Giustizia minorile, la fabbrica dei giovani detenuti

Raddoppiano i detenuti tra i 18 e i 20 anni e aumentano gli ingressi negli istituti minorili. Dietro i numeri c’è la svolta politica che ha rimesso il carcere al centro: più custodia cautelare, meno educazione e una marginalità sociale sempre più trattata come problema di ordine pubblico.

Per oltre quindici anni la presenza dei più giovani nelle carceri italiane era costantemente diminuita. Poi qualcosa è cambiato. Tra il 2022 e il 2025 i giovani adulti detenuti sono aumentati di circa il 28%, molto più della popolazione carceraria complessiva, cresciuta nello stesso periodo di circa il 17%. Ma è soprattutto ciò che accade nella fascia tra i 18 e i 20 anni a mostrare la profondità dell’inversione: erano 523 nel 2021, sono diventati 1.021 nel 2025. In quattro anni sono praticamente raddoppiati.

Non è un dato isolato. Gli ingressi negli Istituti penali per minorenni sono passati dai 713 del 2020 ai 1.197 del 2025, mentre i trasferimenti dagli IPM alle carceri ordinarie sono aumentati da 105 nel 2022 a 195 nel 2025. Si sta quindi formando un circuito nel quale sempre più adolescenti entrano nel sistema penale minorile e una parte di loro, raggiunta la maggiore età, viene trasferita nelle carceri degli adulti, strutture ancora meno attrezzate per offrire i percorsi educativi e di accompagnamento necessari a persone così giovani.

La domanda da porsi è allora inevitabile: siamo davanti a una generazione improvvisamente diventata più criminale oppure è cambiato il modo in cui lo Stato risponde alla devianza giovanile? I dati disponibili impediscono risposte semplicistiche. Alcuni reati commessi o contestati ai minori sono effettivamente aumentati nell’ultimo decennio: le segnalazioni per porto abusivo d’armi, rapine, lesioni, risse e minacce registrano incrementi significativi. Sarebbe quindi sbagliato negare l’esistenza di fenomeni reali di violenza e disagio giovanile. Ma sarebbe altrettanto sbagliato dedurne automaticamente la necessità di incarcerare sempre più ragazzi.

I numeri degli IPM raccontano infatti anche un’altra storia. Secondo i dati riportati da Antigone, i detenuti negli istituti minorili sono passati dai 381 di fine 2022 ai 572 di fine 2025. Soprattutto, l’83% dei ragazzi presenti risulta in custodia cautelare: non stiamo quindi parlando prevalentemente di giovani che stanno scontando una condanna definitiva. Più della metà dei reati contestati riguarda inoltre il patrimonio, circa un quinto i reati contro la persona, mentre cresce anche lo spaccio di lieve entità.

Questi dati cambiano radicalmente il significato politico del sovraffollamento minorile. Se la stragrande maggioranza dei ragazzi rinchiusi si trova in custodia cautelare, l’aumento delle presenze non può essere spiegato esclusivamente attraverso un presunto aumento della pericolosità delle nuove generazioni. Bisogna guardare alle norme che hanno ampliato la possibilità di utilizzare il carcere prima ancora della sentenza definitiva e al progressivo abbandono di quel principio di residualità della detenzione che aveva costituito uno dei caratteri più avanzati della giustizia minorile italiana.

Dal decreto Caivano al carcere come risposta

Il punto di svolta è rappresentato dal decreto Caivano del settembre 2023. Tra le modifiche introdotte vi è stato l’abbassamento da nove a sei anni della soglia di pena oltre la quale può scattare la custodia cautelare. È una scelta che entra in tensione con l’impostazione dell’articolo 37 della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia, secondo cui la detenzione di un minore deve essere utilizzata soltanto come extrema ratio e per il più breve periodo possibile.

La direzione non è stata successivamente corretta. Il decreto-legge sulla sicurezza pubblica del 24 febbraio 2026 ha esteso l’ammonimento del questore ai minori tra i dodici e i quattordici anni per ulteriori fattispecie, tra cui lesioni, rissa, minaccia e violenza privata, prevedendo inoltre sanzioni economiche a carico dei genitori in caso di reiterazione. Antigone ha descritto questa impostazione come uno strumento di giustificazione del potere punitivo che finisce per considerare i minorenni prevalentemente attraverso la lente dell’ordine pubblico, mettendo in secondo piano gli strumenti educativi, sociali e preventivi.

È questo il vero cambio di paradigma. La giustizia minorile italiana era stata costruita attorno all’idea che un adolescente che commette un reato sia una persona la cui identità è ancora in formazione e sulla quale l’intervento educativo può incidere profondamente. Non significava negare il reato né cancellare la responsabilità individuale, ma impedire che la risposta dello Stato trasformasse precocemente un comportamento deviante in un’identità criminale permanente. Il carcere doveva perciò rappresentare l’ultima possibilità, non la prima risposta disponibile.

La progressiva espansione della custodia cautelare e delle misure di polizia modifica questa impostazione. Il minore viene sempre meno considerato come soggetto sul quale investire e sempre più come rischio da neutralizzare. È la stessa logica che abbiamo visto espandersi nel sistema penale degli adulti: problemi sociali complessi vengono tradotti nel linguaggio della sicurezza, la risposta penale viene anticipata e la privazione della libertà assume una funzione prevalentemente contenitiva.

La sproporzione tra percezione pubblica e dimensione effettiva del fenomeno dovrebbe suggerire maggiore prudenza. I dati Eurostat richiamati negli appunti indicano per l’Italia un tasso di criminalità minorile di 363 reati ogni 100 mila abitanti, contro una media europea di 648. Non emerge quindi un’eccezionalità italiana tale da giustificare la rappresentazione di una generazione ormai fuori controllo e la conseguente necessità di una svolta repressiva.

È piuttosto il meccanismo classico del panico morale, descritto da Stanley Cohen: singoli episodi particolarmente gravi acquistano una centralità mediatica enorme, vengono trasformati nella rappresentazione di un’intera generazione e producono una domanda politica di intervento immediato. La legislazione penale arriva alla fine del processo, offrendo una risposta semplice e visibile a fenomeni che hanno invece radici sociali, familiari, economiche e culturali molto più profonde.

Dall’accoglienza al carcere

La composizione della popolazione detenuta più giovane permette di vedere ancora meglio questo processo. Nel 2025 gli stranieri rappresentavano il 31,7% della popolazione carceraria complessiva, ma la percentuale saliva al 57,5% tra i detenuti di 18-20 anni e al 47,7% nella fascia tra 21 e 24 anni. In Emilia-Romagna, Lombardia, Veneto e Toscana la presenza straniera tra i detenuti appena maggiorenni supera in alcuni casi l’80%.

Non basta leggere questi numeri come statistiche criminali. Una parte importante riguarda minori stranieri non accompagnati arrivati in Italia durante l’adolescenza. Alessio Scandurra, coordinatore dell’Osservatorio sulle condizioni di detenzione di Antigone, mette in relazione l’aumento della loro presenza negli IPM con l’indebolimento del sistema di accoglienza. Dopo la pandemia è cresciuto il numero dei minori stranieri presenti nel Paese, mentre sono diminuite le risorse destinate alla loro accoglienza e sono diventati più difficili da sostenere per gli enti locali i relativi costi. Il risultato, osserva Scandurra, è che molti più ragazzi finiscono per strada, aumentando inevitabilmente l’esposizione alla marginalità e alla devianza.

Qui appare con particolare chiarezza il corto circuito dello Stato penale. Si riducono o si rendono insufficienti gli strumenti capaci di accompagnare un adolescente straniero, si lascia che al compimento dei diciotto anni venga meno una parte fondamentale della rete che lo aveva sostenuto e successivamente si interviene attraverso polizia, tribunale e carcere sulle conseguenze di quell’abbandono. Il problema sociale viene prima prodotto o aggravato attraverso la debolezza delle politiche di inclusione e poi reinterpretato come problema di sicurezza.

La testimonianza di Fatima Ben Hijji, mediatrice culturale e presidente dell’associazione Pantagruel, restituisce la dimensione umana di questo passaggio. Racconta di ragazzi arrivati in Italia a quindici o sedici anni, in buona salute e con il progetto di lavorare per aiutare le proprie famiglie, ritrovati a diciannove o vent’anni in carcere con dipendenze, problemi psichiatrici e comportamenti autolesionistici. Il passaggio alla maggiore età diventa troppo spesso un precipizio: raggiunti i diciotto anni, giovani ancora bisognosi di accompagnamento vengono considerati improvvisamente autosufficienti e lasciati soli.

Quando l’educazione viene sostituita dalla sedazione

Anche ciò che avviene una volta entrati negli istituti dovrebbe mettere in discussione la direzione intrapresa. Il sovraffollamento non significa soltanto più corpi dentro gli stessi spazi. Significa meno educatori per ogni ragazzo, meno possibilità di formazione, maggiori tensioni e una crescente difficoltà nel costruire progetti individualizzati. Il problema diventa ancora più grave quando i giovani adulti vengono trasferiti negli istituti ordinari, dove il rapporto tra educatori e detenuti è ancora più sfavorevole e le opportunità di accompagnamento sono generalmente inferiori a quelle previste nel circuito minorile.

Il caso del Beccaria di Milano rappresenta sotto questo profilo un segnale particolarmente inquietante. Secondo i dati riportati negli appunti, negli ultimi due anni la spesa dell’istituto per antidepressivi e tranquillanti sarebbe aumentata del 110%. Il rischio è che alla progressiva riduzione dello spazio educativo corrisponda una crescente gestione farmacologica del disagio: ragazzi sedati proprio nelle ore che dovrebbero essere dedicate alla scuola, alla formazione e alla costruzione di strumenti con cui tornare nella società.

La questione diventa ancora più grave alla luce delle recenti inchieste sulle violenze all’interno degli istituti minorili. Il Beccaria di Milano e Casal del Marmo a Roma, i due maggiori IPM del Paese, sono stati investiti da procedimenti relativi a presunti maltrattamenti e abusi. Nel caso romano il Gip è arrivato a utilizzare nell’ordinanza la parola “tortura”. Sarebbe semplicistico stabilire un rapporto automatico tra queste vicende e le riforme legislative, ma sarebbe altrettanto miope non vedere il contesto nel quale maturano: istituti più affollati, maggiore centralità della custodia, operatori sottoposti a condizioni di lavoro difficili e progressiva subordinazione della funzione educativa a quella contenitiva.

Non si tratta quindi soltanto di chiedere più personale penitenziario. Servono educatori, psicologi, mediatori culturali, insegnanti, formazione professionale e comunità realmente capaci di costruire alternative. Soprattutto, occorre restituire alla giustizia minorile il principio secondo cui l’obiettivo non è amministrare nel modo più efficiente possibile la segregazione di un adolescente, ma evitare che quell’adolescente diventi un adulto stabilmente intrappolato nel circuito penale.

Il carcere che costruisce ciò che pretende di combattere

Michel Foucault osservava in Sorvegliare e punire che una delle grandi contraddizioni dell’istituzione penitenziaria consiste nella sua capacità di riprodurre la delinquenza che dichiara di voler eliminare. I dati sulla recidiva rendono questa contraddizione estremamente concreta. Negli appunti viene indicato un tasso italiano intorno al 68%, mentre le stime comparative riportate risultano sensibilmente inferiori nei sistemi nei quali la rieducazione assume un ruolo maggiore e il carcere viene utilizzato in maniera più residuale. I confronti internazionali richiedono cautela per le differenti modalità di rilevazione, ma la direzione generale resta significativa.

Ancora più significativo è il dato relativo al lavoro. Secondo le cifre richiamate dal programma Recidiva Zero del CNEL e del Ministero della Giustizia, tra i detenuti stabilmente inseriti in percorsi lavorativi la recidiva può scendere intorno al 2%. Il punto non è attribuire al lavoro una funzione moralizzatrice, né riproporre quella retorica della “legalità” che troppo spesso riduce la questione sociale all’adattamento individuale alle regole esistenti. Il dato mostra piuttosto quanto siano decisive condizioni materiali come reddito, competenze, relazioni sociali e possibilità concrete di costruire un’esistenza fuori dal circuito penale.

Gli strumenti per intervenire almeno in parte esistono. La legge Smuraglia prevede incentivi fiscali e contributivi per chi assume persone detenute, ma rimane largamente sottoutilizzata, soprattutto nei confronti dei più giovani. Anche sul piano economico la scelta carceraria appare paradossale: secondo i dati riportati, una giornata di detenzione costa circa 150 euro per persona, mentre una misura nell’area penale esterna ne costa circa dodici. Continuare a investire prevalentemente nella detenzione significa dunque spendere enormemente di più per un modello che presenta risultati peggiori sul terreno del reinserimento.

È questo il nodo che la discussione sulla cosiddetta criminalità giovanile tende sistematicamente a rimuovere. La questione non è scegliere tra indulgenza e severità, né negare la responsabilità di chi commette un reato. Bisogna decidere che cosa debba fare lo Stato dopo quel reato e quale risultato voglia ottenere. Se l’obiettivo è semplicemente punire, l’aumento della popolazione negli IPM può persino essere presentato come un successo. Se l’obiettivo è invece impedire che un adolescente continui a commettere reati e diventi un adulto stabilmente inserito nel circuito penitenziario, allora i numeri degli ultimi anni descrivono un fallimento.

Gli articoli 27 e 31 della Costituzione indicano una direzione differente: la pena deve tendere alla rieducazione e la Repubblica deve proteggere l’infanzia e la gioventù. La Convenzione ONU impone inoltre che la privazione della libertà di un minore sia l’ultima risorsa e abbia la durata più breve possibile. Non sono concessioni sentimentali verso chi ha commesso un reato, ma principi costruiti sulla consapevolezza che un adolescente non è un adulto in miniatura e che la risposta dello Stato può determinare profondamente ciò che diventerà.

Il raddoppio dei detenuti tra i 18 e i 20 anni, l’aumento degli ingressi negli IPM, l’espansione della custodia cautelare e il trasferimento crescente dei neomaggiorenni nelle carceri ordinarie indicano invece che stiamo percorrendo la strada opposta. Il sistema sociale arretra proprio dove sarebbero necessari accoglienza, scuola, salute mentale, formazione, lavoro e accompagnamento, mentre quello penale avanza per occupare lo spazio lasciato vuoto. È così che la marginalità viene progressivamente trasformata in devianza e la devianza in una carriera penale.

La crisi degli istituti minorili non si risolverà quindi costruendo altre celle o rendendo ancora più facile rinchiudere un ragazzo. Richiede una scelta politica molto più radicale: tornare a considerare la detenzione minorile davvero come extrema ratio e spostare risorse e interventi dal controllo alla prevenzione, dall’istituzione totale ai territori, dalla custodia all’educazione e all’autonomia materiale. Perché quando lo Stato rinuncia a offrire a un adolescente una via d’uscita dalla marginalità e gli offre soprattutto il carcere, non sta prevenendo la devianza futura. Sta contribuendo a costruirne le condizioni.

14/9/2026 https://www.osservatoriorepressione.info/

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