I media liberal Occidentali su Gaza

Richard Falk


Il nuovo andazzo informativo dei media liberal Occidentali su Gaza: una critica dalla prospettiva del giornalismo di pace e giustizia

Il 25 agosto 2025, Thomas Friedman, sempre una banderuola per il pensiero dell’establishment politico ed economico in Occidente, ha scritto un articolo degno di nota sul NewYork Times, pragmatico nel tono e fuorviante nella sostanza. Tuttavia, riflette una crescente ambivalenza verso il genocidio protratto d’Israele perfino fra suoi antichi sostenitori, che ora evidenzia l’affamamento mortale e una crassa distorsione nella consegna degli aiuti umanitari in condizioni d’emergenza. Ma espresso pericolosamente senza celare la speranza che Israele possa addirittura recuperare la sua legittimità senza venir tenuto responsabile dei crimini a Gaza e anzi ricompensato dall’esclusione di Hamas da qualunque ulteriore ruolo di governo a Gaza.

È notevole che il pezzo d’opinione di Friedman sia intitolato “La campagna di Gaza d’Israele ne sta facendo uno stato pariah” [NY Times, 25.08.2025]. Di questo sviluppo s’incolpa Netanyahu e i suoi partner di coalizione d’ultradestra religiosa al solito rappresentata da Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir che ne sono importanti ministri. Non vengono citati come rilevanti da Friedman né la matrice d’apartheid del controllo esercitato da Israele sui palestinesi in atto da molti anni prima del 7 ottobre [2023] né le politiche ebraiche demografiche suprematiste e le ambizioni territoriali insite nell’ideologia sionista e trascritte nella Legge Base d’Israele del 2018. Quanto non viene detto è sovente più importante di quanto viene detto.

Oltre a ciò, Friedman scrive nel suo indicativo incipit capriole: “Lascerò agli storici dibattere se Israele stia commettendo genocidio a Gaza”. Tanto per cominciare, a questo punto il genocidio di Gaza non è più soggetto a dibattito di quanto lo sia l’Olocausto, o in quanto a ciò il genocidio commesso pochi anni fa contro i rohingya in Myanmar. E non è più accettabile l’evasività terminologica, sebbene lo si possa responsabilmente circoscrivere come riflesso di un indiscutibile consenso fra gli studiosi dei genocidi ed esperti legali. Tutt’al più, è solo in attesa di un giudizio legale definitivo da parte della Corte Internazionale di Giustizia in risposta all’istanza sudafricana del 2023 che invocava la Convenzione sulla Prevenzione e Punizione del Genocidio (del 1948).

A inizio 2024 delibere quasi unanimi della CIG in una sessione decisionale provvisoria affermavano la plausibilità delle imputazioni di genocidio e la netta illegittimità degli scompigli israeliani alle consegne internazionali di aiuti umanitari. A questo punto trattenersi dal nominare come ‘genocidio’ l’attacco a Gaza è distogliere lo sguardo dall’enorme elefante nella stanza. Quanto meno, Friedman avrebbe potuto scrivere così: “Per rispetto alla CIG lascio ai giuristi comporre il dibattito su quanto Israele stia commettendo un genocidio a Gaza” – espressione che comunque dice di uno sguardo agnostico sulle orrende realtà confermate giorno dopo giorno dalle immagini e le parole di fotografi e giornalisti coraggiosi sul terreno che pagano troppo spesso con la vita la loro professionalità veritiera.

Un secondo livello di evasività di Friedman consiste nell’allinearsi a coloro che definiscono la violenza israeliana degli ultimi due anni atti commessi in una ‘guerra’ – espressione che permette alle atrocità di essere sminuite nella coscienza pubblica al più come deprecabili ‘danni collaterali’ o ‘inconvenienti’ attribuibili all’’annebbiamento della guerra’, ridotti a tattiche di combattimento su cui ci si basa ragionevolmente per questioni di ‘autodifesa’ e ‘necessità militare’.

Ma ormai un tal discorso pubblico di stampo israeliano sulla violenza, sofferenza e crudeltà inflitte a oltre due milioni di palestinesi intrappolati manca di qualunque credibilità, e il discorso sulla ‘guerra’ dovrebbe essere considerato nulla più che propaganda di stato. Il conflitto, come ampiamente osservato da molti testimoni prossimi, è più somigliante a ‘un massacro’ che a una guerra nella sua veemenza unilaterale di armamento terrestre e aereo modernissimo sul versante israeliano rispetto all’armamento primitivo o nullo sul versante di resistenza palestinese.

Le statistiche sulle vittime, pur confermando tale interpretazione, vengono attualmente misurate diversamente, con il ministero della Salute di Gaza che elencava a luglio oltre 63.000 morti, più oltre il doppio di feriti, e dichiarava 887 membri IDF e 815 civili israeliani uccisi. La stimata rivista medica britannica The Lancet ha pubblicato varie analisi di esperti che indicano tali cifre ufficiali sui palestinesi sottostimate ad almeno il 41%, specialmente per le morti indirette da cause traumatiche come la malnutrizione, compresa una stima Lancet a luglio 2024 di almeno 186.000 palestinesi periti per l’aggressione israeliana. Attualmente è a rischio l’intera popolazione palestinese sopravvissuta per la recente escalation a Gaza City, che minaccia gravemente un milione di civili palestinesi accampati e comporta evacuazioni arrischiate fra carenze alimentari estreme (livello 5, max).

Il terzo livello di lavaggio del cervello pro-israeliano è forse il più allarmante, in quanto permette a Israele e USA di decider sulle ‘risistemazioni del giorno dopo’ con le conseguenze perverse di premiare gli attori e i complici del genocidio, punendo invece vieppiù la popolazione vittima e asserendo una demonizzazione riduttiva di Hamas quale ‘entità terrorista’. È come se si fosse lasciato ai capi nazisti sopravvissuti di presiedere alle ricomposizioni post-Seconda guerra mondiale, compreso quanto riguardava i sopravvissuti ai campi di sterminio e il destino d’Israele. Friedman aderisce completamente alla narrazione israeliana in quanto a un attacco del 7 ottobre non provocato e barbarico e indulge pure a un ‘incolpare la vittima’ riguardo ai palestinesi in ballo.

Friedman sostiene che se solo Hamas avesse restituito i restanti ostaggi israeliani avrebbe risparmiato ai palestinesi i massacri dei recenti mesi: “I dirigenti di Hamas avrebbero potuto por fine a tutta questa sofferenza accettando di abbandonare Gaza e rilasciare tutti i suoi ostaggi. Perpetuando questa guerra, Hamas si è anche data da fare coi propri odiosi crimini — l’assassinio di ostaggi israeliani e il sacrificio umano di migliaia di gazawi ai propri folli sogni. E’ tutto vero — e rilevante”. [V. il ritratto di Hamas più preciso e graduato in Helena Cobban & Rami G. Khouri, Understanding Hamas and Why It Matters (OR Books, 2024).]

C’è di nuovo silenzio sui rapporti verificati sulla detenzione post-7-ottobre di centinaia di civili palestinesi innocenti e il loro confinamento accompagnato da torture di routine. Il discorso pubblico in merito, plasmato dagli israeliani, è che solo gli israeliani hanno diritto ad essere identificati come ‘ostaggi’, con l’effetto inconscio della disumanizzazione degli ‘altri’, palestinesi.

La spiegazione di Friedman sul perché Israele sente la foga della critica globale mentre Hamas sfugge alla censura, salvo che da parte dei governi occidentali complici: ponendo la domanda retorica  “Perché allora il mondo adesso si coalizza contro Israele?, cui risponde con tono da sionista morbido, sordo in modo rivelante nonché cieco al crudele dipanarsi quotidiano di avvenimenti che costringono alle lacrime tante persone coscienziose in tutto il mondo: “È perché considera Israele a uno standard più elevato che Hamas, perché Israele si è sempre tenuto a più alto livello”. Solo una piattaforma mediatica con autocensura si permetterebbe un linguaggio così tendenzioso per riuscire a farsi strada alla stampa.

Il mondo ha chiuso smemorato gli occhi sull’espulsione di oltre 700.000 palestinesi dalla propria terra natìa senza diritto di ritorno nel 1948, così come su decenni di impudente illegalità nell’amministrare i territori occupati di Gaza e della Cisgiordania. Anziché essere tenuto in alta considerazione, a Israele è stata concessa una esenzione senza barriere ai propri doveri legali di applicare il diritto umanitario internazionale nel suo trattamento dei palestinesi e dei loro diritti, compreso l’impegno decaduto d’Israele di attuare la Risoluzione Assemblea Generale ONU #181 del 1947 (II), cosa che rafforza le pretese d’Israele di diritti sovrani.

Ci sono ragioni per dare un serio sguardo agli avvertimenti di Friedman ai sostenitori d’Israele che la sua attuale dirigenza “sta commettendo suicidio, omicidio e fratricidio”. Tale valutazione da parte di un’antica fonte influente è in reazione alla sua convinzione generale che il futuro d’Israele sia davvero desolato se manca di affrontare efficacemente la propria attuale classificazione come stato pariah. Che, se arriva a stabilizzarsi, come appare quasi certo adesso, comprometterà le prospettive d’Israele per un futuro normale, prospero, praticabile.

La posizione di Friedman è davvero una grossa svolta dai suoi precedenti scritti acritici nel mettere in questione gli approcci sionisti al conflitto: è per un immediato accordo d’Israele a una tregua permanente e al ritiro militare da Gaza in cambio di un rilascio degli ostaggi. Questa mossa preliminare raccomandata dev’essere seguita da una governance palestinese di Gaza configurata a gradimento d’Israele nonché dell’Occidente complice escludendo Hamas e affidandosi a una ricostituita Autorità Palestinese sufficientemente collaborativa da soddisfare i capi di Tel Aviv.

Secondo me, questa è una non-soluzione, bensì una formula per conseguire gli obiettivi sionisti in modo più sottile e consegnare il popolo palestinese a nuove sventure. La ‘soluzione’ di Friedman è ciò che i palestinesi che insistono sul diritto all’auto-determinazione rigettano come ‘diplomazia delle briciole‘ sotto forma di staterello smilitarizzato ossia, per essere più precisi, un ’Bantustan’.

La rotta per una pace guidata dalla giustizia dipende dall’attuazione dell’Opinione Consultiva della CIG del luglio 2024 che pone fine al ruolo d’Israele come Potenza Occupante a Gaza e in Cisgiordania. Questo cambiamento dello status formale dovrebbe essere coordinato con libere elezioni a Gaza con monitoraggio internazionale e la possibilità di Hamas di competere per il voto con altre entità politiche.

Se questo procedimento potesse andare avanti liscio, potrebbe diventare possibile avere veri negoziati di pace e giustizia fra Israele e Palestina ma solo dopo che Israele rinunci al sionismo, smantelli l’apartheid, accetti di rispettare il diritto al ritorno dei profughi palestinesi, e coinvolga principali governi arabi, UE, Canada e USA in una risistemazione riparatoria che permetta la ricostruzione di Gaza e della Cisgiordania devastate. Sarebbe anche desiderabile istituire una Commissione di Pace e Riconciliazione che fornisca un resoconto obiettivo del curriculum storico, che ha contribuito a disintossicare l’aria in altre situazioni post-conflittuali. Un passo vitale conclusive sarebbe una zona denuclearizzata internazionalmente verificata applicabile a tutto il Medio Oriente.

Un’agenda lunga e difficile da sbrigare, ma qualunque cosa in meno non arriverà alle radici profonde di questo conflitto centenario iniziato sotto il Mandato britannico dopo l’esistenza relativamente pacifica della Palestina sotto il mantello dell’Impero Ottomano. Dopo la Prima guerra mondiale e il crollo di quell’impero, la Gran Bretagna adempì all’impegno assunto nella colonialista Dichiarazione Balfour a sostegno del movimento sionista per una patria [ebraica] (ma non uno stato) in Palestina.

Tale sostegno comportava l’ammissione di un’immigrazione ebraica e relativi acquisti immobiliari senza preoccuparsi di ottenere il [preventivo] consenso della vasta maggioranza araba della popolazione ivi residente. Questo spianò la via dopo la Seconda guerra mondiale al progetto di colonizzazione sionista, che ha raggiunto l’apice attuale durante gli ultimi due anni, ed è ora lì a mezz’aria o per riprodurre il passato o per trascenderlo. Se quest’ultimo avverrà, sarà una vittoria storica non solo per i palestinesi ma per tutta quanta l’umanità, e un tributo all’attivismo della società civile.


EDITORIAL, 1 Sep 2025

#914 | Prof. Richard Falk – TRANSCEND Media Service

Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

https://www.transcend.org/tms/2025/09/the-western-liberal-media-new-messaging-on-gaza-a-critique-from-the-perspective-of-peace-and-justice-journalism/embed/#?secret=ENQXdUoGfB#?secret=eMD8AnRTok

3/9/2025 https://serenoregis.org/

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