Il conto alla rovescia della guerra tra popolo ed élite
Se la furia bellicista non è soltanto una vuota retorica – e purtroppo sembra non esserlo – c’è da attendersi, in un futuro non troppo lontano, un’ulteriore stretta autoritaria nel governo delle nostre società europee. Come attestano di recente i risultati elettorali nei Länder tedeschi, queste ultime si stanno dimostrando largamente refrattarie alla propaganda guerrafondaia somministrata in dosi massicce dall’establishment e dai suoi apparati mediatici. Il legame sociale è irrimediabilmente reciso e nessun artificio tentato da Merz, o da altri come lui, potrà riesumarlo. Le società sono implose nei loro fondamentali di protezione sociale e di riconoscimento antropologico e simbolico.
Rendere ragione di questo esito non è complicato. La “legge della giungla” instauratasi ovunque nel quadrante occidentale per effetto del dominio neoliberista ha come suo fondamento assoluto l’istinto di sopravvivenza individuale. Pertanto, quella folla solitaria di atomi in cui si è sciolto il legame sociale converge – per puro spirito di sopravvivenza – in un rifiuto categorico della chiamata alle armi da parte dei governi dell’Unione Europea. Una precisazione è doverosa: il neoliberismo come paradigma economico è trapassato da tempo. Ciò nonostante, ha lasciato come frutto avvelenato una società risentita, composta da individui isolati e per nulla disposti a farsi arruolare da un ceto politico che non riconoscono come classe dirigente.
Stante l’impossibilità di convincere con le buone che la guerra “s’ha da fare”, è assai probabile che si passerà a modi più sbrigativi. Ci si deve quindi attendere che, in corrispondenza di un’economia sempre più irreversibilmente di guerra, si tenderà a chiudere il cerchio verso una società integralmente militarizzata, caratterizzata da modelli di relazioni sociali spinti alla massima verticalità e improntati al verbo unico del conflitto.
Al momento ci troviamo ancora in una fase di “stallo strategico” e sussiste un margine di manovra. A causa della distruzione sistematica dei corpi intermedi, operata negli anni da politiche asservite al mercato, non disponiamo di soggetti collettivi strutturati né di visioni del mondo all’altezza della sfida, capaci di congedare all’istante le élite al potere. Nondimeno, queste ultime non possono vantare alcun consenso né obbedienza da parte dei governati per improbabili campagne militari, come certificano quotidianamente i sondaggi. Anzi, la forbice dei contrari alla guerra e al riarmo si allarga man mano che il pericolo viene percepito come imminente. Ciò che, in prima approssimazione, poteva sembrare un controllo totale delle élite sulle società si rivela, nell’attuale contingenza geopolitica, un fattore di estrema debolezza: la sistematica impossibilità dei governanti di contare sulla dedizione e sulla lealtà dell’opinione pubblica. È esattamente per questo che l’élite è impegnata nella forsennata costruzione del nemico esterno: ne ha un disperato bisogno per tentare di ricompattare un fronte interno del tutto sguarnito.
Il quadro è ulteriormente contraddittorio per il fatto che le condizioni “sovrastrutturali” – legate a un’ideologia neoliberista ancora pienamente attiva – risultano favorevoli all’affermazione di forze politiche ultraliberiste e reazionarie. Queste ultime, tuttavia, per raccogliere consenso, sono paradossalmente costrette a professarsi, almeno sul piano retorico, a favore della pace e del disarmo.
Un’alternativa politica, sostenuta dal buon senso e promossa necessariamente da una minoranza, date le condizioni, dovrebbe fare i conti con la realtà esistente per intercettarla e darle uno sbocco il più possibile “progressivo”. Occorre prendere atto che, al momento, non esiste un pacifismo militante, consapevole di sé e pronto a mobilitarsi poiché già organizzato. Più verosimilmente, si può contare, ad oggi, su un ampio e istintivo rigetto delle politiche belliciste basato su motivazioni rigorosamente individuali. Sarebbe dunque necessario effettuare un investimento politico su questa pulsione: un impulso elementare, ma pur sempre orientato alla vita e non alla morte. Si badi: rimettere in piedi lo Stato sociale e perseguire la buona e piena occupazione, con un corollario di progressività fiscale, resta indispensabile, ma si tratta di una strategia di medio periodo. Tra l’altro, questa è la sola condizione per ricostruire le basi materiali e spirituali necessarie a uscire dall’inferno in cui il neoliberismo ci ha precipitati.
In questa particolare congiuntura, tuttavia, è fondamentale intercettare quell’urlo sordo che proviene dal profondo delle nostre comunità e provare ad articolarlo, dandogli una “voce umana” (Agamben). Per fare ciò, più che nuove formazioni o movimenti politici, servono conversioni e, se necessario, strappi, con conseguenti fuoriuscite, che sappiano interpretare tale urgenza. Ciò che conta in questa fase è sottrarsi, anche sul piano mediatico, alla “cattura cognitiva” operata dagli epigoni del “pensiero unico” votati alla guerra e al riarmo, i quali vorrebbero destinare interi popoli al massacro e la stessa civiltà umana a una sorta di cupio dissolvi. Il tempo per impedirlo è quasi scaduto.
Salvatore Bianco
3/10/2026 https://www.lafionda.org/










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