Il Caucaso brucia tra indifferenza politica e interessi economici dell’Europa

Mentre l’Europa stringe accordi energetici con Baku, il Caucaso diventa un campo di battaglia tra Russia, Turchia e interessi occidentali. In questo scenario sempre più instabile, l’Occidente sceglie la via dell’interesse economico e dell’indifferenza, mentre la crisi armena rischia di trasformarsi in una tragedia silenziosa. Aldo Ferrari, esperto di geopolitica post-sovietica, analizza per Krisis le nuove faglie di tensione. Tra strategie militari, silenzi mediatici e compromessi morali.

Il conflitto nel Nagorno-Karabakh coinvolge una complessa rete di attori regionali e internazionali. Al centro vi sono l’Armenia, guidata dal primo ministro Nikol Pashinyan – salito al potere nel 2018 con una rivoluzione popolare e sempre più orientato verso l’Occidente – e l’Azerbaigian, retto dal presidente Ilham Aliyev, al potere dal 2003 e a capo di un regime autoritario ma strategicamente cruciale per le sue risorse energetiche. Mentre l’Armenia ha visto indebolirsi il suo storico legame con la Russia a causa del nuovo corso filo-occidentale di Pashinyan, l’Azerbaigian ha consolidato la sua posizione grazie al sostegno militare ed economico della Turchia di Recep Tayyip Erdoğan. La Russia, nonostante il tradizionale ruolo di protettrice dell’Armenia, ha mantenuto un atteggiamento ambiguo, distratta dal conflitto in Ucraina e diffidente verso Pashinyan. L’Iran, pur essendo un Paese musulmano, appoggia Yerevan per timore delle spinte nazionaliste tra la sua consistente minoranza azera. L’Unione Europea, sempre più dipendente dal gas azero, e gli Stati Uniti, poco presenti nella regione dopo il fallimento in Georgia nel 2008, completano un quadro geopolitico in cui interessi strategici ed energetici prevalgono spesso su questioni di democrazia e diritti umani. Krisis ne ha parlato con il professor Aldo Ferrari, uno dei massimi esperti italiani di Caucaso e spazio post-sovietico, docente all’Università Ca’ Foscari di Venezia e autore di numerosi saggi sulla regione.

Professore, negli ultimi giorni alcune analisi suggeriscono che la riaccensione delle tensioni nel Caucaso meridionale sia parte di una strategia deliberata per mettere sotto pressione la Russia su più fronti periferici. In che misura considera plausibile questa lettura? E che ruolo giocano le potenze occidentali nella ridefinizione degli equilibri regionali?

«Le tensioni che si stanno riaccendendo nel Caucaso Meridionale, soprattutto in Armenia e Azerbaigian, possono almeno in parte essere spiegate con il tentativo dei Paesi occidentali di mettere pressione alla Russia per ostacolarne l’azione militare in Ucraina. Questo vale in primo luogo per l’Armenia, la cui leadership attuale ha assunto un sempre più chiaro indirizzo filo-occidentale e sta cercando di uscire definitivamente dall’orbita russa. Ma vale anche per l’Azerbaigian. Da anni Baku aveva costruito solidi rapporti politici ed economici con la Russia, che adesso si stanno rapidamente deteriorando. L’abbattimento da parte russa di un aereo passeggeri azero lo scorso dicembre e l’arresto di alcuni azeri, due dei quali sarebbero morti, ha provocato da parte di Baku reazioni così gravi da lasciar supporre che ci siano altre ragioni».

Mappa del Caucaso meridionale con indicazione della regione del Nagorno-Karabakh. La cartina ha finalità puramente geografiche e non implica alcuna attribuzione politica dei territori rappresentati. Mappa di Kmusser. Wikimedia Commons. Public Domain.
Mappa del Caucaso meridionale con indicazione della regione del Nagorno-Karabakh. La cartina ha finalità puramente geografiche e non implica alcuna attribuzione politica dei territori rappresentati. Mappa di Kmusser. Wikimedia Commons. Public Domain.

Il corridoio di Zangezur sembra essere diventato un nodo cruciale nel confronto tra Mosca e l’Occidente. Cosa sta accadendo realmente su quel fronte?

«La ragione principale sembra essere quella riguardante il cosiddetto corridoio di Zangezur, che dovrebbe collegare l’Azerbaigian alla sua exclave del Nakhichevan e quindi alla Turchia attraversando l’Armenia meridionale. La Russia ha cercato a lungo di essere coinvolta nel progetto del corridoio, in particolare con un ruolo di supervisione, al fine di preservare la propria influenza nella regione. Adesso, però, Washington sta elaborando un nuovo progetto secondo il quale il controllo del corridoio non verrebbe affidato alla Russia, ma a un’azienda logistica occidentale, cosa che potrebbe seriamente indebolire la posizione di Mosca nel Caucaso meridionale. Si tratta peraltro di un’ipotesi tutta da verificare, anche se è vero che nell’area Mosca appare sulla difensiva. Una situazione che potrebbe però cambiare nel caso in cui il conflitto in Ucraina si concludesse positivamente per Mosca, consentendole di dedicare maggiori risorse a questa regione».

Nel 2022 e 2023, l’Azerbaigian ha completato la riconquista del Nagorno-Karabakh. Quali condizioni politiche e strategiche l’hanno reso possibile? E quanto ha influito il disimpegno russo?

«Quello che è avvenuto in Nagorno-Karabakh non può essere separato da un cambiamento politico molto rilevante avvenuto in Armenia nel 2018. In quell’anno, la vecchia classe dirigente filorussa è stata estromessa dal potere e sostituita da una nuova leadership guidata da Nikol Pashinyan, ancor oggi il primo ministro. Si tratta di un governo con un orientamento chiaramente più filo-occidentale e meno allineato a Mosca. Pur essendosi recato immediatamente a Mosca per rassicurare Vladimir Putin sul fatto che nulla sarebbe cambiato, Pashinyan non è riuscito a dissipare i sospetti del Cremlino. L’idea stessa che un leader potesse arrivare al potere attraverso un movimento di piazza, con manifestazioni popolari imponenti, era qualcosa di inaccettabile per Putin. Questo elemento ha pesato moltissimo nei rapporti tra i due Paesi e ha finito per indebolire la posizione armena nei confronti dell’Azerbaigian».

Come s’è evoluta questa diffidenza russa nei confronti dellArmenia? E in che modo ha influenzato lescalation del conflitto?

«Tra il 2018 e il 2020, la diffidenza di Mosca verso il nuovo corso politico armeno è cresciuta progressivamente, fino a creare le condizioni per l’attacco azero al Nagorno-Karabakh. È difficile immaginare che l’Azerbaigian possa aver intrapreso una simile offensiva senza almeno un tacito consenso da parte di Mosca. Il ruolo della Russia è dunque fondamentale per comprendere quanto accaduto. Nel 2020, Baku ha vinto nettamente la cosiddetta “Guerra dei 44 giorni”, tra settembre e novembre, riconquistando tutti i territori a maggioranza azera e occupando circa metà del Nagorno-Karabakh propriamente armeno, una regione non riconosciuta a livello internazionale».

Che ruolo ha avuto la guerra in Ucraina nella caduta definitiva del Nagorno-Karabakh?

«L’operazione si è completata nel 2023, quando la Russia era già impegnata nell’invasione dell’Ucraina. Tuttavia, il mancato intervento russo non è da attribuire unicamente all’impegno militare in Ucraina. Sarebbe bastato che le poche migliaia di soldati russi presenti come forza di interposizione fossero intervenuti per fermare l’avanzata azera. La realtà è che Mosca, sempre più diffidente nei confronti di Pashinyan, che continuava ad avvicinarsi all’Occidente anche con mosse politiche poco prudenti, ha lasciato via libera a Baku. Così, dal settembre 2023, l’intero Nagorno-Karabakh è finito sotto il controllo azero e oltre 100.000 armeni, anche se le cifre esatte sono incerte, sono fuggiti in Armenia per timore di persecuzioni».

Una famiglia di rifugiati armeni del Nagorno-Karabakh, fotografati il 26 settembre 2023. Foto di Voice of America. Wikimedia Commons. Public Domain.
Una famiglia di rifugiati armeni del Nagorno-Karabakh, fotografati il 26 settembre 2023. Foto di Voice of America. Wikimedia Commons. Public Domain.

Quali sono stati i rapporti tra Russia e Azerbaigian in questa fase? E che interessi strategici guidano Mosca?

«Soprattutto tra il 2020 e il 2023, la collaborazione tra Baku e Mosca è stata molto stretta e ha proseguito su questa linea anche negli anni successivi. Da un lato, la Russia non si fidava più di un’Armenia ormai orientata verso l’Occidente. Dall’altro lato, l’Azerbaigian si presentava come un partner più affidabile, privo di ambizioni democratiche e filo-occidentali. Inoltre, la Russia ha un forte interesse economico a mantenere buoni rapporti con Baku: la necessità di diversificare le rotte di esportazione di gas e petrolio è diventata strategica dopo la crisi con l’Occidente. In questo scenario, il passaggio Nord-Sud attraverso l’Azerbaigian, in direzione dell’Iran, è cruciale per Mosca, sia dal punto di vista economico sia geopolitico».

Che interessi hanno spinto la Turchia a sostenere lAzerbaigian contro lArmenia?

«In tutti questi anni i rapporti tra Ankara e Baku sono stati molto positivi, ma bisogna evitare semplificazioni. È vero che la Turchia è un Paese molto più grande e potente, ma l’Azerbaigian non è affatto un suo vassallo. Si tratta di un Paese ricco di risorse energetiche, con una leadership forte e autonoma. Il rapporto tra i due Stati non è di subordinazione, bensì di collaborazione e alleanza, anche sul piano militare. L’Azerbaigian ha potuto vincere la guerra anche grazie a un uso intelligente dei droni di fabbricazione turca e israeliana, che si sono rivelati decisivi nel conflitto del Karabakh, così come stanno dimostrando la loro efficacia anche nella guerra in Ucraina».

E Teheran?

«Pur essendo un Paese teocratico e islamico, l’Iran adotta da decenni un atteggiamento sostanzialmente filo-armeno. La ragione è legata al timore di un possibile irredentismo azero: nel nord dell’Iran vivono circa 15 milioni di azeri iraniani e il governo di Teheran guarda con sospetto ogni espansione o rafforzamento dell’Azerbaigian, temendo che possa alimentare rivendicazioni separatiste interne».

Oltre all’Iran, anche Turchia e Russia stanno modificando il loro approccio. Come si ridefinisce oggi l’equilibrio regionale?

«La Turchia ha da tempo l’ambizione di espandere la propria influenza non solo nel Caucaso ma in tutta l’area ex sovietica, con l’obiettivo di sostituirsi, almeno in parte, alla Russia come potenza dominante. Quello che accade nel Caucaso è quindi il risultato di pressioni esercitate da più direzioni: quella russa sembra in diminuzione, quella turca è in aumento, mentre quella iraniana resta limitata, anche perché l’Iran è oggi impegnato su numerosi altri fronti, spesso con esiti tutt’altro che favorevoli».

Abbiamo accennato prima alla questione energetica. Non è che lUnione Europea sta dando priorità agli interessi economici rispetto alla stabilità politica della regione?

«Bisogna innanzitutto chiedersi se l’Europa, come attore unitario di politica estera, esista davvero. Su questo punto ci sono molti dubbi. Se però guardiamo alla politica economica, è evidente che lì l’Europa ha un ruolo ben più definito. L’Azerbaigian è diventato un partner strategico dal punto di vista energetico. È, tra l’altro, il principale fornitore di gas e petrolio per l’Italia, o comunque uno dei principali a seconda delle fluttuazioni annuali. Il peso di Baku nelle importazioni energetiche europee è dunque molto rilevante. Il 18 luglio 2022, Ursula von der Leyen si è recata a Baku per firmare un importante contratto di fornitura energetica, esaltando l’Azerbaigian come fornitore affidabile. Ciò nonostante una parte del gas che ci arriva sia in realtà gas russo riciclato, che fingiamo di non acquistare, ma che compriamo comunque indirettamente anche attraverso l’Azerbaigian».

Ilham Aliyev (presidente dell’Azerbaigian, a sinistra) e Nikol Pashinyan (primo ministro dell’Armenia, a destra), fotografati durante il panel «An Update on Nagorno‑Karabakh» alla Munich Security Conference, 15 febbraio 2020. Foto di President.az. Licenza CC BY 4.0.
Ilham Aliyev (presidente dell’Azerbaigian, a sinistra) e Nikol Pashinyan (primo ministro dell’Armenia, a destra), fotografati durante il panel «An Update on Nagorno‑Karabakh» alla Munich Security Conference, 15 febbraio 2020. Foto di President.az. Licenza CC BY 4.0.

Questa scelta sembra implicare un forte compromesso etico. Quanto pesa il fattore morale nei rapporti tra l’Europa e regimi autoritari come quello azero?

«L’interesse economico europeo è chiarissimo e premia un Paese che sappiamo essere brutalmente autoritario e aggressivo. Il problema, però, non è solo geopolitico. È anche morale e culturale. Tuttavia, la politica si basa soprattutto sugli interessi, più che sugli ideali».

In altre parole, la questione dei diritti umani e della democrazia passa in secondo piano quando ci sono di mezzo risorse energetiche?

«Esattamente. La democrazia va bene, ma se il Paese da cui dipendiamo – che si tratti dell’Azerbaigian o dell’Arabia Saudita – ha tanto gas e tanto petrolio, nessuno si preoccupa troppo dei suoi parametri di libertà politica o di libertà di parola. E, nel caso dell’Azerbaigian, questi parametri sono particolarmente negativi: si colloca agli ultimi posti nelle classifiche internazionali sui diritti civili».

E gli Stati Uniti? Come si sono mossi rispetto al Caucaso meridionale? C’è stato un cambio di rotta tra lamministrazione Trump e quella Biden?

«Direi che non c’è stato un vero cambiamento. Gli Stati Uniti, a eccezione dei primi 15 anni dopo il crollo dell’Unione Sovietica, hanno sempre avuto un ruolo piuttosto marginale nel Caucaso.
L’appoggio fallimentare alla Georgia di Mikheil Saakashvili, sfociato nella guerra disastrosamente persa nel 2008 contro la Russia, ha spento molto dell’entusiasmo statunitense per quest’area. Da allora Washington ha influito sempre meno. Questa situazione non è cambiata con Trump, che si è concentrato su altre aree, come sappiamo bene. Al momento il Caucaso meridionale di per sé resta fuori dal raggio delle principali priorità strategiche americane».

Passiamo adesso a un aspetto più storico. Le radici di questo conflitto affondano negli anni Novanta, ma spesso, quando si pensa alla caduta dellUrss, si ha lidea di un crollo tutto sommato pacifico. Eppure, nel Caucaso la violenza esplode in modo repentino. Quali sono le vere origini di questo conflitto?

«Le radici del conflitto tra Armenia e Azerbaigian sono ancora più antiche della fine dell’Unione Sovietica. Risalgono almeno alla prima guerra armeno-azera, conosciuta anche come guerra armeno-tatara, perché all’epoca gli azeri erano chiamati “tatari” nell’Impero russo. Questo conflitto scoppiò nel 1905 e fu segnato da massacri reciproci tra le due comunità. Si tratta dunque di una contesa che affonda le sue origini nella storia moderna e non è un prodotto esclusivo dell’epoca sovietica. Altri episodi di violenza molto gravi si verificarono tra il crollo dell’Impero russo e la formazione dell’Unione Sovietica, fra il 1918 e il 1922, con nuovi massacri tra armeni e azeri».

Già allora le dispute territoriali erano al centro dello scontro?

«Assolutamente sì. Il Nagorno-Karabakh, la regione di Nakhichevan e quella di Zangezur erano territori contesi. Alla fine, l’Unione Sovietica assegnò Nakhichevan e il Nagorno-Karabakh all’Azerbaigian, mentre Zangezur fu attribuito all’Armenia, definendo così i confini tuttora esistenti. Anche in queste fasi storiche le violenze furono gravi, sia nel periodo zarista sia in quello immediatamente successivo alla Rivoluzione. Le tensioni riesplosero poi nell’ultima fase dell’Urss, con i primi pogrom anti-armeni nelle città azere di Sumgait e Baku tra il 1988 e il 1990».

Una famiglia di rifugiati azeri in un campo profughi tra il 1992 e il 1993. Foto di Ilgar Jafarov. Licenza CC BY 4.0.
Una famiglia di rifugiati azeri in un campo profughi tra il 1992 e il 1993. Foto di Ilgar Jafarov. Licenza CC BY 4.0.

E cosa accadde dopo la fine dellUnione Sovietica?

«Con il crollo dell’URSS, il conflitto si trasformò in una vera e propria guerra tra armeni e azeri per il controllo del Nagorno-Karabakh, una regione che, pur essendo formalmente parte dell’Azerbaigian, aveva una popolazione a maggioranza armena, circa il 75%. Già nel 1988, in epoca sovietica, gli armeni del Karabakh avevano cominciato a chiedere con forza il trasferimento di questa regione dall’Azerbaigian all’Armenia, ma né Baku né Mosca accolsero la richiesta. Quando l’Urss crollò, la guerra esplose e si combatté dal 1991 al 1994, con una vittoria abbastanza inattesa per gli armeni».

Come si è arrivati poi a una situazione di stallo durata quasi 30 anni?

«Negli anni Novanta il conflitto si è di fatto congelato. Non venne firmato alcun accordo di pace, ma allo stesso tempo cessarono le ostilità aperte. Gli armeni, dopo aver espulso la popolazione azera dalle zone contese, non riunirono il Nagorno-Karabakh all’Armenia ma diedero vita a una repubblica indipendente de facto, chiamata Artsakh, il nome storico del Karabakh. Quest’entità, però, non è mai stata riconosciuta da alcuno a livello internazionale. Dal 1994 al 2020 le trattative per giungere a una soluzione definitiva sono naufragate a causa dell’intransigenza di entrambe le parti. L’Azerbaigian ha sempre voluto recuperare un territorio che, dal punto di vista del diritto internazionale, gli apparteneva e che oggi, a maggior ragione dopo la vittoria militare, fa parte a tutti gli effetti dello Stato azero».

Guardando alla Russia, secondo lei stiamo assistendo a una progressiva perdita di terreno da parte di Mosca nelle sue tradizionali sfere di influenza? O si tratta semplicemente di una ridefinizione degli equilibri rispetto al passato?

«Non è semplice rispondere in modo netto. Ci troviamo in una fase di transizione, in un momento in cui la situazione si modifica letteralmente giorno dopo giorno. Nel Caucaso meridionale, per decenni, lo schema sembrava chiaro: la Georgia era considerata filo-occidentale, l’Armenia saldamente filo-russa e l’Azerbaigian un attore autonomo, concentrato soprattutto sullo sfruttamento e sull’esportazione delle proprie risorse energetiche. Oggi questo assetto è cambiato. La Georgia, pur essendo stata a lungo apertamente contraria a Mosca, viene accusata – spesso a torto, a mio avviso  – di aver assunto posizioni meno ostili nei confronti della Russia, complice un governo che ormai è al potere da più di tredici anni. L’Armenia, invece, dal 2018 ha preso le distanze da Mosca spostandosi su posizioni più filo-occidentali, una scelta che si sta rivelando rischiosa per la sua stessa sopravvivenza come Stato. Infine, i rapporti tra Russia e Azerbaigian, che fino a pochi mesi fa apparivano consolidati, stanno attraversando una fase di grave crisi».

Quindi si può dire che la Russia, nel complesso, sta perdendo influenza nella regione?

«Se dovessi tracciare un bilancio, direi che sì, negli ultimi anni la Russia ha visto un marcato indebolimento della sua presenza nel Caucaso meridionale. La fine della secolare e positiva alleanza con l’Armenia ha privato Mosca del suo principale alleato nella regione. La Georgia ha attenuato, almeno per ora, i motivi principali di contrapposizione con Mosca, anche se questo non significa un reale avvicinamento. E il rapporto con l’Azerbaigian, che sembrava solido, è entrato in crisi negli ultimi mesi. Tutto questo ci porta a dire che la Russia ha effettivamente perso molto della sua proiezione di potenza in quest’area. Le cose, però, potrebbero ancora cambiare. Un segnale interessante è stato il fatto che il 9 maggio, alla parata della Vittoria a Mosca, fosse presente il primo ministro armeno ma non il presidente azero İlham Aliyev: un dettaglio che potrebbe anticipare sia la crisi tra Russia e Azerbaigian sia un possibile riavvicinamento tra Mosca e Yerevan, che sarebbe nell’interesse di entrambi i Paesi».

Azeri e turchi durante una manifestazione di sostegno all'Azerbaigian nei conflitti del Nagorno-Karabakh, tenutasi ad Istanbul il 4 ottobre 2020. Foto di Umut Çolak (VOA). Wikimedia Commons. Public Domain.
Azeri e turchi durante una manifestazione di sostegno all’Azerbaigian nei conflitti del Nagorno-Karabakh, tenutasi ad Istanbul il 4 ottobre 2020. Foto di Umut Çolak (VOA). Wikimedia Commons. Public Domain.

Un ritorno dellArmenia nellorbita russa è realistico?

«È possibile, ma qui entriamo nel terreno delle previsioni, un genere nel quale bisognerebbe sempre essere prudenti perché le percentuali di errore sono altissime. Il Caucaso è una regione fluida, in continuo mutamento, e qualsiasi previsione rischia di essere smentita dai fatti».

Perché questa regione riceve così scarsa attenzione a livello mediatico? In Italia, ad esempio, trovare notizie approfondite sul Caucaso non è affatto semplice.

«L’interesse verso questa regione è decisamente limitato, ma si tratta di un fenomeno che riguarda più in generale le aree considerate periferiche rispetto all’attenzione mediatica occidentale. Se pensiamo, ad esempio, a quanto poco spazio abbiamo dedicato alla guerra civile in Etiopia, nonostante la distanza da Roma sia simile a quella che ci separa dal Caucaso, ci accorgiamo che questa disattenzione non è un caso isolato. I media vanno dove i direttori decidono di guardare. E il Caucaso meridionale non sembra rientrare tra le priorità. Credo sia un errore, perché si tratta di una regione strategicamente cruciale. Nel caso specifico italiano, però, c’è anche dell’altro: abbiamo un governo storicamente vicino all’Azerbaigian e poco propenso a sollevare questioni delicate, soprattutto quando queste riguardano il destino dell’Armenia. Su questi temi si preferisce il silenzio o, al massimo, una copertura superficiale».

Quindi secondo lei il silenzio non è solo una questione di lontananza geografica?

«No, non solo. Ci sono anche motivazioni politiche e, se vogliamo, commerciali. Oggi in Armenia è in corso una crisi politica violentissima tra il governo di Pashinyan e la Chiesa: il governo ha perfino arrestato due arcivescovi con l’accusa di complotto filorusso e antigovernativo. Eppure questa vicenda, che sarebbe esplosiva in altri contesti, è passata quasi inosservata nei media occidentali. Anzi, diverse personalità europee, come la presidente Ursula Von der Leyen, hanno ribadito il loro sostegno a Pashinyan proprio perché la sua linea è filo-europea e antirussa. In questo senso, il silenzio mediatico serve a evitare contraddizioni o imbarazzi».

C’è quindi anche un calcolo politico dietro questa mancanza di attenzione?
«Sì, in parte è così. Certo, contano la lontananza geografica, la relativa piccolezza demografica degli attori coinvolti, ma esistono anche interessi economici e geopolitici che spingono a mantenere un basso profilo. Parlare seriamente del Caucaso significherebbe ammettere, ad esempio, il rapporto privilegiato e imbarazzante che sia l’Italia sia l’Europa intrattengono con l’Azerbaigian, un Paese autoritario e aggressivo. Allora è più comodo non parlarne, o parlarne il minimo indispensabile».

Maria Pappini

14/7/2025 https://krisis.info/

Licenza Creative Commons CC BY-NC-ND Ver. 4.0 Internazionale

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Sentitevi liberi di contribuire!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *