Fine vita e cure palliative
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ALLA FINE…SI MUORE
Nessuno ti ha scritto un messaggino? No? Nessun reel? Istagram, Twitter, persino Facebook, un po’ boomer, ma davvero non avevi capito che alla fine… si muore?
Lo so, lo so, dentro di Te sicuramente la morte è sempre un tema che riguarda qualcun altro/a. Oh! Poverino/a! Così giovane, così bravo/a, così gentile! Tutti santi. Da morti. Quasi tutti…
Poi ci sono quelle volontarie: i suicidi. E allora qualche domandina cominciamo a porcela, ma piccola, piccola: eccome mai, epperché, ma non sarebbe stato meglio che parlasse con qualcuno.
Poi ci sono quelle per mano altrui, per shock emotivo o semplicemente perché la vita altrui non vale più un fico secco e allora decidiamo di eliminare, strangolare, pugnalare, magari con uno stupro prima, va di moda a quanto pare in questo periodo di decadimento etico e morale.
E non parliamo delle guerre, lì la morte ha un’impennata esponenziale, persino un Genocidio come quello del popolo palestinese ci fa incazzare, disperare, ma la morte è lontana e non ne sentiamo davvero l’afrore.
Ma la morte, quella dove tu non ci sei più? Se abbiamo una vita per prepararci alla morte perché nella nostra società arriviamo tutti impreparati quando ci si avvicina alla fine? Quella morte, quella seria, quella che si vive qui su questo pianeta in cui le cose finiscono e non vedi più la persona che ami, non la puoi più toccare, incontrare per una passeggiata, per un giro in bici o una pizza, per parlare, bisticciare e poi fare la pace… intanto, di quella morte, nulla.
La morte è un fatto sociale che riflette molto spesso le caratteristiche strutturali di una società. Parlando ad esempio di disuguaglianze, essa è portatrice della cosiddetta mortalità differenziale relativa alle aspettative di vita in riferimento al ceto di appartenenza. Quest’ultima separa i poveri dai ricchi all’interno di un paese, ma può avere anche ripercussioni a livello mondiale e si estende a etnie, sessi, classi sociali ecc. La mortalità differenziale non riguarda solo le categorie professionali del passato, ad esempio nobili e operai; studi recenti hanno infatti dimostrato la correlazione tra titolo di studio e mortalità evidenziando come sia tre volte più alta tra gli analfabeti che tra i laureati. Accanto all’orientamento tipico soprattutto dell’occidente improntato a voler nascondere la morte e come se ciò bastasse, a estraniarla dalla vita, vi è un orientamento opposto che finalmente la affronta estremizzando i suoi tratti, tanto che si può parlare di “morte mediatizzata” .
Il concetto di morte si è evoluto nel corso del tempo tanto che si può parlare di vere e proprie fasi che hanno influenzato pratiche e riti, nonché il modo di rapportarsi e guardare alla morte stessa come esperienza individuale e collettiva. Le tendenze moderne avevano già spinto Edgar Morin a parlare di società amortale poiché se da un lato le scoperte scientifiche e le innovazioni hanno permesso e tendono ad allungare la vita, migliorarne la qualità e curare malattie un tempo inguaribili, dall’altro la morte è diventata una sorta di tabù.
L’uomo cioè pare aver sviluppato un culto della vita in virtù del quale, non dovendosi preoccupare o non pensando al suo cessare, si illude che tale finitezza non lo riguardi. Questa illusione è perseguita anche dal linguaggio e da espressioni comuni nelle quali è ricorrente l’utilizzo di metafore pur di non nominarla, la morte. Dalla comunicazione giornalistica (nessuno muore mai di cancro, ma sempre dopo lunga malattia, ai tecnicismi del gergo medico – ospedaliero, fino alla ipocrita delicatezza del linguaggio quotidiano (nessuno è mai morto: al massimo, è “mancato”, quasi si fosse perso) e al linguaggio pudico della pubblicità delle agenzie di pompe funebri (per le quali la morte è diventata un “transito”, i parenti “i dolenti”, ecc.
E’ la società stessa che attraverso questi meccanismi di rimozione si crogiola dietro l’idea di immortalità quando invece il senso del corpo sociale è nella morte. Un altro espediente riguarda la creazione di istituzioni specializzate: si muore infatti sempre meno in casa e si passa direttamente dall’ospedale al cimitero. Questa morte ospedalizzata diventa spesso una morte spersonalizzata perché in una società sempre più giovanilistica (il che è un paradosso, visto che l’Italia è il secondo paese più vecchio al mondo, dopo la Cina) la morte diventa un fatto privato, di cui ci si vergogna; un fatto estraneo che non riusciamo a riconoscere come evento naturale, tanto che una delle domande ricorrenti è: “com’è morta?” rifiutando l’idea per la quale una persona cessa di vivere semplicemente perché è giunta la sua ora. Occorre quindi riprendersi la morte, parlarne, riportarla nelle nostre case, tra le persone care. In altre parole ridarle dignità e soprattutto vita.
Ma non Vita a tutti i costi. Quindi, come affrontano la morte i reparti di medicina generale? Sono ancora costretti a tentare inutilmente di “guarire dalla morte”? Si può oggi serenamente parlare del proprio libero arbitrio nel portare a termine la propria vita?
Secondo una rilevazione dell’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (AGENAS) del 2022, gli hospice in Italia sono 307, per un totale di 42.572 persone ricoverate nel corso dell’anno e 2.777 posti letto. Garantire un adeguato livello di cure e assistenza a tutti i malati inguaribili è un diritto sancito dalla legge italiana, che trova compimento nelle reti locali di cure palliative, di cui gli hospice rappresentano uno dei nodi fondamentali.
L’hospice è una struttura residenziale, alternativa o complementare al domicilio del paziente, in cui vengono garantite prestazioni assistenziali di cure palliative rivolte a tutti i malati affetti da malattie inguaribili, in fase avanzata ed evolutiva. Nello specifico le cure palliative in hospice sono un servizio previsto dai LEA (livelli essenziali di assistenza) che garantiscono il complesso integrato di accertamenti diagnostici, prestazioni mediche specialistiche, infermieristiche, riabilitative, psicologiche, assistenza farmaceutica, somministrazione di preparati di nutrizione artificiale, prestazioni sociali, tutelari e alberghiere e sostegno spirituale (Ministero della salute).
Nelle ultime 48 ore di vita gli arti diventano freddi talvolta bluastri o chiazzati. Il respiro può farsi irregolare. Nelle ultime ore, possono subentrare uno stato confusionale e sonnolenza. Le secrezioni faringee o l’inefficienza dei muscoli della gola provocano un respiro rumoroso, definito anche rantolo della morte. E si aspetta.
Nella maggior parte dei casi chi muore non è più da tempo, ma solitamente intorno a lui girano in tondo figure sanitarie e “accompagnatori”. I più fortunati hanno qualche parente, un affetto. Altri muoiono soli. Si muore soli.
E chi a quell’estremo momento non vuole arrivarci così? Chi vuole decidere come, quando e in che modo andare via? Possiamo davvero condannare senza clemenza alcuna, spinti da un giudizio di peloso accanimento? Perché non posso decidere di me e della mia morte? Io contribuisco e partecipo alla Collettività, ma non sono né dello Stato e (nel mio caso) neppure di Dio. E pretendo di esercitare libero arbitrio sulla mia persona e sulle scelte che opero. Come essere adulto, pretendo di amministrare la mia libertà, con scelte personali senza condizionamenti religiosi, ideologici o altro. E questo vale ad esempio per l’aborto, e soprattutto con il fine vita.
In Italia l’eutanasia o morte assistita è illegale, considerata un omicidio del consenziente (art. 579 del codice penale), la Corte Costituzionale con la sentenza 242/2019 ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 579 del codice penale nella quale puniva l’aiuto al suicidio in determinate circostanze, aprendo quindi la strada al suicidio assistito. Il suicidio medicalmente assistito è consentito in specifiche circostanze, a seguito della sentenza 242/2019 della Corte costituzionale. Questo significa che un medico può aiutare un paziente a morire ma solo se il paziente è affetto da una patologia irreversibile che provoca sofferenze intollerabili, se è capace di intendere e volere e se ha espresso in modo libero e consapevole la sua volontà di porre fine alla sua vita.
Mentre scrivo il governo ha impugnato la legge regionale Toscana sul fine vita. Legge che rappresenta un atto di responsabilità istituzionale e di rispetto verso le persone che affrontano sofferenze insopportabili. E’ paradossale che invece di lavorare su una legge nazionale attesa da anni, il governo cerchi di ostacolare chi si è impegnato per attuare quanto stabilito dalla Corte. Dobbiamo il nostro sostegno e dobbiamo difendere con determinazione quanto operato dalla regione toscana, per evitare un pessimo passo indietro in tema di diritti umani.
Possiamo sperare che l’emigrazione in Svizzera (anche questa classista, poiché l’appartenere a una classe sociale agiata anche per morire fa la differenza…) possa nel tempo ridursi grazie agli interventi dell’Associazione Luca Coscioni: “ Il diritto a scegliere si fa strada nonostante le resistenze ideologiche. Troppa attesa per una persona malata, occorre intervenire sulle leggi regionali, per evitare illegittimi dinieghi come nel Lazio a Sibilla Barbieri“.
Quindi, come richiama “A Livella”, i nostri cadaveri saranno tutti uguali quando saremo morti, MA possiamo lottare affinché tutti siano meno soli/e, sfruttati/e, denigrati/e, violentati/e, da vivi?
Manrica Buri
Collaboratrice redazionale di Lavoro e Salute
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