Germania, attiviste per il clima incriminate come “organizzazione criminale”
La procura di Monaco incrimina le co-fondatrici di Letzte Generation per “organizzazione criminale”. Critiche da giuristi e associazioni: rischio precedente pericoloso per libertà di protesta e di stampa.
La procura di Monaco ha presentato un atto di accusa ai sensi del §129a del codice penale tedesco – la norma che punisce la formazione di un’organizzazione criminale – contro due figure centrali dell’ex movimento climatico Letzte Generation: Melanie Guttmann, project manager IT di formazione, e Lea Bonasera, ricercatrice sui movimenti di protesta all’Università di Oxford.
Letzte Generation è stato uno dei movimenti di disobbedienza civile nonviolenta più visibili in Europa negli ultimi anni. Nato in Germania per chiedere azioni politiche immediate contro la crisi climatica, faceva parte della rete internazionale A22 Network, la stessa a cui appartiene anche Ultima Generazione in Italia. Le azioni del gruppo – blocchi stradali, proteste simboliche e campagne di pressione pubblica – avevano l’obiettivo di denunciare il superamento dei limiti planetari e di chiedere politiche climatiche più incisive.
L’iniziativa della procura segna un passaggio delicato nel rapporto tra istituzioni e movimenti climatici. Per molte organizzazioni della società civile, l’utilizzo di norme pensate per contrastare la criminalità organizzata contro attivisti impegnati in forme di protesta nonviolenta rappresenta una forzatura giuridica e politica. Al momento, è bene ricordarlo, le accuse costituiscono soltanto sospetti preliminari: fino a una eventuale condanna definitiva vale pienamente il principio della presunzione di innocenza.
Il procedimento si inserisce in un contesto più ampio che riguarda lo spazio civico in Germania. Nel 2024 l’organizzazione internazionale CIVICUS ha declassato il paese da “società civile aperta” a “società civile limitata”, per la prima volta dall’inizio delle sue valutazioni. Nel rapporto vengono citati proprio i provvedimenti adottati contro gli attivisti climatici di Letzte Generation: divieti di manifestazione, perquisizioni domiciliari, indagini per associazione criminale, lunghi periodi di detenzione preventiva e condanne al carcere senza libertà condizionale. Secondo l’organizzazione, si tratta di misure sproporzionate rispetto alla natura delle proteste e problematiche dal punto di vista dei diritti umani.
Ulteriori polemiche riguardano il linguaggio utilizzato nell’atto di accusa della procura di Monaco. Nel documento compaiono espressioni come “anarchici del clima”, un termine che richiama più la retorica della stampa scandalistica che quella di un procedimento giudiziario. In un passaggio si afferma inoltre che il gruppo avrebbe reclutato “soprattutto giovani donne indigenti dai volti tristi”, una formulazione che ha suscitato stupore e critiche per il tono caricaturale e stigmatizzante. Per diversi osservatori questo linguaggio rischia di anticipare una valutazione di colpevolezza prima ancora della conclusione delle indagini.
L’organizzazione giuridica Green Legal Impact ha denunciato con forza questa impostazione. Secondo i suoi rappresentanti, le soglie per applicare il §129 sono giustamente molto alte e servono a evitare che strumenti pensati per contrastare strutture criminali vengano utilizzati contro forme di dissenso politico. Trasformare manifestanti pacifici in una minaccia per la sicurezza pubblica, affermano, crea un precedente pericoloso. Nel tentativo di costruire questa presunta minaccia, la procura avrebbe perfino cercato di attribuire alla Letzte Generation episodi di violenza compiuti da automobilisti contro gli stessi attivisti, producendo così un rovesciamento paradossale tra vittime e responsabili.
Un ulteriore elemento controverso riguarda le modalità con cui sono state raccolte alcune delle prove. Una parte significativa del materiale presentato dall’accusa deriva infatti dall’intercettazione del telefono stampa di Letzte Generation. Attraverso quella linea passavano comunicazioni con oltre 171 giornalisti, circostanza che ha sollevato preoccupazioni per la libertà di stampa. Diverse organizzazioni – tra cui l’Associazione dei Giornalisti Bavaresi, la Gesellschaft für Freiheitsrechte e Reporters Without Borders – hanno presentato un ricorso costituzionale sostenendo che l’operazione violi il segreto delle fonti e i diritti dell’informazione. Anche l’Associazione dei Giornalisti Tedeschi ha criticato duramente l’iniziativa.
Le due co-fondatrici respingono con decisione l’accusa di aver guidato un’organizzazione criminale. Melanie Guttmann ha dichiarato di essersi impegnata pacificamente per la protezione del pianeta e di considerare paradossale l’idea di essere processata come una terrorista. A suo giudizio, il procedimento dimostrerebbe quanto siano distorte le priorità politiche in un paese che, mentre la crisi climatica si aggrava, sceglie di colpire chi la denuncia.
Lea Bonasera, dal canto suo, ha parlato di una strategia più ampia di repressione del dissenso climatico. Secondo la ricercatrice, negli ultimi anni lo Stato avrebbe costruito un vero e proprio arsenale di strumenti per contenere le proteste: nuove leggi restrittive, uso sempre più esteso del diritto penale, processi che impediscono di citare il cambiamento climatico come argomento di difesa, pratiche di polizia più dure e campagne di delegittimazione pubblica degli attivisti.
Il caso aperto a Monaco riapre così una questione che attraversa sempre più paesi europei: fino a che punto il diritto penale può essere utilizzato per contenere la disobbedienza civile. Negli ultimi anni le proteste climatiche, spesso caratterizzate da azioni simboliche e nonviolente, hanno incontrato risposte istituzionali sempre più severe. Dalla Germania al Regno Unito, passando per l’Italia, nuove norme e strumenti repressivi sono stati introdotti per colpire blocchi stradali e forme di protesta diretta.
Per molti giuristi e osservatori, il rischio è che la crisi climatica – invece di rimanere al centro di un confronto politico sulle politiche ambientali – venga progressivamente spostata sul terreno dell’ordine pubblico e della sicurezza. Ed è proprio questa trasformazione a rendere il processo alle due attiviste tedesche un caso destinato a pesare ben oltre i confini della Germania.










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