Francia, la rivolta studentesca incontra i Gilet Jaunes. Il governo aumenta la repressione
Il 17 ottobre mobilitazioni in tutta la Francia contro carovita, disuguaglianze e crisi della scuola pubblica. Vietati alcuni cortei a Parigi, torna l’uso delle granate assordanti.
La rivolta degli studenti francesi prova a superare i confini delle scuole e delle università per incontrare la protesta sociale contro il carovita, l’impoverimento e il deterioramento delle condizioni di vita delle classi popolari. Dopo settimane di blocchi degli istituti, manifestazioni e scontri con la polizia, sabato 17 ottobre potrebbe segnare un passaggio importante nella mobilitazione che attraversa la Francia dalla fine di settembre. Alla giornata di protesta promossa attraverso un appello al ritorno dei Gilet Jaunes hanno aderito organizzazioni studentesche, sindacati, collettivi ambientalisti, lavoratori dei trasporti e realtà del mondo agricolo. Non si tratta ancora di un movimento unitario, né è possibile prevedere quale sarà la partecipazione effettiva, ma il tentativo di costruire una convergenza tra rivendicazioni differenti rappresenta già un elemento politico significativo. E la risposta del governo, tra divieti preventivi, mobilitazione dell’apparato di sicurezza e autorizzazione all’impiego di armi antisommossa, mostra quanto questa prospettiva preoccupi le autorità francesi.
La giornata del 17 ottobre nasce inizialmente da un appello diffuso sui social network, soprattutto attraverso TikTok, contro l’aumento del prezzo dei carburanti. Una mobilitazione che richiama esplicitamente l’esperienza dei Gilet Jaunes, il movimento esploso nel novembre 2018 proprio a partire dalla contestazione delle politiche fiscali sui carburanti, per poi trasformarsi in una rivolta più ampia contro le disuguaglianze, la perdita di potere d’acquisto e la distanza tra istituzioni e classi popolari. Nelle ultime settimane, tuttavia, l’appello ha progressivamente cambiato dimensione. L’ingresso degli studenti e delle organizzazioni giovanili ha allargato il terreno della protesta, collegando la crisi dell’istruzione pubblica alle difficoltà economiche che attraversano una parte crescente della società francese. Il risultato è una mobilitazione ancora poco strutturata, ma capace di coinvolgere soggetti che normalmente agiscono in ambiti differenti.
Secondo l’inchiesta pubblicata il 16 ottobre da Pierre Jequier-Zalc su Mediapart, una mappa partecipativa circolata in rete raccoglie quasi 1.500 iniziative previste per la giornata, anche se non è possibile verificare quante si svolgeranno effettivamente. Il ministero dell’Interno ha parlato di circa 500 azioni ipotizzate sul territorio nazionale, mentre il monitoraggio dei social network ha registrato circa 460.000 messaggi relativi al 17 ottobre dalla fine di settembre. Numeri che non possono essere trasformati automaticamente in una previsione della partecipazione, ma che restituiscono l’ampiezza dell’attenzione suscitata dalla mobilitazione. L’elemento più interessante non è tanto la quantità degli appuntamenti annunciati, quanto il fatto che la protesta stia prendendo forma al di fuori dei tradizionali meccanismi di convocazione sindacale e partitica, attraverso reti territoriali, assemblee, collettivi studenteschi e iniziative diffuse.
Il movimento dei liceali costituisce oggi una delle componenti più dinamiche di questa possibile convergenza. Le proteste contro le condizioni dell’istruzione pubblica hanno coinvolto soprattutto le scuole dei quartieri popolari, dove carenza di insegnanti, classi sovraffollate, edifici deteriorati e insufficienza dei servizi di sostegno rendono particolarmente evidenti le disuguaglianze del sistema educativo. Gli studenti denunciano una scuola che continua a proclamare l’uguaglianza delle opportunità mentre riproduce differenze sociali sempre più profonde. La contestazione investe anche i meccanismi di selezione scolastica e universitaria, la precarizzazione del personale e la progressiva subordinazione dell’istruzione a criteri di efficienza e competizione. Non si chiede soltanto un miglioramento delle strutture scolastiche, ma si mette in discussione un modello che scarica sugli individui la responsabilità di disuguaglianze prodotte dalle condizioni economiche e sociali.
Il 13 ottobre, secondo le diverse stime riportate da Mediapart, tra 160.000 e 480.000 studenti e liceali sono scesi in piazza in tutta la Francia. Durante quella giornata le organizzazioni giovanili hanno lanciato l’appello a partecipare massicciamente alla mobilitazione del 17 ottobre. Anche venerdì 16 sono proseguite le iniziative studentesche, confermando la continuità di una protesta che il governo non è riuscito a contenere attraverso le prime misure repressive. Il passaggio verso una giornata comune con i Gilet Jaunes può consentire al movimento di collegare le proprie rivendicazioni a quelle delle famiglie e dei lavoratori che subiscono gli effetti dell’aumento dei prezzi, della stagnazione dei salari e del ridimensionamento dei servizi pubblici. La crisi della scuola non è infatti separata dall’impoverimento delle classi popolari: ne rappresenta una delle manifestazioni più evidenti, perché incide direttamente sulle possibilità di emancipazione delle nuove generazioni.
Alle mobilitazioni hanno annunciato la propria partecipazione, oltre alle organizzazioni studentesche e agli ex Gilet Jaunes, la Confédération paysanne, il sindacato Solidaires, organizzazioni dei conducenti VTC e alcune realtà protagoniste delle manifestazioni per il clima del 26 settembre. Anche la CGT ha comunicato che parteciperà dove esisteranno le condizioni per farlo. Questa pluralità di adesioni mostra la possibilità di un allargamento del conflitto, ma anche le difficoltà di costruire un terreno comune tra soggetti con pratiche e obiettivi differenti. Le rivendicazioni contro il caro carburanti, quelle per una scuola pubblica adeguatamente finanziata, le proteste dei lavoratori precari e le mobilitazioni ambientaliste non coincidono automaticamente. La loro eventuale convergenza dipenderà dalla capacità di individuare nelle politiche economiche e sociali del governo un terreno comune di opposizione.
Il timore delle autorità riguarda proprio questa possibilità. Venerdì 16 ottobre, alla vigilia della manifestazione, il prefetto di polizia di Parigi Patrice Faure ha convocato un improvviso incontro con la stampa per spiegare il rifiuto dei percorsi proposti dalle organizzazioni giovanili. Inizialmente i manifestanti avevano chiesto di raggiungere Place de la Concorde, nelle vicinanze dei luoghi del potere politico. Dopo il divieto, era stata avanzata un’alternativa che prevedeva l’arrivo del corteo a Place de la Bourse, anch’essa respinta dalla prefettura. Faure ha giustificato le decisioni richiamando il rischio di violenze e la necessità di garantire il normale svolgimento delle attività cittadine. Una motivazione che ripropone una contrapposizione ormai ricorrente nella gestione dell’ordine pubblico: da una parte la continuità delle attività economiche e della circolazione urbana, dall’altra l’esercizio del diritto di manifestare, rappresentato come una possibile minaccia alla normalità.
Le restrizioni si sono successivamente estese con provvedimenti che vietano le manifestazioni nei pressi dell’Eliseo e a Place de la Bastille. Dopo lunghe trattative, la prefettura ha concordato con la CGT parigina un percorso tra Place de la République e Place de Clichy, al quale dovrebbero partecipare anche l’Union étudiante e l’Union syndicale lycéenne. Altre organizzazioni, tra cui il coordinamento Interfac dell’Île-de-France, hanno mantenuto indicazioni differenti. Le divergenze riguardano non soltanto gli itinerari, ma il significato stesso della mobilitazione: una parte delle organizzazioni privilegia la costruzione di cortei riconosciuti e organizzati, mentre altri settori insistono sulla necessità di manifestare nei pressi dei luoghi del potere. La gestione prefettizia degli spazi di protesta interviene direttamente su queste differenze, contribuendo a determinare quali forme di mobilitazione possano svolgersi e quali vengano sottoposte a divieti preventivi.
Il governo ha inoltre predisposto un dispositivo straordinario di controllo. Il primo ministro Sébastien Lecornu ha convocato una cellula interministeriale di crisi per seguire l’evoluzione della giornata. Il ministro dell’Interno Laurent Nuñez ha annunciato il ripristino dell’autorizzazione all’uso delle granate assordanti, sostenendo che poliziotti e gendarmi debbano poter disporre dell’intero arsenale di armi intermedie previsto per le operazioni di ordine pubblico. Una decisione particolarmente grave alla luce di quanto già accaduto nelle settimane precedenti. Dall’inizio della mobilitazione studentesca, secondo il bilancio riportato da Mediapart, quattro liceali hanno subito mutilazioni durante gli interventi di polizia. Il ricorso a strumenti capaci di provocare lesioni permanenti nei confronti di manifestanti, molti dei quali minorenni, non può essere considerato un elemento secondario nella valutazione della risposta delle autorità.
La scelta del governo appare ancora più significativa se confrontata con le dichiarazioni dello stesso Lecornu. Il 15 ottobre il primo ministro ha sostenuto che la protesta non assomiglierebbe più a un movimento liceale, ma a un fenomeno di violenza urbana la cui intensità sarebbe aumentata negli ultimi giorni. È un passaggio politico preciso: le rivendicazioni studentesche vengono progressivamente oscurate dalla rappresentazione della mobilitazione come problema di ordine pubblico. La categoria della violenza urbana consente di spostare l’attenzione dalle condizioni materiali che hanno prodotto la protesta ai comportamenti dei manifestanti, preparando il terreno per un ulteriore irrigidimento della risposta poliziesca. Il meccanismo è già emerso nelle precedenti settimane, quando gli studenti sono stati descritti come irresponsabili, manipolati o pericolosi, mentre le denunce di violenze commesse dagli agenti e le gravi lesioni riportate da alcuni adolescenti hanno faticato a trovare un’attenzione equivalente.
La storia dei Gilet Jaunes rende particolarmente inquietante questa prospettiva. Tra il 2018 e il 2019 il movimento fu sottoposto a una repressione durissima, con un numero elevato di feriti, mutilazioni, arresti e procedimenti giudiziari. Le manifestazioni contro l’impoverimento e la disuguaglianza furono affrontate attraverso una militarizzazione dell’ordine pubblico che segnò profondamente il rapporto tra una parte della società francese e le istituzioni. Oggi, mentre una nuova generazione di studenti entra in conflitto con il governo, il richiamo a quell’esperienza non riguarda soltanto le forme della mobilitazione, ma anche la memoria delle violenze poliziesche. L’autorizzazione all’impiego delle granate assordanti, dopo le mutilazioni già denunciate nelle proteste scolastiche, mostra quanto la gestione repressiva del conflitto continui a occupare un posto centrale nelle scelte dell’esecutivo.
La giornata del 17 ottobre presenta tuttavia caratteristiche differenti rispetto alla nascita del movimento del 2018. Allora la mobilitazione si sviluppò soprattutto nei territori periferici, nelle città di provincia, nelle aree rurali e nei luoghi attraversati quotidianamente da lavoratori e famiglie dipendenti dall’automobile. Le occupazioni delle rotonde e i blocchi stradali permisero a settori sociali spesso lontani dalle organizzazioni tradizionali di rendere visibile la propria condizione. Oggi una parte importante della protesta nasce invece nelle scuole e nelle università, con una presenza significativa dei giovani dei quartieri popolari. Proprio per questo sarà importante verificare se le iniziative del 17 ottobre riusciranno a estendersi oltre i grandi centri urbani e le città universitarie. È in questa dimensione territoriale che si misurerà la possibilità di un incontro effettivo tra la rivolta studentesca e le altre componenti del malessere sociale.
La convergenza, del resto, non è un risultato che si produce semplicemente sommando sigle e appuntamenti. Richiede un riconoscimento reciproco delle condizioni materiali che alimentano le diverse proteste. La carenza di insegnanti nei licei delle periferie, l’aumento del costo dei carburanti, la precarietà del lavoro, l’impoverimento delle famiglie e il progressivo deterioramento dei servizi pubblici appartengono a una stessa trasformazione dei rapporti sociali, nella quale il costo della crisi viene trasferito sui settori popolari mentre si restringono gli strumenti collettivi di protezione. Gli studenti che contestano una scuola sempre più selettiva e i lavoratori che denunciano l’impossibilità di arrivare alla fine del mese non esprimono rivendicazioni identiche, ma subiscono conseguenze differenti di politiche che hanno contribuito ad ampliare le disuguaglianze. È su questo terreno che può costruirsi una mobilitazione capace di andare oltre le singole vertenze.
Il governo sembra invece orientato a impedire che questo incontro assuma una dimensione politica stabile. I divieti di manifestazione, le limitazioni dei percorsi, la mobilitazione preventiva degli apparati di sicurezza e la rappresentazione delle proteste come violenze urbane concorrono a restringere lo spazio del conflitto. Non si tratta soltanto di controllare eventuali incidenti, ma di stabilire preventivamente quali forme di opposizione siano ammissibili e quali debbano essere contenute. La piazza viene trattata come un luogo da amministrare attraverso autorizzazioni, interdizioni e dispositivi polizieschi, mentre le ragioni sociali della protesta vengono progressivamente subordinate alla questione della sicurezza.
Il 17 ottobre non può ancora essere descritto come l’inizio di un nuovo movimento generale, né sarebbe corretto attribuire alla giornata risultati che devono ancora essere verificati. Ma la possibilità che studenti, lavoratori, Gilet Jaunes e organizzazioni sociali si ritrovino nelle stesse piazze rappresenta già una novità significativa. Dopo settimane di mobilitazioni contro il deterioramento della scuola pubblica, la protesta giovanile prova a collegare la propria esperienza a quella delle classi popolari colpite dall’aumento dei prezzi e dalla precarizzazione delle condizioni di vita. La risposta del governo, ancora prima che la giornata abbia avuto inizio, è stata quella di rafforzare i divieti e gli strumenti repressivi. La questione politica che si apre è dunque chiara: se questa convergenza riuscirà a svilupparsi, la rivolta non riguarderà più soltanto le condizioni dell’istruzione, ma il modello sociale che le produce. E la repressione non potrà cancellare le ragioni materiali che hanno riportato una parte crescente della società francese nelle strade.
17/10/2026 https://www.osservatoriorepressione.info/










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