Gli sfollati nel mondo

L’IDMC (Internal Displacement Monitoring Centre) è una Organizzazione Non Governativa, parte del Norwegian Refugee Council, nata nel 1998. Ha sede a Ginevra, raccoglie, analizza e diffonde dati sugli sfollati nel mondo. Agli inizi di maggio ha pubblicato l’ultimo Rapporto sulla situazione mondiale. Se non altrimenti specificato, le informazioni riportate di seguito sono prese da questo documento[1]. Gli “sfollati” sono persone costrette a fuggire dalle loro case a causa di “ … conflitti armati, violenza generalizzata, violazioni dei diritti umani, disastri naturali o causati dall’uomo e che NON hanno attraversato un confine internazionalmente riconosciuto”[2].

Non un dettaglio da poco

L’avvenuto, o il mancato attraversamento di un “confine internazionalmente riconosciuto” non è un dettaglio da poco. Fa la differenza fra un “rifugiato” e uno “sfollato”. E nemmeno questo è un dettaglio da poco. Per sancire i diritti dei rifugiati, esiste una Convenzione Internazionale che risale al 1951 (con protocolli aggiuntivi del 1967)[3] e per prendersi cura di loro esiste un’agenzia delle Nazioni Unite, l’ACNUR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati). Per sancire i diritti degli “sfollati” esistono dei “Principi guida”, formulati nel 1998, che non hanno forza legale[2]. Esiste anche una Convenzione. È limitata, però, al Continente Africano e nemmeno a tutti i suoi 54 paesi. Si tratta della Convenzione di Kampala, formulata nel 2009, entrata in vigore nel 2012, ratificata da 25 paesi Africani[4]. Non esiste una Agenzia specializzata per l’assistenza agli sfollati. L’ACNUR può farlo su richiesta del Segretario Generale delle Nazioni Unite, sostenuto dall’Assemblea Generale[5]. Teoricamente, l’assistenza agli sfollati è responsabilità degli Stati al cui interno essi si trovano. Quegli stessi che, in molti casi, hanno causato la loro fuga.

Un groviglio di cause e problemi

La distinzione basata sulla nozione dei confini nazionali è palesemente inadeguata di fronte ad una realtà sempre più globalizzata e a crisi prolungate che hanno, sempre più spesso, un carattere “regionale” e non semplicemente “nazionale”. Le cause dello sradicamento di intere popolazioni sono complesse e intrecciate. A spingere 200.000 Sud Sudanesi a lasciare le loro case è stata, si, la guerra ma altri fattori hanno contribuito in modo significativo: la siccità, la conseguente crisi alimentare, le razzie fra diversi gruppi in lotta per pascoli e bestiame, irrisolti conflitti inter-etnici. Lo stesso dicasi per 1.100.000 sfollati Nigeriani, costretti ad abbandonare tutto dalla violenza di Boko Haram, dall’altrettanto violenta reazione dell’esercito, dagli scontri fra pastori e agricoltori. Simile è la situazione della Repubblica Democratica del Congo, con 1.500.000 sfollati. Quasi 2.000.000 di Haitiani e 2.600.000 Nepalesi, sono sfollati, certo, a causa dei terremoti del 2010 e del 2015 rispettivamente, ma anni di incuria, instabilità politica, mancato rispetto di standard edilizi, rapida urbanizzazione e diffusa povertà, sono stati e sono fattori determinanti.

Non tutto ciò che conta può essere contato

Le statistiche sugli sfollati (come quelle sui rifugiati) non sono e non possono essere accurate.Sono difficili da ottenere e impossibili da tenere aggiornate.  Sono superate nel momento stesso in cui vengono stilate. Occorre accontentarsi di stime. Le vicende cui si riferiscono cambiano continuamente. Ciononostante, sono utili per dare l’idea della portata di situazioni terribili e ingravescenti. Non sono cifre “interessanti”. Sono cifre drammatiche. Soffermarsi sui numeri è inevitabile ma rischia di far dimenticare che ogni “unità” è un essere umano con un nome e una storia. Ancora una volta, vale la pena di ricordare la frase attribuita ad Einstein: “Non tutto ciò che conta può essere contato e non tutto ciò che può essere contato conta”.

Nella maggior parte dei casi, gli sfollati hanno perso tutto. Quanto resta della loro vita è quanto riescono a portarsi appresso. Molti di loro sono ridotti in schiavitù, una orribile conseguenza della loro condizione che è spesso dimenticata. E’ ricordata nell’ultimo “Rapporto sulla Schiavitù Globale”, anch’esso pubblicato nel maggio scorso[6].

Le cause dello sradicamento

Si stima che nel 2015 ci siano stati 27.800.000 sfollati “nuovi”, in 127 paesi. Se ai “nuovi” aggiungiamo quelli “vecchi”, sfollati da anni, il totale è di circa 40.800.000 persone.

Guerre e violenza

Nel 2015 guerra e violenza hanno prodotto 8.600.000 sfollati in 28 paesi. Nel solo Medio Oriente sono 4.800.000; più della metà si trovano in Yemen, Siria e Iraq. Al di fuori del Medio Oriente, i paesi con il più alto numero di sfollati per guerra e violenza sono Ucraina, Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Afghanistan, Colombia, Repubblica Centrafricana e Sud Sudan.

Criminalità comune

La violenza della criminalità, legata soprattutto al traffico di droga, ha causato almeno un milione di sfollati in El Salvador, Guatemala, Honduras e Messico nel solo 2015; in aumento rispetto agli 848.000 del 2014. Si fugge per non essere costretti a vendere le proprie terre, per sfuggire a minacce di morte, per sottrarre i figli al reclutamento forzato in bande di trafficanti[7]. Gli stati interessati sono restii a riconoscere questa realtà. Il solo paese Sudamericano ad ammetterne l’esistenza è l’Honduras[8].

Disastri naturali

Questa generica espressione abbraccia una vasta gamma di eventi. Si va da fenomeni improvvisi (alluvioni, inondazioni, frane, uragani, terremoti, eruzioni vulcaniche, tsunami), ad altri che si sviluppano lentamente (siccità, desertificazione, erosione, salinizzazione, innalzamento dei mari). In molti casi l’azione umana ha un peso notevole, favorendoli e aggravandone le conseguenze.

Nel 2015, una vasta gamma di disastri naturali ha prodotto 19.200.000 nuovi sfollati in 113 paesi.  India, Cina e Nepal sono stati quelli maggiormente colpiti, con 3.700.000, 3.600.000 e 2.600.000 rispettivamente. Negli ultimi otto anni, i disastri naturali hanno prodotto 203.400.000 sfollati, una media di 25.400.000 ogni anno. Non esistono dati affidabili che rivelino quanti di questi siano ancora sfollati. Ma si sa che sono decine di milioni.

A conferma del fatto che la natura non è cieca, il 9% degli sfollati prodotti da cause naturali nel 2015 si trova in paesi ad alto reddito, il 21% in paesi a reddito medio-alto e il rimanente 70% in paesi a reddito medio-basso (51%) e basso (19%). Secondo alcune stime, i cambiamenti climatici potrebbero produrre 150 milioni di sfollati entro il 2050[9] e l’innalzamento dei mari potrebbe portare alla scomparsa di interi stati o parti di essi con ovvie conseguenze per i loro abitanti[10].

Figli di un Dio minore: sradicati da Progetti di sviluppo

Ogni anno, intere popolazioni sono costrette a lasciare le loro case, le loro abitudini, i luoghi della loro vita, per far posto a dighe, ferrovie, strade, impianti estrattivi, schemi di irrigazione, riorganizzazione (raramente a loro vantaggio) di aree urbane degradate, organizzazione di mega-eventi sportivi come campionati mondiali di calcio o giochi olimpici.

Degli sfollati a causa di progetti di sviluppo si parla poco. La loro condizione non è contemplata nei già citati “Principi Guida” ed essi non sono calcolati nelle statistiche tradizionali. Quindi, non sono inclusi in quelle sopra riportate. Eppure, siamo di fronte a cifre impressionanti. Secondo la Banca Mondiale, si parla di circa 200 milioni di persone negli ultimi 20 anni e, in un esodo forzato di cui non si vede la fine, di circa 15 milioni di persone ogni anno[11].

Nel 1980 la Banca Mondiale ha formulato politiche per proteggere le popolazioni delle aree interessate da progetti di sviluppo. Queste politiche sono state aggiornate nel 2001 e nel 2013[12]. Ma essa stessa riconosce che, nella maggior parte dei Rapporti di Consegna di progetti di sviluppo, non si fa menzione delle modalità e dei risultati dei trasferimenti e delle compensazioni alle popolazioni interessate[13]. I trasferimenti sono forzati e le compensazioni inadeguate. Spesso, assenti.

A vantaggio di chi?

Gli ordinamenti di tutti gli stati prevedono la possibilità della “espropriazione per pubblica utilità”. Ogni Stato dovrebbe indennizzare adeguatamente le persone espropriate e, nei casi che prevedano trasferimenti, offrire loro adeguate sistemazioni alternative. Questo succede in una proporzione limitata di casi. Uno studio compiuto in dieci Stati Indiani nel 2011 ha rivelato che solamente il 17% degli sfollati a causa di progetti di sviluppo era stato adeguatamente risarcito e adeguatamente risistemato in altre aree. Milioni di questi sfollati rimangono tali per decenni. Stime cumulative sono disponibili solo per la Cina (80 milioni fra il 1950 e il 2015) e l’India (65 milioni fra il 1947 e il 2010). Ricordiamo anche la tristemente nota “Operation Murambatsvina” del 2005, un “progetto di sviluppo e miglioramento urbano”, politicamente motivato, che con il pretesto di “ripulire” le baraccopoli delle principali città, lasciò più di 700.000 persone senza casa in Zimbabwe[14]. Ancora oggi, più di 10 anni dopo, decine di migliaia di persone vivono in condizioni precarie, in aree prive di servizi essenziali e, ovviamente, non sono mai state indennizzate[15].

Quelli olimpici non sono solo giochi

A Rio de Janeiro, nel 2015, 6.600 famiglie sono state fatte sfollare per i lavori di preparazione dei giochi olimpici. Nella maggior parte dei casi gli indennizzi non coprono il costo del trasferimento e della nuova abitazione. In molti sono stati costretti a trasferirsi in zone degradate, con scarsi e scadenti servizi pubblici. Nonostante una Legge dello Stato, la Lei Organica, vieti che le famiglie interessate siano trasferite a più di sette Km dalla loro originaria residenza, sono molte quelle trasferite a più di 50 Km. Le conseguenze psicologiche, sociali ed economiche sono intuibili. Simili problemi, con simili risultati, si sono ripetuti, pressoché regolarmente, in misura minore o maggiore, in occasione di tutti i mega avvenimenti sportivi degli ultimi decenni, dai giochi di Sochi a quelli di Londra, da quelli di Pechino a quelli di Vancouver e, via via, tutti gli altri [16].

Non è un’emergenza

Dal 2003, gli sfollati sono in continuo aumento. I paesi più poveri sono i più colpiti e, al loro interno, i poveri lo sono di più. Quello degli sfollati è uno degli aspetti dei numerosi e massicci spostamenti di popolazioni che, pur essendo sempre avvenuti, negli ultimi decenni sono aumentati per quantità, frequenza e complessità. E continueranno ad aumentare. Non è una “emergenza”. Ormai, è un fattore strutturale e tale resterà per decenni. Alla radice, una serie di problemi intrecciati e complessi per i quali non esiste “una” soluzione. Ne esistono, forse, molte, parziali, anch’esse interconnesse, da attuare contemporaneamente, in processi lunghi e difficili. Processi che saranno dolorosi per molti, nel corso dei quali si procederà spesso a tentoni e, sperabilmente, si capirà di più. E si farà meglio.

 

Bibliografia

  1. Internal Displacement Monitoring Centre (IDMC). Global Report on Internal Displacement, Ginevra, 2016.
  2. Guiding Principles on Internal Displacement. UN High Commissioner for Refugees (UNHCR), 22.07.1998
  3. Convention and protocol relating to the status of refugees.  UN High Commissioner for Refugees (UNHCR)
  4. African Union. Convention for the Protection and Assistance of Internally Displaced Persons in Africa (Kampala Convention) [PDF: 199 Kb]
  5. Information Note: UNHCR’s Role with Internally Displaced Persons. UN High Commissioner for Refugees (UNHCR), 20.11.1998
  6. The Global Slavery Index 2016. Walk Free Foundation, 2016.
  7. Other Situations of Violence in the Northern Triangle of Central America. Assessment Capacity Project (ACAPS), 2014.
  8. Characterization of internal displacement in Honduras. Comision Interinstitucional para la Proteccion de Personas Desplazadas por la Violencia, 2015
  9. Climate change and migration, forced displacement, “climate refugees”, and the need for a new legal instrument [PDF: 1,9 Mb], Environmental Justice Foundation (EJF), 2008.
  10. Increased sea levels due to global warming could lead to ghost states, The Guardian, 29.09.2009
  11. Cernea M. Development induced and conflict induced IDPs, bridging the research divide [PDF: 326], 2006
  12. Involuntary resettlement, op.4.12. World Bank, 2013.
  13. World Bank Acknowledges Shortcomings in Resettlement Projects, Announces Action Plan to Fix Problems. World Bank, 2015.
  14. Tibaijuka A K, 2005. Report on the fact finding mission to Zimbabwe of operation Murambatsvina by the UN Special Envoy on Human Settlements issues in Zimbabwe [PDF: 1,6 Mb]
  15. Operation Murambatsvina: fear and suffering 10 years on. Amnesty International, 2015.
  16. Housing and displacement. No Boston 2024

Maurizio Murru

21/9/2016 www.saluteinternazionale.info

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Sentitevi liberi di contribuire!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *