Fuori dai riflettori, a Ceuta continuano le violenze

Deportazioni illegali, trattamenti inumani e degradanti, aggressioni e strategia dello “sfinimento”

Dopo l’attenzione mediatica esplosa tra la fine di luglio e agosto, Ceuta è progressivamente scomparsa dalle cronache. Ma mentre i riflettori si spengono, la situazione sul terreno continua a essere segnata da violenze, sgomberi e respingimenti.

Gli aggiornamenti raccolti da No Name Kitchen, che monitora la situazione sul campo, e le testimonianze documentate da Amnesty International 1 restituiscono il quadro di una gestione fondata sulla repressione, sull’abbandono e su una pressione continua sulle persone in movimento.

“Occhi su Ceuta”: la situazione è disumana

Delle oltre 80 mila persone entrate a Ceuta dal confine con il Marocco alla fine di luglio 2026, al centro dell’attenzione di media e giornali per tutto il mese successivo, ora rimane ben poco nelle cronache.

La notizia, che aveva attirato una forte attenzione mediatica ed era stata utilizzata per alimentare narrazioni propagandistiche e razziste, prima fra tutte quella dell’«invasione», è progressivamente scomparsa dal dibattito pubblico. 

Mentre è facile fare notizia quando si tratta di puntare il dito contro un presunto nemico costruito attraverso retoriche populiste, più difficile è continuare a raccontare ciò che accade quando emerge una realtà in cui sono le istituzioni a esercitare violenza. Le loro responsabilità vengono taciute, così come tutto ciò che ne consegue.

Oggi, a quasi due mesi dagli ingressi, si parla poco di ciò che accade sulle coste di Ceuta, così come poco spazio è stato dato ai numeri delle vittime del confine: almeno 142 persone sono morte tra Ceuta e Melilla, annegate nel tentativo di raggiungere la costa. 

Nel frattempo, migliaia di persone continuano a lottare per la propria sopravvivenza dentro una città che si è progressivamente militarizzata contro di loro. Ma anche se l’attenzione si spegne, a Ceuta la situazione non si è «risolta». Al contrario, nell’ombra calata sulla vicenda, la gestione continua a essere segnata da militarizzazione, violenza e repressione.

Attualmente, il numero di persone in movimento che vivono in condizioni estremamente precarie a Ceuta rimane elevatissimo. Tra loro c’è una presenza significativa di minori stranieri non accompagnati: sono 2.383 quelli identificati, secondo il capo del Comando unico di Ceuta. 

Tra 500 e 700 di loro vivono ancora oggi in strada, senza alcuna forma di tutela, nel contesto di una disputa politica che ostacola l’accoglienza, la presa in carico e la nomina di rappresentanti legali, nonostante si tratti di diritti sanciti dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza del 1989. 

Molti minori hanno raccontato di essersi rivolti quasi quotidianamente alla polizia per chiedere protezione, venendo tuttavia respinti, in violazione degli obblighi internazionali di tutela. Anche nei centri per minori, tuttavia, emergono testimonianze di violenze che spingono alcuni ragazzi a fuggire e a tornare a vivere in strada.

Si crea così un paradosso: ciò che dovrebbe tutelare diventa esso stesso un deterrente, rendendo evidente una forma di de-protezione che si riproduce all’interno del sistema.

Sono inoltre circa 800 le donne, alcune con figli minori, che vivono in strada in una grave situazione di assenza di protezione. A fronte delle carenze del sistema di accoglienza sono sorti accampamenti informali: circa 20 famiglie monoparentali, composte da donne e figli, sono alloggiate in una tenda nei pressi della moschea Sidi Embarek per evitare di dormire completamente all’aperto, ma in condizioni tutt’altro che dignitose. 

È degli ultimi giorni la notizia dell’apertura imminente di un nuovo campo rivolto alle donne, che rende evidente la lentezza della risposta statale e le carenze della gestione. In alcuni casi, infatti, donne e bambini sono stati inseriti anche in strutture rivolte agli uomini, senza adeguati accorgimenti per la loro protezione, come è avvenuto solo qualche settimana fa al CETI (Centro di accoglienza temporanea).

Poi ci sono ragazzi giovanissimi, molti dei quali neo maggiorenni, uomini, padri e anziani, dispersi per la città, negli accampamenti sulle spiagge, tra i vicoli e nella foresta. Qui cercano rifugio per sottrarsi alle violenze sempre più diffuse perpetrate dalle forze armate, da gruppi di estrema destra e, in alcuni casi, anche da cittadini di Ceuta. 

Con l’arrivo del freddo e delle piogge, le condizioni diventano ancora più difficili e aumentano le persone che necessitano di beni di prima necessità. Negli ultimi giorni, molte persone sono rimaste per giorni completamente bagnate, senza vestiti asciutti né un luogo in cui ripararsi.

Per loro non c’è cibo, non c’è acqua, non c’è accoglienza, non c’è la possibilità di prendersi cura della propria igiene personale, né un luogo in cui dormire senza il timore di ritrovarsi immersi in una pozzanghera o di essere svegliati a manganellate. Non ci sono diritti rispettati, ma solo un clima costante di violenza e minaccia:

«O torni in Marocco, come vogliono loro, oppure resisti e vivi questo incubo ogni giorno, sperando che prima ci facciano chiedere asilo». Testimonianza

9/10/2026 https://www.meltingpot.org/

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