Giovanissime e costrette a prostituirsi: il dramma delle adolescenti migranti

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Sono sempre più giovani e spesso vengono avviate alla prostituzione pochi giorni dopo essere sbarcate in Italia. Molte di loro hanno in tasca un permesso di protezione internazionale che però non serve a proteggerle, ma solo a renderle ancor più facile merce per i loro sfruttatori. Nel nostro paese cresce il fenomeno della tratta finalizzata, in particolare, alla prostituzione. Ad esserne vittime sono soprattutto le ragazze nigeriane giovanissime, la cui presenza sulle nostre strade è aumentata negli ultimi due anni del 300 per cento, con un boom rilevato in particolare dal settembre 2015 a oggi. A lanciare l’allarme è la Comunità Papa Giovanni XXIII, in occasione della Giornata europea contro la tratta che si celebra oggi. L’organizzazione fondata da don Oreste Benzi, da anni si occupa del tema, e opera con diverse unità di strada per intercettare le vittime, toglierle dalla rete dello sfruttamento e dare loro un’accoglienza protetta.

I dati del fenomeno: 1/3 sono minori. Secondo le stime sono in tutto 21 milioni le vittime di tratta nel mondo. Per il 49 per cento dei casi sono donne, nel 33 per cento minori. La metà delle persone (53 per cento) è trafficata a scopo sessuale, di queste il 70 per cento è composto da donne e bambine (il 49 per cento donne, 21 per cento bambine). In Italia, spiega la Papa Giovanni XXIII, sono tra le 75mila e le 120mila le vittime della prostituzione. Il 65 per cento è in strada, il 37 per cento è minorenne, tra i 13 e i 17 anni. Le vittime provengono in particolare dalla Nigeria (36 per cento), dalla Romania (22 per cento) e dall’Albania (10,5 per cento). Mentre secondo diverse stime i clienti sono sono tra i 2 milioni e mezzo e i 9 milioni, con un giro d’affari di 90 milioni di euro al mese.

L’aumento dei flussi di migranti dalla Nigeria, boom negli ultimi due anni (+300 per cento). Dallo scorso anno l’Oim (l’organizzazione internazionale per la migrazione) ha lanciato l’allarme sul legame tra l’aumento del numero delle ragazze nigeriane nel flusso dei profughi e l’ aumento dello sfruttamento e, in particolare, della prostituzione su strada. “C’è stata una crescita pari al 300 per cento di ragazze provenienti dalla Nigeria. Molte di loro sono giovanissime –sottolinea Irene Ciambezi – referente della Comunità Papa Giovanni XXIII ed esperta di tratta degli esseri umani – Lo stesso ministero della Giustizia, nel 2015, ha denunciato che è proprio lo sfruttamento sessuale uno degli aspetti caratteristici della tratta degli esseri umani nel nostro paese. Il fenomeno, in particolare, coinvolge nel 70 per cento dei casi le donne. A questi dati già allarmanti del 2015 possiamo aggiungere quello che vediamo noi con le nostre unità di strada: e cioè che oltre il 50 per cento di queste ragazze arriva dalla Nigeria e che molte sono minorenni”.

Il dramma delle adolescenti. Giovanissime, a volte non superano i quattordici anni. Si dispongono in strada vicine, a solo pochi metri di distanza, ma a chi gli chiede l’età rispondono senza esitare: “20 anni”. “In molte sono appena sbarcate, le vediamo disposte le une accanto alle altre, con il braccialetto della chiesa pentecostale da cui provengono – continua Ciambesi -. Ognuna ha una postazione sul marciapiede ma quando le avviciniamo è difficile che si dichiarano minorenni, tutte dicono di essere ventenni”. A istruirle sono gli sfruttatori: le ragazze, soprattutto quelle che vengono dalla Nigeria, vengono soggiogate attraverso un rito voodoo. “Nel rito vengono usati elementi personali, come i capelli o i peli pubici – aggiunge – e alle ragazze viene detto che se si ribellano rischiano la morte, loro o i familiari. Alcune con questo sistema finiscono per diventare soggetti psichiatrici perché sono completamente soggiogate”.

Un meccanismo radicato nel sistema di accoglienza. Ma oggi il problema è ancor più grave e legato al fenomeno della migrazione, perché il meccanismo dello sfruttamento si è radicato all’interno del sistema di accoglienza. “Alle ragazze viene spiegato che una volta in Italia devono chiedere asilo politico – spiega ancora Ciambesi -. In molti casi c’è un intermediario mandato dalle madame (le sfruttatrici, ndr) che le aiuta a farlo: in questura vediamo questi uomini nigeriani che accompagnano anche 5 ragazze per volta e le aiutano nella procedura. Ma nessuno fa nulla, noi siamo impotenti, e lo sono anche le squadre mobili, perché spesso non ci sono elementi per dire che quell’uomo avrà una parcella per regolarizzarle nel nostro sistema di accoglienza”. A favorire il sistema di sfruttamento è anche l’attuale struttura del sistema di protezione e accoglienza in Italia: che non prevede un percorso di recupero e integrazione della persona ma solo l’ inserimento in strutture di accoglienza. “Qui le persone entrano e escono quando vogliono – continua la referente della Comunità-. Non solo non c’è controllo, ma neanche una forma di percorso interattivo tra gli operatori e i migranti, come prevederebbe il piano nazionale antitratta, che parla della tempestività con cui gli operatori della tratta in sinergia con gli operatori che si occupano di asilo dovrebbero intervenire su quelle vicende che sono a rischio vulnerabilità”. In particolare, spiega ancora Ciambezi, al punto 5 del modulo per fare richiesta d’asilo si dovrebbe segnalare se il soggetto è vulnerabile (minore, disabile, vittima di violenza psicologica, fisica, o a scopo sessuale e vittime di tortura). “Questo punto 5 in genere rimane in bianco – afferma – gli operatori di polizia non approfondiscono, la vittima non è consapevole che è quello il momento di sganciarsi dall’organizzazione criminale, o più spessonon ha a forza per farlo”. E così con un permesso umanitario, che non ha nulla a che fare il permesso per vittime di sfruttamento, continuano a prostituirsi per pagare il debito contratto con il viaggio.

Cosa si può fare? Secondo la Papa Giovanni XXIII il piano antitratta andrebbe recepito da tutte le agenzie che si occupano di tratta: a partire dalle forze di polizia e passando per tutti i gli operatori che a vario titolo si occupano del fenomeno. “Serve un lavoro di coordinamento e sinergia attraverso una cabina di regia molto chiara– aggiunge Ciambezi – Ma l’altro punto fondamentale per noi fondamentale è colpire un anello dello sfruttamento centrale, e cioè il cliente. Come diciamo da anni se non ci fosse la domanda non ci sarebbe l’offerta. Noi crediamo, che come ha già fatto la legislazione francese, si debbano vietare le prestazioni sessuali a pagamento e quindi il concetto di donna come merce”. L’altro punto è l’integrazione: “quando chiediamo alle ragazze di cosa abbiano bisogno la risposta è sempre lavorare – spiega -. Tutte riconoscono che la loro dignità passa per un lavoro vero. Nessuna ci ha mai detto che vuole fare la prostituta o la sex worker, né ci chiede di fare questo mestiere pagando le tasse. Non lo rileviamo neanche nei casi di prostituzione indoor”.

Le campagne di sensibilizzazione contro l’idea di donna come merce. Per sensibilizzare sul fenomeno la Papa Giovanni XXIII ha lanciato una campagna dal titolo“Questo è il mio corpo”. “L’obiettivo – conclude Ciambesi – è portare avanti un appello politico per contro l’idea di donna come oggetto. Le donne che si prostituiscono sono vittime di sfruttamento e vogliono essere liberate. A fine settembre a Ginevra è stato posto il caso delle adolescenti. Come negli anni ‘90 in tutta l’Europa continua ad abbassarsi la fascia d’età delle vittime. Molte arrivano anche dall’est, e nel caso delle ragazzine rom, spesso sono vendute dagli stessi familiari. Il problema è che i clienti chiedono sempre più le ragazzine, perché cercano chi maggiormente può essere sottomessa. Quello che chiedono non sono rapporti tradizionali, ma prestazioni sessuali che fanno accapponare la pelle. Sono sempre più i feticisti. Quando parliamo con le ragazze ci dicono: voi non immaginate nemmeno quello che siamo costrette a fare”. Oggi in occasione della Giornata europea contro la tratta in molte città italiane si svolgerà l’iniziativa Libera il tuo sogno: palloncini colorati verranno lanciati in aria come simbolo di liberazione dallo sfruttamento a cui, ancora troppe donne, sono costrette.

19/10/2016 Fonte: www.redattoresociale.it

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