I leader dell’Europa sono ignoranti — o mentono?
Nessuno studio ha mai mostrato che le spese militari siano più efficaci che l’investimento nel civile.
I leader dell’Europa adesso parlano apertamente di trasformare l’economia europea in un’economia di guerra. Non è una metafora. È un’ambizione dichiarata dei governi, dei commissari UE, e degli ufficiali NATO. Il DIIS della Danimarca scrive esplicitamente che l’Europa deve “prepararsi per un’economia da tempo di guerra”, e un linguaggio analogo appare nei discorsi di Parigi, Berlino, Varsavia, Helsinki, e Bruxelles. La narrazione politica è chiara: il riarmo non è solo necessario per la sicurezza, va bene anche per l’occupazione, l’innovazione e la crescita.
Ma quando la si esamina attraverso la lente dell’economia anziché della geopolitica, questa narrazione crolla immediatamente.
Da oltre cinquant’anni, ricercatori di un’economia di pace come Seymour Melman, Emile Benoit, Mary Kaldor, e Lloyd J. Dumas hanno dimostrato che la spesa militare dà rendimenti economici inferiori all’investimento nel settore civile. Il loro lavoro mostrava che la produzione di armi è d’impiego strutturalmente basso, di basso consumo, e un moltiplicatore fiacco. Un euro speso in sanità, istruzione, infrastrutture, cultura, o transizione verde produce più posti di lavoro, più reddito e più domanda interna che un euro speso in armamenti: evidenza non controversa fra gli economisti, ma semplicemente scomoda per i politici.
Mezzo secolo dopo, il quadro empirico è addirittura più chiaro. Le più rigorose analisi moderne di spesa per la difesa provengono non dai ministeri della difesa o dai think tank sulla sicurezza, ma dalle banche centrali e quelle commerciali. La Banca Centrale Europea ammonisce che la spesa per la difesa ha “effetti produttivi a breve termine modesti” e che l’alto contenuto d’importazione riduce l’impatto nazionale. Il FMI trova che la spesa militare stimola l’attività sotto condizioni ristrette ben più facilmente soddisfatte nei settori civili. Le banche nordiche — Nordea, SEB, Danske Bank — notano tutte lo stesso schema: la spesa per la difesa è ad alta intensità di capitale, di importazioni, e dominata da grossi attori megaziendali, con ricadute limitate alle economie più ampie. In altre parole, il verdetto economico è immutato. L’investimento nel civile è comunque sempre più efficace che la spesa militare.
Eppure l’Europa sta ora intraprendendo il riarmo più grosso dal 1945. I bilanci per la difesa stanno salendo al 2% del PIL come minimo, al 3% per il 2028, al 3,5% per il 2030, e il nuovo obiettivo a lungo termine NATO al 5% entro il 2035. Questa è la massima riallocazione di risorse pubbliche nella storia europea moderna. E tuttavia non c’è alcun serio dibattito economico su quel che ciò significhi — nessuna discussione sui costi di opportunità [ossia i mancati vantaggi di alternative scartate – ndt], nessuna proiezione delle perdite di produttività a lungo termine, nessuna valutazione degli impatti sul welfare, nessuna analisi su chi ci guadagni e chi paghi.
Colpisce il silenzio. in tutt’Europa, non un solo istituto di ricerca ha prodotto uno studio che confronti i moltiplicatori economici della spesa militare e civile: non il FOI in Svezia, né il DIIS in Danimarca, il NUPI o il FFI in Noregia; né il PRIO di Oslo, nonostante la sua lunga tradizione in ricerca sulla pace. Non il SIPRI di Stoccolma, pur con la sua fama globale nell’analisi dell’industria della difesa. Non il DIW di Berlino, l’Ifo di Monaco, o il Kiel Institute. Neanche France Stratégie o il CEPII. E non Bruegel a Bruxelles, CPB nei Paesi Bassi, Chatham House nel Regno Unito o IAI in Italia. Perfino la Commssione Europea, l’Agenzia di Difesa Europea, la Banca d’Investimento Europea, e la Corte Europea degli Audit non hanno mai esaminato se la spesa militare sia economicamente inferiore all’investimento civile.
L’Europa produce valutazioni sulle minacce, roadmap sulle varie capacità operative, e narrazioni geopolitiche — ma non l’analisi economica basilare richiesta per giustificare il maggiore spostamento nella spesa pubbliche da decenni. Quest’assenza non è accidentale. E’ strutturale.
Nel frattempo, la struttura di mercato della produzione di armamenti rende il quadro economico ancor peggiore. La fabbricazione di armi avviene in monopolio, con lo stato unico acquirente. Cosa che elimina i normali meccanismi di mercato come la concorrenza nei prezzi e la scelta dei consumatori. Gli sforamenti nei costi diventano routine, perché i fabbricanti sanno che i governi non possono ritirarsi dopo l’inizio di un progetto. Gli F‑35, gli Eurofighter, il sistema [missilistico] Patriot, e quasi ogni unità navale costruiti negli ultimi decenni han finito per costare multipli delle rispettive stime originarie. In termini economici, il mercato delle armi è progettato per risultare in prezzi inflazionati e produzione inefficiente — il tutto pagato dai contribuenti.
Ancor più inquietante è la storia dimenticata della conversione [industriale]. Negli anni 1980, studi seri — fra cui un primario progetto ONU guidato dalla svedese Inga Thorsson — dimostrarono che le industrie militari potevano essere convertite alla produzione civile con ritorni d’investimento economici e sociali di gran lunga maggiori. Processo tecnicamente fattibile ed economicamente razionale. Oggi l’Europa sta facendo il contrario: convertire la produzione civile in militare. Senza che alcun governo, alcun ente UE, e alcun istituto d’economia abbia studiato che cosa comporti o quanto costi questa conversione inversa.
L’Europa sta andando alla deriva verso un’economia di guerra senza analizzarne le conseguenze economiche. La volontà politica di militarizzare è forte. L’analisi economica della militarizzazione è assente.
Sicché torniamo alla domanda che incornicia tutto questo dibattito: i leader dell’Europa sono ignoranti — o stanno mentendo? Non capiscono autenticamente l’implicazione economica della spesa militare, o la capiscono perfettamente e scelgono di fuorviare i propri cittadini, contribuenti, ed elettori?
L’una o l’altra risposta sono tormentose. Ma una di esse dev’essere vera.
Di seguito un rapporto completo in due parti che esamina in profondità questi temi. E presenta le prove per ogni asserzione qui fatta, nonché la realtà economica che i leader europei rifiutano di considerare.
EDITORIAL, 6 Jul 2026
#958 | Jan Oberg, Ph.D. – TRANSCEND Media Service
Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis
7/7/2026 https://serenoregis.org/










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