Guerra delle narrazioni e della memoria vivente: strumenti strategici per la lotta anti-imperialista

di  Ximena González Broquen

Oggi affronterò un argomento che a prima vista potrebbe sembrare astratto. Ma lasciate che vi dica che non c’è nulla di più concreto, più materiale, più corporeo, della guerra che si sta combattendo nel campo delle storie. Perché è lì che si decide se un popolo esiste o meno, se dà un nome al mondo o viene nominato da altri, se è soggetto della propria storia o continua a essere oggetto della storia del colonizzatore.

Abbiamo vissuto giorni di profonda aggressione, preparati da anni di assedio: blocco criminale, minaccia militare, rapimento delle nostre più alte autorità costituzionali. Bombardamento. La mia istituzione, uno spazio per la produzione di conoscenza per la vita, l’Istituto Venezuelano di Ricerca Scientifica, ha subito nelle sue strutture l’impatto diretto della barbarie di quei missili che cercano di distruggere la nostra capacità di produrre il nostro stesso pensiero.

Questa violenza fisica, che distrugge infrastrutture e minaccia vite, è l’espressione più brutale di una guerra che si sta combattendo in molteplici dimensioni. Ma è importante capire che questa violenza non sarebbe possibile senza una guerra di narrazioni che la precede, giustifica e naturalizza. L’impero deve convincere il mondo—e i nostri stessi popoli—che l’aggressione è liberazione, che il rapimento è giustizia. Ed è lì che la memoria vivente diventa il nostro principale strumento strategico.

Per comprendere questa rete di oppressioni che ci attraversa, dobbiamo tornare ai fondamenti. La colonialità non era solo un sistema di sfruttamento economico: era, soprattutto, un sistema di dirottamento della parola, di imposizione di una singola narrazione all’umano, al bello, al vero,

Quando gli invasori europei arrivarono ad Abya Yala e in Africa, la prima cosa che fecero fu distruggere codici, bruciare libri, vietare le lingue, demonizzare le spiritualità. Avevano bisogno di cancellare la memoria dei popoli per poter iscrivere la loro storia: la storia che eravamo esseri senza anima, senza storia, senza ragione. Questa impresa di annientamento simbolico fu la prima grande operazione imperialista di guerra narrativa.

E quell’operazione non si concluse con l’indipendenza formale. Il razzismo strutturale, l’invisibilità delle conoscenze e delle pratiche dei popoli indigeni e africani, l’educazione che ci ha insegnato la storia dell’Europa come se fosse storia universale – e non la storia delle nostre resistenze, delle nostre ribellioni, delle nostre visioni del mondo – tutto questo fa parte della stessa guerra: la guerra per tenerci alienati dalla nostra memoria. disconnessi dal nostro stesso potere.

Di fronte a quella guerra, abbiamo bisogno di una memoria che non sia quella del museo, quella dell’archivio polveroso, quella della storia ufficiale visitata in date nazionali. Quella memoria addomesticata non minaccia nessuno. L’impero non ha paura dei monumenti; teme il ricordo che batte nei corpi, che si trasmette nei rituali, che si accende nelle lotte.

Quando Frantz Fanon ci ha parlato di alienazione, ci ha detto che i colonizzati devono liberarsi non solo dalle catene materiali, ma da quell’universo di rappresentazioni in cui sono stati rinchiusi. L’alienazione soggettiva è il meccanismo di dominazione più silenzioso e profondo: è quando gli oppressi finiscono per vedersi attraverso gli occhi dell’oppressore, vergognandosi della propria cultura, della propria memoria.

Perché l’identità di un popolo non si riduce a espressioni folkloristiche. È, piuttosto, un ethos, un modo di stare nel mondo, una costellazione di ricordi, affetti e pratiche di reciprocità intrecciate per generazioni. È la certezza che apparteniamo a una comunità che ci trascende. Quella forza vitale, quell’energia creativa che ha dato vita alle rivoluzioni, è ciò che vogliono distruggere. Vogliono trasformarci in spettatori della nostra stessa scomparsa, in esseri senza memoria, senza la capacità di sognare un futuro nostro.

Ecco perché la memoria vivente è uno strumento per la liberazione. Non si tratta solo di ricordare il passato: è riconoscere il modello. È per sapere che il rapimento delle nostre autorità risponde alla stessa logica che ha ucciso Patrice Lumumba e ha sciolto il suo corpo nell’acido: la logica del voler cancellare il simbolo vivente della sovranità.

Di fronte a ciò, la memoria vivente è anche, e fondamentalmente, il riconoscimento della resistenza. È sapere che i nostri antenati hanno trovato modi per preservare ciò che è essenziale anche nelle condizioni più avverse, che la creatività dei popoli per riesistere è inesauribile.

La memoria vivente diventa così uno strumento strategico decoloniale perché ci permette di leggere il presente con chiavi del passato per proiettare un futuro liberato. Ci offre un archivio vivente di lotte, tattiche e conoscenze forgiate nelle avversità, che oggi ci offrono vie per affrontare il fascismo contemporaneo.

Ora, se la memoria vivente è uno strumento strategico, dobbiamo chiederci: come funziona? Come lo attiviamo?

Nei nostri popoli, la memoria non funziona come la concepisce l’epistemologia eurocentrica. I nostri ricordi sono pratiche relazionali, tecnologie di produzione della conoscenza che operano in altre chiavi. Sono trasmessi nella storia condivisa, nel segreto che la comunità conserva, nel silenzio che protegge il sacro, nell’organizzazione comunitaria che fa appello alla cooperazione che i nostri antenati ci hanno lasciato in eredità.

E questo ci porta al cuore della guerra di storie che affrontiamo oggi. Perché nelle ultime settimane abbiamo assistito all’emissione di un’operazione di guerra psicologica che cerca di fratturare ciò che l’aggressione esterna non è riuscita a distruggere: l’unità del nostro popolo.

Quella che, con voci diverse, vuole farci credere che ciò che è successo abbia rivelato una presunta frattura interna. Quella che sussurra che ci fossero patti segreti, che la lealtà fosse stata infranta, che la leadership abbia ceduto alle pressioni dell’impero. Quella che semina dubbi sulla continuità del progetto storico, approfittando dell’incertezza e del dolore che ogni aggressione genera.

Dobbiamo smantellare questa operazione con la forza della verità e con la memoria della nostra storia.

Queste narrazioni non sono nuove. Sono le stesse voci che, per anni, hanno cercato di installare l’idea di una presunta deviazione dal corso, di un tradimento dei principi fondanti. Ora, rintanati in laboratori di guerra cognitiva, hanno aggiornato il loro copione, riciclando vecchie accuse. Ci dicono che il processo sarebbe stato “arreso”, che ci sarebbero stati patti segreti, che la dignità sarebbe stata negoziata.

È lo stesso copione, riciclato. È la tattica del divide et impera applicata ancora una volta.

Ma c’è un elemento cruciale che queste narrazioni ignorano: l’unità del nostro popolo è stata dimostrata in azione. Ciò si dimostrava nella serenità con cui si assunse la continuità costituzionale. Ciò si dimostrò nella mobilitazione immediata nelle strade. Si dimostrava nella capacità di mantenere la vita quotidiana, nella tranquillità attiva di un popolo che non si arrende. Quell’unità si è espressa nella Prima Consultazione Popolare di domenica 8 marzo, dove innumerevoli venezuelani, organizzati nelle loro basi, hanno esercitato direttamente la democrazia. Quel giorno fu la manifestazione della memoria vivente in azione: l’attuazione di quella forza vitale che abbiamo ereditato, di quella capacità di autogoverno e organizzazione collettiva che ci ha permesso di resistere per secoli.

L’unità non è uno slogan: è una realtà incarnata nella capacità di organizzazione collettiva.

Perché ciò che è in gioco qui è un’operazione più profonda: quella di ricostruirci come esseri incapaci di abitare la complessità. Di fronte alla narrazione egemonica offerta da una politica dogmatica e lineare, un fondamentalismo di purezza rivoluzionaria, la memoria vivente dei nostri popoli ci insegna un’altra lezione. Le nostre comunità sono sopravvissute a secoli grazie a una profonda capacità di adattamento strategico, a una saggezza pratica per affrontare l’incertezza senza perdersi di strada. Questa saggezza ci permette di comprendere la politica non come un percorso dritto, ma come un territorio complesso dove è necessario tracciare percorsi creativi.

Da una prospettiva decoloniale, la sovranità non può essere intesa come un’essenza immutabile posseduta o persa una volta per tutte. La sovranità è prassi, è un compito costante, è la capacità dei popoli di prendere decisioni in condizioni estreme, di navigare nell’incertezza senza rinunciare al loro orizzonte liberatorio. È un processo, una costruzione quotidiana, un tessuto che viene fatto e rifatto nella lotta.

L’esperienza di Our America è piena di lezioni su come combinare la fermezza dei principi con la creatività delle tattiche, sull’arte di navigare acque turbolente senza naufragare. La memoria dell’organizzazione popolare — dai consigli afrodiscendenti e dalle riserve indigene alle assemblee comunitarie e ai consigli comunali — ci parla di un’intelligenza collettiva che è sempre stata in grado di adattare le sue forme di resistenza alle circostanze, mantenendo viva la fiamma dell’autodeterminazione.

È un’espressione di quella profonda saggezza che permette alle persone di guardare nelle profondità della loro storia per trovare modi di sopravvivenza. È l’impegno a rafforzare la sovranità attraverso possibili vie, quelle che la correlazione delle forze ci permette di percorrere senza rinunciare alla dignità.

Siamo in un momento cruciale. Si tratta di discernere come mantenere vive le condizioni materiali e spirituali che ci permettono di sostenere il progetto collettivo, senza perdere di vista il fatto che la sopravvivenza non è un fine in sé, ma una base per continuare a costruire l’orizzonte liberatorio.

La strada è ardua. Fa male. È complesso.

Ed è proprio in quel labirinto che siamo invitati a un atto d’amore davvero rivoluzionario: la fiducia. Ma non una fiducia cieca, bensì una fiducia sostenuta dalla memoria, in quel ricordo che portiamo inciso nelle profondità, che ci ricorda come e perché siamo sopravvissuti, chi siamo e qual è l’eredità della lotta che ci costituisce come popolo.

Ed è qui che dobbiamo articolare le due idee che abbiamo proposto: memoria vivente e guerra delle storie. Se la memoria vivente è lo strumento strategico, quello che nutre il nostro essere e la nostra prassi, la guerra delle storie è il campo di battaglia tattico dove il significato di quella memoria è oggi oggetto di discussione. La strategia è la preservazione della nostra profonda identità, della nostra sovranità come praxi; Le tattiche sono la difesa quotidiana della nostra storia contro l’offensiva permanente dell’impero.

Essere di supporto significa poi armarsi di memoria per fidarsi di noi stessi. Perché la questione non riguarda la nostra capacità di resistere – ciò è già stato dimostrato – ma la nostra disponibilità a comprenderci, a fidarci della nostra storia, della nostra memoria, della nostra capacità collettiva di continuare a creare, dalla complessità, nuovi modi di essere e di fare la rivoluzione.

Continuiamo a ricordare. Continuiamo a dare un nome. Continuiamo a tessere quell’arcipelago di ricordi insorti che sta già vincendo la guerra delle storie contro l’impero.

Perché la memoria vivente non è nostalgia. È un’arma. È una trincea.

Pertanto, di fronte all’urgenza di quest’era di disumanizzazione programmata, dobbiamo ancora una volta invocare noi stessi a sollevare le bandiere delle idee e della bellezza, a combattere il fascismo con la creazione, a confrontare la guerra cognitiva con il nostro pensiero e il nostro amore per ciò che è nostro.

Costruiamo questa articolazione per la sovranità e la liberazione cognitiva del Sud Globale.

Denunciamo l’attacco militare, chiediamo la liberazione del nostro presidente Nicolás Maduro e della nostra prima combattente Cilia Flores, chiediamo la fine del blocco criminale. Difendiamo in modo completo la nostra sovranità.

E finché ci sarà un intellettuale, un artista, un movimento sociale, una comunità organizzata, un popolo a Cuba, in Palestina, in Venezuela, in Iran, nel Sud Globale, disposto a dire “Io sono la memoria, noi siamo la memoria”, l’impero non potrà riposare.

Perché, come ci ha insegnato Amílcar Cabral, la liberazione nazionale è, soprattutto, un atto di cultura. E la cultura è memoria che si rifiuta di morire.

13/3/2026 https://www.telesurtv.net/opinion

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