Gaza sotto assedio umano e climatico

Gaza, ormai oltre ogni definizione di “guerra”, è un teatro di crisi umanitaria permanente

Giacomo Cioni

Gaza non dà tregua. Anche quando la guerra sembra attenuarsi sulla carta, sulle strade, nelle tendopoli, nei campi di sfollati e nei quartieri devastati, la violenza continua a consumare vite con crudele lentezza. Qui, i bombardamenti proseguono tra interruzioni di tregue, e ogni giorno porta nuove vittime: civili, bambini, operatori umanitari. Ma ci sono anche morti silenziose, uccise non da un’esplosione ma dall’inverno rigido, dal freddo che penetra le tende improvvisate, dalla mancanza di rifugio e assistenza.

Gaza, ormai oltre ogni definizione di “guerra”, è un teatro di crisi umanitaria permanente.

Cronaca di una tregua fragile e violenze persistenti

Le ultime giornate hanno visto una nuova ondata di violenza nonostante il cessate il fuoco entrato in vigore lo scorso ottobre. Secondo autorità sanitarie locali, 24 palestinesi sono stati uccisi da bombardamenti israeliani il 4 febbraio, inclusi sette bambini e un medico mentre soccorreva i feriti. L’offensiva ha colpito Gaza City e Khan Younis, e ha messo ulteriormente sotto pressione una tregua già instabile.

La temporanea riapertura del valico di Rafah con l’Egitto, prevista come parte della tregua sostenuta dagli Stati Uniti, si è rivelata un passo insufficiente. Solo un numero molto ridotto di pazienti è stato autorizzato a uscire per cure mediche, mentre la maggior parte delle evacuazioni è stata ritardata o bloccata per mancanza di coordinamento con l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Fonti internazionali riportano che centinaia di malati, tra cui migliaia di bambini, attendono ancora l’uscita per cure esterne, molti dei quali in condizioni critiche.

Questo quadro di violenze intermittenti e accessi umanitari controllati riflette la fragilità di un cessate il fuoco che non ha fermato la morte, né ha garantito sicurezza o stabilità.

L’inverno che uccide: morti per freddo e sofferenze invisibili

Accanto alle vittime dirette della guerra, Gaza sta subendo un’altra forma di tragedia: morti causate dall’esposizione al freddo e dall’inadeguatezza dei rifugi. Secondo l’UNICEF, durante l’attuale stagione invernale almeno sette bambini sono morti per ipotermia nella Striscia, inclusi neonati di pochi mesi, in un contesto di piogge intense, venti forti e tende inadeguate che non offrono protezione dal freddo. Le temperature notturne possono scendere fino a 8-11°C, condizioni letali per chi vive senza riscaldamento, acqua calda o ripari solidi.

Altre fonti indicano che, nei primi mesi dell’inverno, il numero di morti per freddo tra gli sfollati – adulti e bambini – potrebbe essere superiore a una dozzina, con almeno nove decessi attribuiti all’ipotermia, inclusa una bimba di tre mesi trovata congelata nella propria casa.

Questi numeri, pur difficili da verificare in un contesto di guerra e scarsità di dati indipendenti, descrivono una realtà drammatica: bambini e neonati che muoiono non sotto le bombe ma per il gelo, per la mancanza di tetti degni, per l’assenza di carburante e di materiali essenziali. Ciò evidenzia come la guerra si trasformi in una catena di sofferenze interconnesse, dove l’inverno diventa un’arma non dichiarata e non meno letale.

Bande armate e frammentazione del controllo

Un altro elemento che si sta imponendo nella dinamica interna di Gaza è la presenza crescente di bande armate locali e milizie che sfidano l’autorità centrale di Hamas. In alcune zone della Striscia la tradizionale struttura di comando è indebolita, sostituita da gruppi armati che controllano territori, risorse e percorsi logistici. Questa frammentazione aumenta l’insicurezza e complica ulteriormente le operazioni umanitarie, generando zone di controllo “a macchia di leopardo” dove la legge statale è debole o inesistente. Sebbene non siano sempre riconosciuti ufficialmente da fonti istituzionali, rapporti e analisi internazionali segnalano come la dinamica di potere stia cambiando, con impatti gravi sulla protezione dei civili e sulla gestione degli aiuti.

Rafah tra speranza e ostacoli politici

Il valico di Rafah rimane un nodo cruciale, lo è stato storicamente, lo è ancora di più oggi in quanto unico passaggio in ingresso per aiuti e di uscita per i feriti. La sua parziale riapertura è stata salutata come un segnale positivo, ma l’esperienza dimostra che l’accesso – sia per persone malate sia per materiali umanitari – resta gravato da restrizioni, controlli stringenti e ritardi burocratici. Le organizzazioni internazionali ribadiscono che, senza un accesso regolare e non politicizzato, la capacità di affrontare le crisi mediche, climatiche e logistiche rimane profondamente limitata.
Un dato simbolico evidenzia la gravità della situazione: circa 900 persone che necessitano di evacuazione medica sono morte mentre aspettavano di poter attraversare Rafah, secondo stime dell’OMS.

Umanitario sotto assedio

L’Unione Europea ha ribadito il suo sostegno all’UNRWA, definendo il suo ruolo “essenziale” per l’assistenza sanitaria e educativa ai palestinesi. Tuttavia, il sostegno politico e finanziario non si traduce automaticamente in salvezza sul terreno, dove la consegna di aiuti si scontra con barriere logistiche e restrizioni.

Le organizzazioni umanitarie denunciano la mancanza di carburante, generatori, materiali riscaldanti e abitazioni temporanee, tutte componenti chiave per affrontare l’inverno. Senza queste risorse, centinaia di migliaia di persone restano esposte al freddo, alle piogge e alle condizioni insalubri che favoriscono malattie respiratorie e rischi letali per bambini e anziani.

Riflettere sulla crisi umana

Gaza oggi non è solo un conflitto armato. È un mosaico di sofferenze interconnesse — guerre, patimenti climatici, carenze umanitarie, sfollamenti continui e fragilità politiche interne. Le vicende di Rafah, le morti per freddo, la perdita di operatori sanitari, il moltiplicarsi di micro-conflitti dentro la Striscia, e l’incapacità del mondo di fornire aiuti regolari raccontano di una tragedia collettiva che non trova ancora risposte adeguate.

E in mezzo a tutto questo, mentre bande politiche e diplomatiche continuano a negoziare termini e condizioni, il lato più tragico della storia rimane la sofferenza silenziosa dei civili, costretti a lottare non solo contro le bombe, ma contro il gelo, la fame e l’indifferenza.

9/2/2026 https://www.unimondo.org/

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