Gioire di altro, a prescindere dal genocidio a Gaza?

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Quanto sto per scrivere è probabile che non troverà molto consenso, anzi procurerà avversione ai sentimenti contenuti. mentre inzio a scrivere sono ancora indeciso se continuare e rischiare, non volendo, anche di offendere chi legge arrogandomi il diritto di saper esprime con più chiarezza la rabbia che mi provoca ogni giorno leggere sul genocidio a Gaza.

Quanto sta succedendo in Palestina in diretta video sui social, ma non trasmesso dalle televisioni italiane, nei servizi sulla stampa di quasi tutto il mondo, ma non su quasi tutta quella italiana, dovrebbe far vomitare di orrore ogni persona degna di definirsi tale. Certo, l’indignazione è presente in tantissimi ormai dopo cinque mesi di massacri israeliani, cos’ì come sono ormai tante le manifestazioni di proteste in tutto il mondo contro l’impunità dei criminali israeliani.

Vorrei ricordare che quanto oggi vediamo in diretta si ripete da 60 anni e sempre giustificando (tutti i governi ma anche gran parte della gente comune) uno Stato genocida con la motivazione dell’olocausto nazista contro il popolo ebreo, anche quello avvenuto nel silenzio di chi sapeva (anche della chiesa cattolica). E’ vergognosa, è complicità, questa motivazione, perchè molti non sono consapevoli (ma non può diventare una giustificazione!) che calpesta di fatto la memoria dei milioni di ebrei deportati, da tutti i Paesi europei, nei forni crematori in Germania (anche in Italia, oltre che la deportazione, c’era qualche forno cramatorio fascista).

Oggi, seppur ancora in pochi, (al confronto di enormi manifestazioni di massa negli altri Paesi) e per merito di organizzazioni politiche antigovernative e movimenti giovanili, anche in Italia ci si rende conto (nonostante il silenzio della obesa informazione dominante) che le coscienze condannano il silenzio della paura di esporsi in piazza.
Ecco, a proposito delle coscienze della gran parte del popolo italiano (escluso quella piccola parte che vive nel mondo dorato dei privilegi di potere finanziario, siliconato dalla corruzione e dall’arroganza comportamentale) mi avventuro a fare qualche considerazione che non vuole cadere nel giudizio sui singoli ma rischia di fatti di farlo, ne sono consapevole, eppure non posso esimermi di esternare quello che penso, vizio inguaribile il mio, non fosse altro per suscitare riflessione o rifiuto motivato.

Mi chiedo (riprendendo il titolo che ho dato a queste considerazioni) se le innumerevoli esternazioni pubbliche di gioia, di entusiasmo sfrenato (vedi, ad esempio, gli stadi calcio) siano compatibili con la coscienza di ognuno dei soggetti gioiosi; se i selfie sui social (su ogni futile fatto personale o collettivo) siano rispettosi del’assassinio quotidiano di decine di migliaia di palestinesi. Evitate almeno per qualche giorno. Sono ad oggi settantamila vittime civili (con oltre ventimila bambini e neonati). Evitate pure di protestare nelle piazze ma “gridate” il vostro sdegno incontenibile evitando le vostre allegrie, giuste se non seguissimo da spettatori l’orrore a Gaza!

Quell’orrore che vi hanno inoculato subdolamente nell’animo come cosa giusta, con una vera e propria apologia del crimine di massa descrivendo lo Stato invasore, Israele, come vittima e una popolazione, palestinesi, sterminata dall’oppressione di una occupazione che dura da 75 anni durante i quali si è seminato odio e centinaia di migliaia di vittime da parte dell’esercito israeliano e dei suoi violenti coloni mandati a rubare quel poco che ormai resta della originaria terra palestinese.
E la memoria va allo sterminio degli indigeni australiani, del popolo indiano d’America per occupare le loro terre, per poi destinare i superstiti alle riserve.
La memoria, per chi ancora ce l’ha, non fa poca fatica ad arrivare al nazismo e al colonialismo. Ma la memoria l’hanno archiviata i governi israeliani non curandosi di aver calpestato, e di continuare a calpestare, lo sterminio degli ebrei nei campi di prigionia tedeschi.
La miseria comunicativa che si ripete è la propaganda a senso unico che mette i palestinesi dalla parte del torto e descritti come popolo senza diritti storici che abusivamente occupa i dei territori, di conseguenza è accettabile, da parte dell’Europa e degli USA, che sia sottoposto ad apartheid (politica di segregazione razziale) dallo Stato israeliano. Anzi, lo dipingono come un esempio di democrazia.

Dalle notizie di cronaca, alle opinioni sulla sanità pubblica, sui morti sula lavoro, alla politica, alcune considerazioni sulla capacità di districarsi mentalmente e nei comportamenti conseguenti in questa tempesta di sofferenza sociale che azzera il sentire, il dire e il fare della popolazione più esposta alle intemperie della catastrofe politica.
Abbiamo la sensazione, quotidianamente confermata dai fatti, che una diffusa diffidenza, ai limiti del disprezzo, per la verità.
La verità offende, ferisce, smentisce, priva l’uomo delle illusioni, prende a schiaffi il sogno e lo trasforma nel consueto, orrido risveglio.
Quando si afferma che la verità fa male, si dice, paradossalmente, il vero. Una mediocre bugia è di certo preferibile a una bella verità. Il rapido diffondersi delle fake news e deep fake (per creare falsi video pornografici, per creare fake news, bufale e truffe, per compiere atti di cyberbullismo o altri crimini informatici). Finchè c’è menzogna c’è speranza di creare illusioni per i singoli individui che i social trasformano in collettivi planetari.
Quasi senza accorgercene, siamo entrati nell’era della post verità, in cui è sempre più difficile distinguere il vero dal falso. Siamo portati al disorientamento che ci rende incapaci di distinguere – o per lo meno di provarci – il vero dal falso, il pratico dall’effimero invasi da centinaia di notizie quotidiane, di affermazioni e smentite che ci blocca ogni tentativo di riflessione.

Poveri e collassati dalla distrazione comunicativa.
Il collasso dell’attenzione è un problema collettivo che riguarda le condizioni di vita, condizioni determinate dalla post-verità.
Il termine post-verità si riferisce a una «argomentazione, caratterizzata da un forte appello all’emotività, che basandosi su credenze diffuse e non su fatti verificati tende a essere accettata come veritiera, influenzando l’opinione pubblica» (Treccani).
Sarà possibile riacquistare un minimo di controllo del nostro equilibrio mentale? È ancora possibile riuscire a distinguere il vero dal falso?
La menzogna viene irradiata al pubblico come verità e lo diventa, stante la programmata assenza di contraddittorio permanente, grazie all’arroganza dei poteri politici, economici e militari. E uno spesso velo granitico per far dimenticare – ad esempio – i profitti legati alla sopraffazione degli elementari diritti umani, l’attacco al risparmio degli italiani, lo sfruttamento delle risorse pubbliche per destinarle, anche, al commercio delle armi.
Un velo che maschera la sostanza del reale tale da diventare una patologia della modernità, l’alienazione implicita nella società dello spettacolo in cui la manipolazione e la menzogna oscurano la realtà autentica dei soggetti, vedi le conseguenze catastrofiche della guerra della Nato contro la Russia.

Viviamo, in definitiva, in una società travolta dalle menzogne che, appunto, ripetute h24 diventano verità assolute. Una società nella quale l’impossibilità dell’attenzione è diventata un problema di prim’ordine, una vera e propria patologia. È una forma moderna di
guerra di classe unilaterale, condotta da chi detiene le chiavi d l potere, contro i sudditi.
Tenendo conto che la stragrande maggior parte di noi è spesso incoerente verso gli altri, come verso noi stessi, può capitare, anche in questo caso di riflessione del nostro stato cognitivo e deduttivo, che non ci si renda conto della proprio stato, e non riusciamo a leggere per definire i comportamenti in merito alle percezioni che comunque viviamo, spesso archiviandole come attimi insignificanti, mentre rappresentano la finestra su un modo che cambia a prescindere dalla nostra presenza, e cambia ridisegnandoci ruoli e funzioni nella situazione oggettiva nella quale stiamo vivendo ma che ignoriamo, spesso con sudditanza consapevole, ma che subiamo.

Vi sia utile questo ammonimento di Antonio Gramsci dalle carceri fasciste, anche per riflettere sugli eredi europei del nazifascismo.

Odio gli indifferenti.
(….) L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. E’ la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. (….)

Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto ad ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. (….)

Franco Cilenti

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