Il codice del controllo: come la cybersorveglianza israeliana ha ridefinito la repressione del dissenso
di Samuele Lucia
La nuova frontiera della repressione è invisibile: spyware, intercettazioni digitali e sorveglianza algoritmica permettono di controllare il dissenso prima ancora che si manifesti, ridefinendo il rapporto tra sicurezza, tecnologia e democrazia.
“Israele è notoriamente noto per spiare e ricattare governi stranieri”. Con queste parole la giornalista Rula Jebreal ha criticato la scelta del governo italiano di rafforzare la cooperazione con Israele nel settore della cybersicurezza.
L’affermazione, al di là della polemica politica, apre una domanda che riguarda direttamente il tema della repressione: in che modo una tecnologia nata per garantire la sicurezza può trasformarsi in uno strumento capace di controllare il dissenso ben oltre i confini dello Stato che l’ha sviluppata?
La repressione contemporanea non assomiglia più a quella raccontata nei libri di storia. Non sempre passa attraverso arresti arbitrari, torture o censure esplicite. Sempre più spesso assume forme invisibili: intercettazioni digitali, spyware, riconoscimento facciale, analisi dei dati e sorveglianza delle comunicazioni.
Se nel Novecento il controllo del dissenso si basava su polizie segrete e reti di informatori, oggi può essere esercitato penetrando uno smartphone. Conoscere in anticipo le relazioni, gli spostamenti e le conversazioni di un giornalista o di un oppositore significa ridurre lo spazio del dissenso prima ancora che esso si manifesti.
In questo scenario Israele occupa una posizione si primo piano. Negli ultimi due decenni il Paese è diventato uno dei maggiori poli mondiali della cybersicurezza. Molte aziende del settore sono state fondate da ex appartenenti all’unità 8200, il reparto di intelligence elettronica delle Forze di Difesa Israeliane, da cui è nato un ecosistema tecnologico che ha trasformato la sicurezza informatica in uno dei principali asset strategici ed economici del Paese.
Dietro questa leadership, tuttavia, si sviluppa un dibattito che va oltre l’innovazione tecnologica. Dove termina la sicurezza nazionale e dove inizia la repressione?
Il caso più noto è quello di Pegasus, lo spyware sviluppato dalla società israeliana NSO Group. Commercializzato come strumento destinato esclusivamente alla lotta contro il terrorismo e criminalità organizzata, Pegasus è stato al centro di una delle più importanti inchieste giornalistiche degli ultimi anni. Il Pegasus Project, coordinato dal consorzio Forbidden Stories con il supporto tecnologico di Amnesty International, ha documentato casi in cui il software sarebbe stato utilizzato contro giornalisti, avvocati, attivisti e oppositori politici in diversi Paesi, tra cui Messico, India, Ungheria e Arabia Saudita.
Citzen Lab, laboratorio di ricerca all’Università di Toronto, ha inoltre pubblicato analisi tecniche che collegano Pegasus a operazioni di sorveglianza nei confronti di difensori dei diritti umani palestinesi.
Pegasus non rappresenta un caso isolato. Accanto a NSO operano altre società israeliane tra cui Candiru, Cellebrite e Paragon Solutions, che sviluppano strumenti capaci di estratte dati di dispositivi elettronici, compromettere sistemi informatici o analizzare grandi quantità di informazioni digitali. Tecnologie che possono avere impieghi legittimi nelle indagini contro terrorismo e criminalità, ma che, secondo numerose inchieste e rapporti sui diritti umani, sono state utilizzate anche contro soggetti privi di qualsiasi collegamento con attività terroristiche o criminali.
È qui che la repressione cambia volto. Non serve incarcerare un giornalista se è possibile identificare le sue fonti. Non occorre vietare una manifestazione se gli organizzatori possono essere monitorati in tempo reale. Non è necessario chiudere un giornale se si può accedere ai dispositivi dei suoi redattori. La tecnologia riduce il costo politico della repressione rendendola meno visibile, ma non per questo meno efficace. Il controllo dell’informazione sostituisce progressivamente il controllo del corpo.
La questione assume un rilievo ulteriore perché l’esportazione di molte tecnologie cyber israeliane è soggetta all’autorizzazione del Ministero della Difesa. Questo intreccio tra imprese private, apparato militare e politica estera ha alimentato un intenso dibattito internazionali. Organizzazioni per i diritti umani e ricercatori hanno chiesto controlli più stringenti sull’export di spyware, sostenendo che gli strumenti digitali non possano essere considerati semplici prodotti commerciali quando il loro utilizzo può incidere direttamente sull’esercizio delle libertà fondamentali.
Le parole di Rula Jebreal si inseriscono in questo contesto. La giornalista interpreta la leadership israeliana nel settore della cybersicurezza come una leva di influenza geopolitica. È una valutazione politica, che divide il dibattito pubblico. Tuttavia, la domanda che pone resta aperta: quale responsabilità hanno gli Stati quando autorizzano l’esportazione di tecnologie che possono essere impiegate anche contro giornalisti, oppositori e difensori dei diritti umani?
Qui la risposta non riguarda solo Israele. Riguarda un modello di repressione destinato a espandersi. Oggi il controllo del dissenso passa attraverso dati, algoritmi, spyware e sistemi di sorveglianza capaci di trasformare ogni smartphone in una potenziale fonte di intelligence. È una repressione che raramente lascia segni visibili, ma che può incidere profondamente sulla libertà di stampa, sul diritto alla privacy e sulla possibilità stessa di organizzare il dissenso.
Per questo il dibattito sulla cybersicurezza non può essere confinato agli specialisti o alle strategie militari. È una questione democratica. Perché quando la sorveglianza diventa permanente, la repressione non inizia con un arresto. Inizia nel momento in cui ciascuno è costretto a comportarsi come se fosse costantemente osservato.









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