la guerra, non era più sostenibile per Abu Dhabi, è un elemento disgregativo importante.

Dal punto di vista economico, la vulnerabilità del petrodollaro, la strategia di Teheran di accettare pagamenti delle forniture di petrolio e delle tasse di circolazione nello stretto nelle monete nazionali, ha avuto una valenza simbolica importante anche se conseguenze concrete ancora minime sulla  de-dollarizzazione. Il blocco statunitense delle navi in uscita dallo stretto di Hormuz intende colpire la Cina ma anche gli asiatici, Giappone, Vietnam, Filippine, nel tentativo di renderli dipendenti dal gas americano e di isolare Pechino. Saranno questi i Paesi protagonisti della guerra per procura contro la Cina, che a leggere i documenti di dottrina militare statunitense, gli strateghi preparano? Il modello Europa-Ucraina contro la Russia sembra essere ripetuto da Washington nei vari scacchieri internazionali. La militarizzazione del Giappone e della Germania, assorbita dall’ opinione pubblica anestetizzata, contrasta con i principi della “pax americana” stabiliti nel dopo guerra. 

Conclusione

Si potrebbe affermare, in conclusione, che dal punto di vista geo-politico i conflitti in ucraina e in MO, abbiano avuto un effetto negativo sulla coesione e la vitalità dei BRICS. Un punto di arresto di cui la Presidenza indiana nel 2026 sarà forse espressione. Eppure la cooperazione economica e commerciale, portuale e energetica, continua malgrado le pressioni di Trump e la determinazione a costruire un sistema monetario internazionale che scalzi il dollaro appare non scalfita. La decadenza dell’economia statunitense, che cresce al 2% ed è afflitta da 40.000 miliardi di debito, non è più negabile. L’arbitrio unipolare appare agli occhi del resto del mondo basato sulla forza e sulla supremazia militare. L’egemonia è finita.

Il volto selvaggio del capitalismo finanziario mostrato dalla coppia Netanyahu/ Trump, il tracollo morale della classe Epstein ha rafforzato la proiezione cinese e dei BRICS nel mondo. Cina e Russia appaiono come modelli di società in cui lo Stato, il settore pubblico, la politica al servizio di obiettivi, considerati consoni agli interessi nazionali e ai popoli, ancora esistono. Le oligarchie occidentali, dominate dai grandi fondi e dalle varie lobby della finanza, delle armi e dei sionisti cristiani, rivelano il declino dell’impero, la sua caduta economica, culturale e morale.

La negazione della realtà da parte dell’Occidente collettivo nevrotico e arroccato dietro la militarizzazione del dollaro, difeso da uno spazio mediatico impegnato nella fabbricazione di nemici e universi distopici, costituisce una politica di retroguardia, i rantoli della belva capitalista ferita. Ai movimenti su scala mondiale che aderiscono ai principi della cooperazione e  del dialogo interculturale, nell’accettazione della multipolarità e dell’uguale sovranità dei popoli, alle associazioni del dissenso da questa Europa e dalle sue guerre, alla generazione Z indignata e impotente, i BRICS appaiono ormai come il freno agostiniano all’anticristo, il Katéchon a cui appellarsi, per difendere l’umanesimo, i valori di liberta e giustizia sociale, i diritti costituzionali ancora da realizzare.


*Elena Basile entra nella carriera diplomatica nel 1985 e ne percorre tutte le tappe divenendo una delle poche donne che raggiunge i gradi apicali. Ambasciatrice di Italia in Svezia e in Belgio per otto anni consecutivi. Ha scritto 5 libri di narrativa ed è commentatrice freelance sul “Fatto Quotidiano” e su riviste di politica internazionale.

https://www.sulatesta.net/

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Sentitevi liberi di contribuire!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *