Gibril Deen (1946 – 2025) – una vita contro il razzismo
di Marco Gabbas
Il 15 maggio è venuto a mancare Gibril Deen, attivista gambiano residente a Budapest da molti anni e che almeno dagli anni ’90 è stato in prima linea nella lotta contro il razzismo e per i diritti umani in Ungheria, attraverso la sua associazione Mahatma Gandhi Human Rights Organization. È impossibile parlare di Gibril Deen, che io ho conosciuto subito dopo il Covid, senza parlare almeno brevemente della sua vita affascinante e avventurosa e di cosa l’ha portato in Ungheria.
Gibril Deen era nato nel 1946 in Gambia (una piccola enclave all’interno del Senegal, un tempo dominio inglese), in una famiglia di agricoltori e piccoli commercianti. Dopo aver completato le scuole, Gibril non aveva alcuna possibilità di continuare gli studi nel suo Paese, dato che all’epoca non vi era nessuna università, solo un college a indirizzo pedagogico. Dopo aver lavorato per un locale sindacato dei portuali, Gibril aveva deciso di tentare di studiare all’estero, attraverso delle borse di studio offerte dall’allora blocco sovietico a giovani provenienti dai Paesi che si stavano decolonizzando. Dopo aver frequentato dei corsi sindacali in Romania e in Germania Est, era finito negli anni ’70 alla Università per l’amicizia fra i popoli Patrice Lumumba di Mosca. Si trattava di una università appositamente fondata per studenti provenienti dai paesi (ex) coloniali, e aveva ricevuto il nome di Patrice Lumumba, primo presidente eletto del Congo, assassinato dai belgi e dalla Cia poco dopo l’inizio del suo mandato, nel 1961.
Il periodo sovietico di Gibril gli permise di iniziare l’apprendimento del russo, ma egli fu espulso dall’Urss a causa da una protesta alla quale aveva preso parte davanti all’ambasciata del proprio Paese a Mosca. Infatti, Gibril e altri studenti gambiani si erano recati davanti all’ambasciata per protestare contro il presidente del proprio Paese, in quel momento in visita in Unione sovietica. Dopo essere stato fermato dalla polizia assieme agli altri, fu espulso dall’Urss, in quanto considerato un pericolo per il Paese. In seguito, però, riuscì a ricevere un’altra borsa di studio in Ungheria, dove si stabilì e riuscì a completare gli studi. Dopo aver lavorato per un periodo in un sindacato tessile (si suppone fosse un sindacato di stato, di quelli presenti nei paesi socialisti), ottenne il titolo di insegnante di educazione fisica, professione che svolse fino alla pensione. Gibril infatti era un grande appassionato di sport, soprattutto di calcio, e lo sport infatti sarà una parte importante della sua attività in difesa dei diritti umani.

Sposatosi con una donna ungherese, aveva avuto da lei due figlie, ma aveva in seguito divorziato. Nel frattempo, però, aveva acquisito la cittadinanza ungherese, con una facilità che oggi sembra incredibile. Quel maledetto pezzo di carta, però, si rivelò importantissimo, perché diede a Gibril il diritto di restare in Ungheria per sempre, senza essere discriminato, quanto meno non dalle istituzioni. Nell’Ungheria degli anni ’90, in modo simile agli altri Paesi dell’ex blocco sovietico, la povertà a la mancanza di prospettive causano un’impennata di razzismo contro gli stranieri, soprattutto di colore, che vengono spesso aggrediti per strada da bande di balordi. «Che cosa cerchi qui? Vai a casa!»: le vittime vengono spesso così apostrofate prima di essere picchiate. Gibril stesso fu aggredito più volte da questi neonazisti: assieme all’esperienza di altri stranieri residenti in Ungheria, questo lo portò a fondare nel 1994 la sua associazione, che porta inizialmente il nome di Unione Martin Luther King.
Uno dei suoi primi compiti fu appunto quello di offrire assistenza legale alle vittime delle violenze neonaziste. Purtroppo, stando a quanto raccontatomi da Gibril, i responsabili la facevano sempre franca, ma questo non dovrebbe stupire molto. Col tempo però, l’associazione ampliò il suo raggio d’azione, cercando di aiutare in tutti i modi gli stranieri residenti in Ungheria, non solo col supporto legale ma anche con altri tipi di aiuto concreto. Così, iniziano programmi di integrazione dei rom, e Gibril chiede e ottiene il permesso di entrare nelle carceri e talvolta nei Cpr, per portare assistenza e anche conforto religioso (Gibril era infatti un metodista). Ma non basta: Gibril fonda gli African stars, una squadra di calcio fatta solo di giocatori africani, e usa il calcio anche come modo di combattere il razzismo nelle scuole (per la verità, non sempre le scuole che Gibril visitava si comportavano in modo coerente, ma questo è un altro discorso).

Pur anziano e quasi solo a gestire la sua associazione, Gibril continua la sua opera fino al 2023, quando le sue condizioni di salute lo costringono a ritirarsi in una casa di riposo. Per Gibril, non c’era soluzione di continuità fra vita personale e attività associativa: infatti, l’ufficio della sua associazione si trovava nello stesso appartamento in cui viveva, a Buda. Chi entrava trovava un piccolo locale con dei computer in fondo, un ritratto di Gandhi alla parete, un televisore spesso accesso su una partita di calcio.
Per circa due anni sono stato volontario della sua associazione, e ricordo ancora con piacere i pomeriggi passati assieme a lui, magari ascoltando musica africana che lui mi spiegava, o cercando in lui conforto per le discriminazioni subite dalla mia famiglia. Che scena incredibile: io assieme a un gambiano e a un ghanese che racconto i miei guai col razzismo, e sentirmi molto più capito da queste persone di colore che dai bianchi (per non parlare dei c.d. “parenti”)!

Gibril non era solo una persona di buona volontà, ma era anche un pragmatico. Benché la sua azione potrebbe essere considerata banale e moderata rispetto a ciò che avviene in altri Paesi, bisogna considerare il contesto particolarmente reazionario, con pochi stranieri che a nessuno o quasi viene in mente di difendere. Ma Gibril era pragmatico anche perché era disposto a collaborare con chiunque avesse a cuore la lotta contro il razzismo: ecco perché accettò di buon grado la mia proposta di collaborazione, nonostante gli avessi detto fin dall’inizio che io non ero credente. «Ho combattuto il razzismo per tutta la vita», mi disse una volta, e questa è una frase che mi è rimasta impressa.
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Ma un ricordo di Gibril Deen non sarebbe completo senza accennare alla commemorazione in suo onore che si è tenuta alla New Covenant Church di Budapest il 31 maggio. Inutile aspettarsi una chiesa vera e propria: arrivato sul posto, mi sono reso conto che questo luogo di culto era in realtà una cantina alla quale bisognava accedere scendendo delle scale piuttosto ripide, insomma una specie di catacomba. E in effetti, questi piccoli luoghi di culto frequentati esclusivamente da africani sono talmente nascosti che, nella grande Budapest, ben pochi sono a conoscenza della loro esistenza. Alla commemorazione erano presenti soprattutto africani: Gambia, Etiopia, Uganda, Nigeria, Tanzania alcuni dei Paesi rappresentati, assieme a tanti altri. Diverse persone hanno preso il microfono per dire pubblicamente un ricordo di Gibril. Particolarmente toccante è stata la testimonianza di una donna arrivata in Ungheria tanti anni fa, quando era incinta di sei mesi. Al momento del parto, non la volevano ammettere in ospedale per ragioni burocratiche, né volevano lasciarle portar via il bambino una volta nato, perché non aveva un domicilio ufficiale. Fu Gibril a battersi per farla ricoverare, e a permetterle di poter portar via suo figlio.
Il fatto che alla commemorazione fossero presenti africani di Paesi diversi non deve essere sottovalutato: come infatti qualcuno dei presenti ha notato, non è facile mettere insieme gli africani. Un uomo ha aggiunto che la sua conoscenza con Gibril l’ha aiutato ad acquisire la dignità di un essere umano, cosa che può sembrare banale, ma non per delle persone razzializzate.
La predica pronunciata dal pastore, in completo giacca e cravatta, potrebbe sembrare banale, nel senso che ha insistito molto sul conforto alla famiglia: Gibril in realtà e vivo e si trova in un posto migliore di quello terreno, e un giorno chi gli ha voluto bene in vita lo ritroverà. Quali sono le mie sensazioni di miscredente in mezzo a tante persone nere che cantano canzoni religiose e insistono tanto sull’essere umano creato a immagine e somiglianza di Dio?
L’impressione che mi sono fatto è che queste piccole chiese africane siano un importante punto di riferimento e di aggregazione per delle persone lontane da casa, e oggettivamente discriminate in un Paese europeo. Ma c’è di più: l’insistere tanto sull’immagine “divina” dell’essere umano, da parte di persone che vengono discriminate ogni giorno della loro vita, sembra quasi una insistente asserzione della propria umanità, nonostante tutti coloro che pensano il contrario. E mi sono venuti in mente gli abolizionisti cristiani che negli Stati uniti erano un prima fila nella lotta contro la schiavitù, che così ragionavano: tutti gli esseri umani sono creature di Dio, siano essi bianchi o neri; quindi, schiavizzare un essere umano è un affronto fatto a Dio.
Adesso che Gibril Deen non c’è più, è auspicabile che quelli che l’hanno conosciuto e stimato non si limitino a piangerlo, ma che si uniscano per combattere il razzismo come faceva Gibril, magari con una nuova associazione. In un contesto sempre più antidemocratico e ipocrita, dove anche la cosiddetta “opposizione” non fa nulla di concreto per le persone discriminate, sembra un compito più urgente che mai.
5/6/2025 https://danubioonline.wordpress.com/










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