Giustizia climatica, repressione e democrazia

È il 17 settembre del 2020. A Torino, Extinction Rebellion rappresenta un die-in in una delle piazze principali della città. Le attiviste si lasciano cadere a terra per impersonificare la vita in pericolo e la gravità dell’estinzione di massa in corso. Le Red Rebels le attraversano raffigurando il sangue che unisce le specie viventi. Vogliono mettere in luce l’interdipendenza tra gli esseri umani e la natura. Altre persone salgono sulla cancellata di Palazzo Reale per incatenarsi, mentre altre ancora si incollano ai lampioni della piazza. Vogliono lanciare un messaggio: si deve parlare della crisi eco-climatica.

La questura di Torino denuncia chi si è incatenato e incollato accusandoli di “inosservanza all’ordine di un’autorità” e di aver acceso “esplosivi pericolosi”, in riferimento all’utilizzo di un fumogeno. Dopo dieci mesi, il giudice per le indagini preliminari assolve tutti, sostenendo che non costituivano un pericolo per la sicurezza pubblica.

È il 22 giugno del 2022. Tre attiviste di Ultima Generazione si incollano al vetro protettivo della Primavera di Botticelli al Museo degli Uffizi a Firenze. Vengono denunciate per “interruzione di pubblico servizio”, “resistenza a pubblico ufficiale”, “manifestazione non autorizzata”, “deturpamento e imbrattamento”. Vengono comminati anche tre fogli di via per tre anni dalla città di Firenze. Nel novembre del 2023, il Tribunale sentenzia che le tre attiviste non hanno commesso alcun reato, in quanto incollarsi al vetro di protezione di un’opera non costituisce un fatto meritevole di condanna.

Sono queste le prime apparizioni nello spazio pubblico italiano dei due movimenti per la giustizia climatica. Sono passati quattro anni e con loro blocchi stradali, azioni di imbrattamento, presidi e manifestazioni, accompagnati da fogli di via, denunce variegate, fermi identificativi lunghi fino a dodici ore, perquisizioni, intercettazioni, appostamenti sotto casa, accuse di associazione a delinquere, utilizzo di appellativi come ecoterroristi ed ecoteppisti. Parallelamente, Michel Forst, special rapporteur dell’Onu per i difensori dell’ambiente, il 28 febbraio di quest’anno ha pubblicato un position paper sullo stato della repressione nei confronti dei movimenti ecologisti e della disobbedienza civile in Europa. Dalle sue parole emerge chiaramente come gli stati europei e gli organi deputati alla gestione della sicurezza violino costantemente il diritto alla protesta e alla partecipazione politica. La repressione viene portata avanti su più livelli: attraverso i media, la legislazione, le forze di polizia e i tribunali. Appare interessante come i movimenti per la giustizia climatica nelle rappresentazioni si trasformino da forme di attivismo a forme di terrorismo, tanto che il TE-SAT (European Union Terrorism Situation and Trend) dell’Europol include l’ecologismo tra le forme di estremismo cui prestare attenzione. Nello specificare l’“estremismo ambientale”, vengono inclusi i blocchi stradali e l’occupazione di banche e aeroporti. Chi chiede tutela viene considerato un soggetto con una visione estremista.

La situazione italiana in materia di repressione dei movimenti per la giustizia climatica e della disobbedienza civile sta assumendo sempre più una tendenza criminalizzante, violenta e repressiva. Anche il report annuale 2024 di Liberties riferisce come in Italia il deterioramento dello stato di diritto rischia di diventare sistemico, colpendo varie aree quali il sistema giudiziario, la libertà e il pluralismo dei media, lo spazio civico e i diritti umani. Ne sono un esempio lampante la cosiddetta legge “ecovandali”, approvata dall’attuale governo a inizio anno, e altre variazioni in materia legislativa. Il reato di imbrattamento e deturpamento dovrà essere scontato anche da chi viola le teche di opere d’arte collocate nei musei, con l’aggravante del raddoppiamento della pena se i fatti si svolgono durante manifestazioni pubbliche. È stato esteso l’illecito amministrativo di blocco stradale e blocco ferroviario, trasformandolo in reato punito con la detenzione quando il fatto viene commesso da più persone riunite.

Durante un’intervista, una partecipante a Extinction Rebellion definisce il processo di repressione come tutte quelle conseguenze sociali e legali che eccedono il ventaglio di scenari potenziali che le attiviste avrebbero dovuto affrontare a seguito di un’azione. Sostiene come in Italia non sia lineare il rapporto tra violazione di una legge e denuncia, tanto che le questure costruiscono qualsiasi motivazione volta a delegittimare, depoliticizzare e criminalizzare il movimento. Cita l’utilizzo del codice antimafia per limitare i movimenti, attraverso i fogli di via, e misure di prevenzione come l’avviso orale, che precede la sorveglianza speciale; denunce per reati inesistenti, come “possesso d’armi” per la presenza di estintori o “vilipendio alle tombe” per aver appeso uno striscione sull’Altare della patria a Roma. Sottolinea come nell’ultimo periodo venga sempre più utilizzata la denuncia di “violenza privata”, che risulta incoerente con la modalità del movimento basato su nonviolenza e disobbedienza civile. Senza contare che, indipendentemente dal ruolo che si può avere durante l’azione, chiunque sia presente, anche solo per fare delle foto, rischia una denuncia. Un’altra attivista di Ultima Generazione mette in luce come il carattere repressivo di queste manovre risieda anche nelle persone che prendono determinate decisioni, che spesso non passano dai tribunali. Quando ciò accade, come nel caso degli Uffizi, i tribunali tendono a dichiarare che il fatto non sussiste o riconoscono l’alto valore morale dell’azione di disobbedienza civile.

Ciò testimonia come non si possano valutare le azioni dei movimenti in modo isolato, ma come sia essenziale inserirle all’interno di un più largo contesto. Le motivazioni delle attiviste sono un fattore imprescindibile e i giudici stanno iniziando a legittimarle. Ma le motivazioni non sono rilevanti a livello normativo, tanto che il sistema appare disfunzionale, facendo emergere un netto paradosso tra un giudice che riconosce l’alto valore morale di determinate azioni e la contemporanea condanna penale per le stesse. Una delle possibili interpretazioni riguardo alle radici di questa situazione evidenzia l’egemonia del modello dell’homo oeconomicus e la trasformazione dei partiti, diventati “liquidi”, il cui intento non è più trovare un raccordo tra le istituzioni e la società, rappresentare le diverse visioni del mondo o essere presenti sui territori. Emerge lo smantellamento dello stato sociale, mentre si allontana gradualmente qualsivoglia progetto di emancipazione.

La differenza tra i vari sistemi democratici si può individuare nell’abilità di relazionarsi con chi li contesta. I diversi livelli di elasticità e disponibilità a favorire i processi politici e la vitalità sociale determinano la possibilità di generare moti di cambiamento. Una delle principali manifestazioni della crisi politica attuale è l’intolleranza al dissenso, in quanto ostacola l’azione collettiva, impedisce la negoziazione tra governanti e governati e nega la possibilità di agire ai gruppi sociali.

La stessa idea di cittadinanza viene attaccata e ridotta all’impotenza. I sistemi denominati democratici si limitano a riprodurre logiche che favoriscono l’individualismo e la dissociazione dalla società. Alle soggettività e ai gruppi non viene data l’opportunità di occupare una posizione nel mondo. L’indifferenza e il soffocamento con cui vengono trattate le mobilitazioni per la giustizia climatica mirano a creare cittadini disciplinati secondo le coordinate del modello dominante. La retorica che viene portata avanti nei confronti dei giovani è diventata stucchevole. Ma l’agire collettivo, nonostante la criminalizazzione, dimostra che il presente e il futuro sono e saranno permeati da sollecitazioni, dal dissenso, dalle mobilitazioni. (elena brandone)

5/6/2024 https://www.monitor-italia.it

Immagine: disegno di manincuore

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