Hormuz, l’ipocrisia occidentale: si condanna Teheran ignorando l’origine della crisi. La tentazione di intervenire scatenando l’ inferno

La condanna è arrivata compatta: Italia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Giappone accusano l’Iran per gli attacchi nel Golfo e la crisi dello Stretto di Hormuz. Toni duri, richiami al diritto internazionale, allarme per i mercati energetici globali.

Ma in questa narrazione c’è un’assenza evidente: l’origine del conflitto. Né si sanno prevedere le conseguenze di un possibile intervento nel Golfo, che ci porterebbe direttamente nella terza guerra mondiale.

Una crisi che non nasce a Hormuz

La chiusura dello Stretto e gli attacchi alla navigazione non sono un evento isolato. Sono la conseguenza diretta di una escalation militare avviata con i bombardamenti su larga scala condotti da Israele e Stati Uniti contro il territorio iraniano.

Quegli attacchi hanno colpito infrastrutture strategiche, siti energetici e militari, aprendo una fase di guerra aperta. E hanno fatto saltare anche i canali diplomatici: secondo Teheran, le operazioni sono avvenute mentre erano ancora in corso tentativi di negoziato.

È in questo contesto che l’Iran ha reagito, arrivando fino alla minaccia – e in parte all’attuazione – del blocco di Hormuz.

Il prezzo della guerra: non solo petrolio

L’Occidente oggi denuncia il rischio per i mercati energetici. Il petrolio oltre i 100 dollari al barile, la volatilità, il timore di shock globali. Tutto vero. Ma è una lettura parziale.

Perché prima del prezzo del greggio c’è un altro bilancio: quello umano.

Secondo le stime più recenti, migliaia di persone sono già morte tra Iran, Libano e altri teatri collegati al conflitto, con infrastrutture civili colpite e intere aree destabilizzate.

Raid su siti energetici, bombardamenti su territori urbani, attacchi incrociati: la guerra ha già prodotto una crisi umanitaria diffusa, ben prima dello shock economico globale.

Episodi come il bombardamento di infrastrutture civili – inclusi mezzi di soccorso – mostrano come il conflitto abbia rapidamente superato i limiti di una guerra “chirurgica”.

Condanne selettive e memoria corta

La dichiarazione dei sei Paesi insiste sulla libertà di navigazione e sul diritto internazionale. Ma questa posizione appare selettiva: si condanna la risposta iraniana senza riconoscere apertamente le responsabilità dell’offensiva iniziale.

È una dinamica già vista: si interviene militarmente, si destabilizza un equilibrio fragile, e poi si invoca il rispetto delle regole quando la reazione sfugge al controllo.

Il risultato è un cortocircuito politico: da un lato si sostiene implicitamente l’azione militare degli alleati; ‏dall’altro si chiede stabilità a un sistema ormai compromesso. In questo quadro si inserisce la posizione del ministro degli Esteri Antonio Tajani, che definisce la dichiarazione “politica, non militare” e invita a evitare l’escalation.

È una linea comprensibile, ma anche ambigua. Perché evita lo scontro diretto, ma non mette in discussione le cause profonde della crisi. In altre parole: si cerca di spegnere l’incendio senza dire chiaramente chi ha acceso la miccia.

Una crisi globale costruita passo dopo passo

Il blocco di Hormuz è oggi presentato come una minaccia alla sicurezza globale. E lo è. Ma è anche il risultato di una sequenza precisa:
attacchi militari → escalation → ritorsioni → crisi energetica.

Ridurre tutto alla “minaccia iraniana” rischia di essere non solo impreciso, ma politicamente miope. Perché impedisce di vedere il quadro completo: una guerra che si allarga, un sistema internazionale sempre più fragile, e un costo che ricade – ancora una volta – sulle popolazioni civili e sulle economie più deboli.

Oltre la propaganda

La vera questione non è scegliere una parte, ma riconoscere un dato:
quando le grandi potenze usano la forza senza una strategia politica credibile, le conseguenze non restano locali.

Arrivano ovunque: nelle bollette energetiche, nei mercati instabili, nelle crisi sociali.
Ma soprattutto nei numeri delle vittime, che continuano a crescere mentre la diplomazia resta indietro.

E allora la domanda diventa inevitabile:
si può davvero parlare di ordine internazionale, se le regole valgono solo dopo che sono state violate?

Irina Smirnova

19/3/2026 https://www.farodiroma.it/

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