Giornata Mondiale sulla Salute e Sicurezza sul lavoro o sciopero globale?
Contro infortuni, morti, malattie professionali decisivo uno sciopero mondiale indetto dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro
Il 28 aprile è stata la Giornata Mondiale sulla Salute e Sicurezza sul lavoro, e come su ogni “giornata mondiale” siamo sempre molto perplessi sulla loro utilità cerimoniale. Nel merito della Sicurezza sul lavoro da anni ci chiediamo perchè l’Organizzazione Internazionale del Lavoro non indice, nel giorno della “Giornata” uno sciopero mondiale contro morti, infortuni, malattie professionali sul lavoro a fronte delle decine di migliaia di vittime.
Certamente sono concordi con il compianto Papa Francesco “La sicurezza sul lavoro è come l’aria che respiriamo: ci accorgiamo della sua importanza solo quando viene tragicamente a mancare, ed è sempre troppo tardi.” ma, a differenza del Papa che non ha strumenti materiali per intervenire l’OIL ha la forza e competenza per dichiarare lo stato permanentemente di lotta e di spinta all’azione per i sindacati nazionali.
Il nuovo rapporto dell’OIL, lanciato in occasione della Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro, sull’intelligenza artificiale e la digitalizzazione che stanno trasformando la salute e la sicurezza sul lavoro, ci porta a preoccuparci di più sulla salute delle lavoratrici e dei lavoratori, a differenza dell’OIL che evidenzia come queste tecnologie emergenti stiano migliorando la salute e il benessere dei lavoratori e delle lavoratrici, anche se sottolinea l’esigenza di politiche proattive per affrontare i nuovi rischi. Ovvero, agire o comportarsi in anticipo, cercando di prevedere e affrontare i problemi o le opportunità prima che si presentino, ed è questo invito che ci rende perplessi e preoccupati, per l’elementare analisi dello stato di cose presenti in merito ai deboli rapporti di forza tra il capitale e la classe operaia, nelle sue articolazioni di disparate, e disperate nelle forme di aumento dello sfruttamento che hanno superato da decenni il confine dello schiavismo.
Cosa fare per ridurre i rischi che comporta la robotizzazione invasiva (anche causa di milioni di nuovi disoccupati)? Ecco cosa pensa l’OIL: interventi chirurgici e ottimizzando la logistica, i robot contribuiscono a ridurre i rischi e a migliorare l’efficienza. I sistemi basati sull’intelligenza artificiale migliorano il monitoraggio della sicurezza e della salute, semplificano compiti e operazioni, alleggerendo i carichi di lavoro e promuovendo l’innovazione, anche in settori tradizionalmente a bassa tecnologia.
Addirittura, dice sempre l’OIL, la digitalizzazione sta portando alla luce delle modalità di lavoro ibride e da remoto che creano flessibilità e migliorano la salute mentale.
Tuttavia, questi progressi possono anche comportare nuovi rischi. Mentre i robot svolgono efficacemente compiti pericolosi, i lavoratori che si occupano della manutenzione, della riparazione o della collaborazione con queste macchine potrebbero trovarsi ad affrontare nuovi pericoli. Delle azioni imprevedibili dei robot, i guasti di sistema o le minacce informatiche possono compromettere la sicurezza. I rischi ergonomici possono derivare dall’interazione persona-robot, nonché dall’uso di dispositivi indossabili e esoscheletri che non sono adeguati in termini di vestibilità, praticità o comfort.
Manal Azzi, responsabile del gruppo OIL per le politiche di salute e sicurezza sul lavoro ha affermato che “La digitalizzazione offre immense opportunità per migliorare la sicurezza sul lavoro. I robot possono sostituire i lavoratori in lavori pericolosi e degradanti. L’automazione può ridurre le attività ripetitive, come nelle linee di produzione in fabbrica o nel lavoro amministrativo, consentendo ai lavoratori di svolgere compiti più gratificanti. Ma per trarre pieno vantaggio da queste tecnologie, dobbiamo garantire che esse vengano implementate senza incorrere in nuovi rischi”.
Ma chiediamo all’OIL come sarà possibile, se già oggi i Rappresentanti dei Lavoratori sulla Sicurezza vengono disconosciuti dalle imprese, se non repressi con misure disciplinari e comunque spesso non supportati dai loro stessi sindacati “il coinvolgimento dei lavoratori e delle lavoratrici e dei loro rappresentanti è essenziale in ogni fase dell’adozione della tecnologia. La formazione e le iniziative di sensibilizzazione sono fondamentali per garantire un utilizzo sicuro delle nuove tecnologie.” ci paiono riflessioni e indicazioni sulla carta piuttosto sterili nello stato di cose presenti che ci dicono, inconfutabilmente a livello globale, di aumento dello sfruttamento, bassi salari, incremento della precarietà e della flessibilità, aumento brutale dei ritmi e degli orari, in contrapposizione della civiltà del lavoro, pena la continua conta di infortuni e di morti sul lavoro, al netto delle malattie professionali che si trasformano negli anni anch’esse in disabilità e morti.
Con spregiudicatezza politica riducono al lumicino i controlli nelle imprese riducendo il già da decenni scarso numero di Ispettori del lavoro lasciando troppo tranquilli i produttori di morte. Ma non ancora soddisfatti di tanta spregiudicatezza criminale liberalizzano appalti e subappalti, senza regole di protezione del lavoro e della dignità dei lavoratori, favorendo la crescita del caporalato che schiavizza menti e corpi in particolare di uomini e donne migranti, soprattutto in agricoltura.
I capitalisti non usano giri di parole, come succede a grossa parte della sinistra e ai progressisti, tanto è vero che il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha da anni dichiarato a voce alta “I poveri devono morire prima”. E ne muoiono tantissimi se venisse alla luce la strage silenziosa delle malattie da lavoro, chiamate “professionali” che mostrano una ben più elevata mortalità annuale rispetto agli infortuni.
Difficili da quantificare perchè il loro riconoscimento segue un iter lungo e tortuoso, poi ci sono tanti casi che sfuggono alla attenzione mediatica ma continuano, dopo decenni e per tanti altri lustri ancora, a mietere vittime. Per parlarne occorre istruire grandi processi con decine di imputati, decine o centinaia di morti, ma trattandosi di eventi passati, non vengono più considerati attuali, come se, oggi, contaminazioni da sostanze tossiche e cancerogene, da organizzazione del lavoro stressante e debilitante, non esistessero più.
Così come non esisteranno più, anche se vivi, con lo strumento incontrollabile dell’I. A. Sempre più lavoratori saranno diretti da software basati sull’elaborazione dei dati in tempo reale. Questa è a grandi linee una gestione algoritmica del lavoro e sfida il sindacato che tradizionalmente non è abituato a mettere in discussione le tecnologie impiegate dai padroni per ricercare il profitto, tranne nei casi in cui fossero utili per licenziare i lavoratori. Questa posizione venne definita da Panzieri nel 1964 come oggettivista. Si tratta dell’idea secondo cui esisterebbe una oggettività nello sviluppo e nell’uso dei macchinari. Il padre dell’operaismo affronta queste problematiche nell’epoca dei macchinari e delle grandi industrie, quando era più facile intravedere una loro diversa configurazione a beneficio dei lavoratori. Oggi la questione è invece se i lavoratori possono essere configurati a beneficio dei macchinari.
Un tempo avremmo immaginato l’utilizzo dei computer come strumento a disposizione del lavoratore, oggi invece i lavoratori sono ridotti a strumenti messi a disposizione dei sistemi computazionali. Lo spostamento di prodotti da un magazzino al cliente è una grande capacità dell’economia on-demand ed è strettamente legato alla logistica e quindi all’organizzazione. Senza logistiche sono un processo continuo facilitato dalla tecnologia digitale ed eseguite da algoritmi.
In sostanza cosa comporta per lavoratrici e lavoratori?
> un’ulteriore diminuzione del supporto umano fra colleghi,
> l’aumento dell’alienazione e dell’individualizzazione del lavoro,
> la creazione di ambienti malsani e competitivi,
> un nuovo indebolimento dei confini tra vita privata e lavorativa,
> la compromissione delle logiche di rappresentanza sindacale (nei termini del rafforzamento di un clima di sfiducia e di mancata partecipazione),
> la perdita di un certo quantitativo di posti di lavoro (specie di quelli che richiedono minori specializzazione ed istruzione).
La diffusione dell’IA in azienda condurrà, inoltre, alla diffusione trasversale di nuove problematiche lavorative, di nuove contraddizioni tra lavoratore e azienda.
Fra le categorie interessate citiamo quelle più numerose: gli operai di fabbrica, gli operai magazzinieri (facchini), drivers e riders (corrieri), gli operai dei servizi (ad esempio l’operatore del fast food), gli impiegati d’ufficio (dall’operatore del call center al dipendente aziendale medio). Per tutti costoro l’IA rappresenta un generale aumento dei ritmi di lavoro, l’aumento del controllo e un sensibile deterioramento del rapporto salute-lavoro, ossia della tutela della salute personale in azienda.
Infine, la domanda viene automatica: le organizzazioni sindacali nazionali è l’Organizzazione Internazionale del Lavoro hanno coscienza dei rischi lavorativi e psicosociali di questa rivoluzione industriale, nuova dal punto di vista temporale ma antica come programmazione capitalista verso un nuovo schiavismo? Se si, allora uno sciopero mondiale è urgente, senza aspettare la prossima “Giornata”.
Redazione Lavoro e Salute










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